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Cara IA ti scrivo, nuova lettera di studiosi e ricercatori all’industria dell’intelligenza artificiale

Cento studiosi di alcune delle principali università al mondo hanno scritto una lettera indirizzata alle software house che stanno sfamando e allevando algoritmi IA. Ecco cosa chiedono

Più nei mesi scorsi ChatGpt & Co. scrivevano forsennatamente temi, sceneggiature, articoli di giornale, più fioccavano le lettere di preoccupazione a firma di imprenditori e luminari del mondo tecnologico. La missiva che aveva tra i firmatari Elon Musk è probabilmente quella che ha avuto maggior risonanza, dato che il patron di Tesla e SpaceX (per citare le più famose) è stato tra i primi a investire nel progetto di OpenAi  (che oggi ha un valore di circa 80 miliardi di dollari) e, dopo quella lettera in cui chiedeva di sospendere i lavori sull’IA, è tornato a spendere nel settore creando una propria startup sull’intelligenza artificiale. Non è insomma un caso che oggi Musk sia in causa con i creatori di ChatGpt, in una baruffa a favore di telecamera che potrebbe far ricredere anche i più scettici sul ruolo salvifico dell’intelligenza artificiale, dato che quella umana talvolta pare proprio scarseggiare. Ora una nuova lettera contro l’IA è stata appena recapitata alle maggiori software house.

I DESTINATARI DELLA LETTERA SULL’IA

Anzi, urge usare le parole con attenzione: non si tratta di una lettera contro l’IA quanto sull’IA e contro l’uso che potrebbe esserne fatto. Non è infatti una missiva dall’animo oscurantista, essendo stata vergata da da oltre 100 ricercatori attivi nel settore dell’intelligenza artificiale – da Stanford a Princeton – per essere recapitata ai vertici delle società maggiormente impegnate su questa frontiera tech. I destinatari, come racconta il Washington Post sono realtà del calibro di OpenAI, Microsoft, Meta, Anthropic, Google e Midjourney.

IL CONTENUTO DELLA MISSIVA

“Proponiamo – si legge nel documento – che le società di intelligenza artificiale apportino semplici modifiche alle politiche per proteggere la ricerca in buona fede sui loro modelli e promuovere la sicurezza, la protezione e l’affidabilità dei sistemi di intelligenza artificiale”.

La lettera dei 100 ricercatori fa esplicito riferimento ai casi di violazione del copyright, così come quelli dei pregiudizi dell’AI in merito a determinati argomenti: occorre per questo garantire una maggiore trasparenza sui metodi di apprendimento degli algoritmi.

TUTTI I PROBLEMI DELL’IA

Sono tanti infatti i problemi sorti quando gli algoritmi di intelligenza artificiale sono stati lasciati a piede libero: dal web scraping, ovvero la pratica di “pesca a strascico” delle informazioni presenti sul Web (le IA allo stato attuale non elaborano alcunché, rielaborano testi, musiche e opere d’arte spesso con maldestri ‘copia-incolla’) alle gaffe su determinati argomenti, fino ad arrivare alla loro sospetta parzialità su determinati temi le cui origini restano un mistero.

E poi naturalmente c’è l’uso distorto dello strumento, potentissimo, in quanto consente a chiunque di rielaborare documenti scritti e fotografici in pochi secondi. I cosiddetti “deep fake”, insomma. Non si contano le vittime, per lo più famose, di immagini falsate e video ritoccati, dal Papa col Moncler ai falsi nudi di Taylor Swift.

Pure qui in Italia. Negli ultimi giorni, per esempio, il conduttore ligure Fabio Fazio è apparso su Instagram per annunciare che la sua immagine sarebbe stata utilizzata per pubblicizzare attività di trading online. “Compaiono sempre più spesso miei video con una voce verosimile, creata dall’intelligenza artificiale, in cui io sponsorizzo prodotti finanziari. Ecco, sono tutte bufale, tutte truffe, tutti falsi”, ha detto l’ex volto Rai di Che Tempo che fa annunciando denunce alla Polizia postale. Qualcosa di analogo è avvenuto negli States dove un falso Rishi Sunak, premier britannico, consigliava l’app di investimenti di Elon Musk.

LA STOCCATA A META

“Le aziende di intelligenza artificiale generativa – concludono i ricercatori – dovrebbero evitare di ripetere gli errori delle piattaforme di social media, molte delle quali hanno di fatto vietato tipi di ricerca volti a ritenerle responsabili”. Una stoccata che certo non piacerà a Meta, che tiene il medesimo piede in due scarpe, avendo un impero basato sui social ed essendo impegnata in attività di R&D sul fronte degli algoritmi intelligenti.

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