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L’intelligenza artificiale sta salvando l’economia americana?

Sarà pure incorporea e basata su una promessa da realizzare, ma la "AI economy" è reale. Il caso degli Stati Uniti. Estratto dall'ultimo numero del quadrimestrale di Start Magazine

L’intelligenza artificiale sta salvando l’economia americana? I dati diffusi a settembre dal dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti mostrano che nel paese il numero dei licenziamenti è relativamente basso, ma che le assunzioni sono ferme. La domanda di manodopera rallenta mentre ne diminuisce anche l’offerta – una conseguenza delle politiche restrittive della Casa Bianca sull’immigrazione –, con il presidente della Federal Reserve che lo definisce “uno strano equilibrio”. Magari la banca centrale è troppo pessimistica nei suoi giudizi sul mercato del lavoro, anche se il tasso di disoccupazione è vicino al 4,3 per cento, il record da quattro anni; i dazi imposti dal presidente Donald Trump creano sì incertezza, ma forse l’attuale situazione di stallo non è un segnale di recessione.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE È REALE

Recessione o no, nella cosiddetta “economia reale” non c’è eccitazione ma rigidità. Completamente diversa, invece, è la sensazione restituita dalla borsa, dove i titoli azionari stanno raggiungendo altezze incredibili grazie all’AI boom, il grande clamore suscitato dall’intelligenza artificiale: il caso più vistoso è stato forse quello di Oracle, azienda che fornisce servizi di cloud computing, che lo scorso 10 settembre è cresciuta di oltre il 40 per cento, permettendo al suo fondatore, Larry Ellison, di superare per un breve periodo Elon Musk nella classifica delle persone più ricche al mondo.

Un aspetto interessante dell’AI boom è che a trainare le performance azionarie delle società legate all’intelligenza artificiale non sono i ritorni economici, frutto della spesa dei consumatori, bensì gli investimenti dei gruppi tecnologici nelle infrastrutture e nei sistemi. L’idea di fondo – quella che alimenta l’ottimismo – è che l’intelligenza artificiale permetterà di aumentare la produttività in tanti comparti “tradizionali”, dando inizio a una nuova rivoluzione industriale, e i guadagni saranno stratosferici. Ad oggi, però, questo non è ancora accaduto e la maggior parte dei sistemi di intelligenza artificiale non sono redditizi; anzi, consumano molte più risorse di quelle che portano. xAI, la startup di Musk, spende ad esempio circa 1 miliardo al mese per lo sviluppo dei suoi modelli, mentre le sue entrate non sono ancora soddisfacenti: quest’anno dovrebbero ammontare a 500 milioni.

Sarà pure incorporea e basata su una promessa da realizzare, ma l’AI economy è reale. Nel 2024, scrive l’Economist, l’intelligenza artificiale ha contribuito per il 40 per cento alla crescita del PIL degli Stati Uniti. Quest’anno le maggiori compagnie tecnologiche americane spenderanno quasi 400 miliardi di dollari nelle infrastrutture necessarie ad alimentare i modelli di intelligenza artificiale. NVIDIA, che fornisce i processori per il funzionamento dei modelli linguistici di grandi dimensioni, ha una capitalizzazione di oltre 4000 miliardi. OpenAI, la società di Sam Altman che ha sviluppato ChatGPT, si sta avvicinando a una valutazione di 500 miliardi da capitali privati e ha annunciato un maxi-progetto infrastrutturale – “Stargate” – da 100 miliardi all’anno, per quattro anni. La frenesia è tale che l’intelligenza artificiale non si è ancora diffusa in tutta l’economia ma già si parla di quello che verrà dopo: l’intelligenza generale artificiale, in grado di superare l’essere umano medio nelle attività cognitive.

E SE ANDASSE TUTTO MALE?

Sarà pure incorporea, si diceva, ma l’intelligenza artificiale ha una dimensione fisica fatta di microchip, centri dati, cavi, centrali elettriche. E se andasse tutto male? Se, cioè, gli enormi ritorni economici attesi non dovessero realizzarsi e i piani di spesa delle Big Tech venissero ridimensionati, magari drasticamente? Oltre al crollo azionario, quanti operai, elettricisti e ingegneri verrebbero licenziati se i data center smettessero di venire costruiti e allacciati alla rete elettrica?

Come ricordava Sergio Leone, più si è grossi e più rumore si fa quando si cade. Perfino Sam Altman pensa che l’eccitazione dei mercati per l’intelligenza artificiale sia eccessiva. Del resto, dal rilascio di ChatGPT nel 2022 il valore del mercato azionario statunitense è cresciuto di 21.000 miliardi di dollari, e oltre la metà di questa crescita è legata alle performance di sole dieci società, tutte coinvolte nell’intelligenza artificiale. Dopo l’AI boom, allora, l’eventuale “botto” dello schianto causerebbe perdite e sofferenze diffuse. C’è chi si domanda se non ci stiamo avvicinando allo scoppio di una nuova bolla speculativa, come quella delle dot-com (le aziende di servizi via web) sul finire degli anni Novanta; con la non trascurabile differenza che i titoli delle società di intelligenza artificiale hanno una valutazione più elevata.

A queste considerazioni, qualcuno risponde sostenendo che la formazione di bolle è normale nei periodi di emersione di nuove tecnologie: viene infatti a crearsi un clima di euforia che finisce per esaltare eccessivamente il loro potenziale trasformativo; così, le aspettative degli investitori superano di troppo la realtà e quando poi gli effetti concreti dell’innovazione tecnologica non si rivelano all’altezza – gli avanzamenti nella produttività, cioè, ci sono ma non ai livelli sperati –, il mercato crolla. Il crollo, però, può sì produrre un danno economico anche grave, ma non necessariamente l’estinzione della tecnologia “inflazionata”. L’Economist spiega questa differenza con due esempi storici: le bolle ferroviarie nel Regno Unito nel 1840 e nel 1860, che non hanno certo portato alla sparizione del trasporto su ferro nel paese; la bolla dell’illuminazione pubblica negli Stati Uniti sul finire dell’Ottocento, il cui esito non è stata la rimozione di tutti i lampioni nelle strade. Con l’intelligenza artificiale potrebbe insomma succedere la stessa cosa: il valore di alcuni titoli azionari potrebbe ridimensionarsi, diverse startup potrebbero fallire e alcuni asset perdere di valore; ma gli Stati Uniti – ipocentro dell’AI boom – e il mondo continueranno comunque ad aver bisogno di centri dati perché l’economia digitale si sta espandendo.

L’ECONOMIA DELLE CRIPTOVALUTE

Ancora più speculativa, quando non addirittura irrazionale e intrinsecamente rischiosa, viene spesso considerata l’economia delle criptovalute – soprattutto in Europa –, nonostante questi asset digitali abbiano ormai imboccato un percorso di “istituzionalizzazione” e finito per imporsi come un investimento molto più “normale” rispetto alle origini: basti pensare alla recente collaborazione tra la banca JPMorgan Chase e la piattaforma Coinbase, oppure alla raccomandazione di BlackRock di allocare fino al 2 per cento dei portafogli di investimento in bitcoin.

La distanza tra la finanza tradizionale e la comunità crypto si è ridotta parecchio, insomma. Protagonista di questa rivoluzione è, ancora una volta, l’America: lo stesso presidente Donald Trump è entrato nel mercato delle criptovalute, lanciando vari prodotti, e la sua amministrazione ha promosso una legislazione favorevole al settore. La legge forse più significativa in questo senso è il GENIUS Act, in vigore da luglio, che regolamenta le stablecoin, ossia quelle monete digitali dal valore fisso e sostenute da beni stabili. Le stablecoin, per Washington, non sono soltanto uno strumento finanziario ma anche geopolitico: essendo per la maggior parte basate sul dollaro, la loro diffusione è utile ad accrescere l’utilizzo della moneta americana nell’economia mondiale, a rafforzarne lo status come valuta di riserva globale e a stimolare la domanda di beni del Tesoro statunitense (che le sostengono).

Perfino la Cina, dove il controllo politico sul mercato finanziario è fortissimo, sta lavorando al lancio di stablecoin con l’obiettivo di favorire l’internazionalizzazione dello yuan. Scettica, invece, è la Banca centrale europea, che le giudica rischiose per la stabilità dell’Unione, invitando a sostenere piuttosto il progetto dell’euro digitale (non una stablecoin, bensì una valuta digitale emessa dalla banca centrale). Significativo, in questo senso, è stato l’annuncio di un consorzio di nove banche europee – tra cui le italiane UniCredit e Banca Sella – a fine settembre per il lancio di una stablecoin denominata in euro: un’iniziativa che, stando ai nove istituti, «fornirà una vera alternativa europea al mercato delle stablecoin dominato dagli Stati Uniti».

L’Europa rincorre l’America non solo sulle criptovalute, ma anche sull’intelligenza artificiale. Basti pensare che la startup europea di maggior valore in questo settore, la francese Mistral, ha una valutazione di 10 miliardi di euro: una formica, cioè, rispetto ai giganti statunitensi con i quali dovrà competere.

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