Innovazione

Lavoro: problemi, contraddizioni e dietrologie. Il Bloc Notes di Magno

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Vedere la storia come un susseguirsi di fregature e di tradimenti, per cui il mondo migliore è sempre quello che non c’è, significa consegnarsi all’irrilevanza politica nel mondo che c’è. Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Quando pensiamo al futuro del lavoro, a cosa pensiamo? A fabbriche popolate solo di braccia meccaniche che si muovono freneticamente? Ai professionisti delle “Stem” (scienza, tecnologia, engineering e matematica) che diventano il cuore pulsante dell’impresa? All’intelligenza artificiale che si sostituisce all’intelligenza umana? A un algoritmo che taglia senza pietà costi e occupati?

Sono scenari apocalittici, che servono ai neoluddisti del terzo millennio per contestare con ostinazione una verità elementare, ossia che ogni rivoluzione tecnologica comporta la nascita di lavori nuovi e, parallelamente, la trasformazione di vecchi lavori, determinandone spesso la marginalità o la scomparsa.

Lo sapeva bene il Balzac celebrato da Marx, che nel romanzo “I due poeti”, con cui si apre il ciclo delle “Illusioni perdute” (1837-1843), scrive: “All’epoca in cui comincia questa storia la macchina di Stanhope e i rulli inchiostratori non erano ancora entrati nelle piccole stamperie di provincia”. Nella tipografia descritta nelle prime pagine del libro sopravvivono perciò “orsi” e “scimmie”, cioè i torcolieri che si muovono tra le tavolette su cui è disteso l’inchiostro e il torchio, e i compositori, che fanno una “ininterrotta ginnastica […] per prendere i caratteri nei centocinquantadue cassettini in cui sono contenuti”. Tutte figure professionali e mansioni destinate a scomparire, poiché le loro funzioni sarebbero state svolte da macchine: il torchio a vapore, il telegrafo, la rotativa e la linotype.

Ovviamente, non è qui possibile compilare un elenco dei nuovi mestieri legati alla rivoluzione informatica in corso. Mi limito a citare un esempio emblematico: il “Mechanical Turk” di Amazon, che fa riferimento al celebre turco meccanico creato nel 1769 da Wolfgang von Kempelen per l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, un finto automa in grado di giocare a scacchi all’interno del quale si celava un nano che ne manovrava le mosse. Si tratta di una piattaforma di “crowdworking” (da “crowd”, folla, e “working”, lavoro), che collega chi offre lavoro con un esercito di consulenti globale, disponibile on-line giorno e notte, sette giorni su sette.

Non è difficile cogliere in questo portale la persistenza di un taylorismo sui generis: ogni ordine inviato on-line mobilita i dipendenti impiegati nei magazzini (ma già oggi affiancati da minuscoli robot) in percorsi lunghi chilometri, con assegnazione di compiti parcellizzati, gestiti e monitorati grazie alla rete e a modelli di business che poggiano su una dura e gerarchica divisione del lavoro (di solito, per giunta, mal retribuito).

C’è qualche sindacato che si sta impegnando sul serio per affiliare e proteggere questi lavoratori? Senza negare i passi in avanti compiuti su questo terreno, sono convinto che non sia più procrastinabile la ricerca di una tutela e di una rappresentanza “postnovecentesca”. In questo senso, la regolazione dei lavori — il plurale è d’obbligo — deve cominciare dal mercato, ossia prima che il lavoratore trovi un’impiego: infatti il sindacato confederale sorse per difendere gli iscritti che volevano trovarsi e mantenere un impiego. Adesso si attivano soprattutto quando il lavoratore si è già trovato il posto, o sta per perderlo, o lo ha perduto, cosicché in paesi come l’Italia non fortuitamente sono più forti tra i pensionati che tra gli attivi.

Qualcuno obietterà: come, il sindacato deve tornare a tutelare i lavoratori sul mercato del lavoro prima che nel rapporto di lavoro? Come nell’Ottocento? Questo ritorno al passato può sembrare paradossale, ma è logico. Perché il secolo della diversificazione somiglia di più a quello dell’eterogeneità, quando il lavoratore veniva tutelato proprio nei complicati passaggi sul mercato del lavoro, dove era più indifeso e insicuro.

Le prospettive della rivoluzione digitale restano problematiche, sia chiaro. Il campo della cosiddetta economia della conoscenza può essere caratterizzato sia da zone grigie tra lavoro autonomo e nuove forme di asservimento, sia da condizioni che valorizzano la responsabilità, la creatività, la partecipazione della persona che lavora. La seconda prospettiva richiede idee e lotte credibili, lontane dall’estetismo spontaneista della cultura del conflitto. Richiede, inoltre, che le organizzazioni dei lavoratori e le forze riformiste non restino frastornate, divise e incerte di fronte a novità che sembrano minacciarle, ma che non basta esorcizzare o maledire. Vedere la storia come un susseguirsi di fregature e di tradimenti, per cui il mondo migliore è sempre quello che non c’è, significa consegnarsi all’irrilevanza politica nel mondo che c’è.

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