Il rilancio di Apple che ha permesso all’azienda guidata (almeno fino al prossimo 31 agosto) da Tim Cook di posizionarsi tra le realtà più capitalizzate al mondo, si sa, è passato anche attraverso la formula di annunci roboanti confezionati con cura per essere elargiti al pubblico in grande stile, per mezzo di veri e propri eventi da seguire in diretta e dal sapore hollywoodiano (con musiche epiche, giochi di luce, sfoggio di grafiche avanzate…) nei quali le informazioni tecniche vengono fuse con lo spettacolo così da essere fruibili non solo dai giornalisti di settore e dagli investitori, ma soprattutto da una platea generalista.
L’INCIAMPO CON L’APPLE INTELLIGENCE
Negli ultimi decenni, la possibilità di aggiornare continuamente da remoto i device, passando dal software anziché dall’hardware, ha spinto molti attori a osare di più con le promesse di fantasmagoriche feature in arrivo: potenzialità dal sapore futuristico che al momento del debutto dei dispositivi sul mercato non sono disponibili ma che sarebbero arrivate presto attraverso corpose patch del firmware. Cosa succede, però, nel caso in cui ciò non accada? Sta per scoprirlo a proprie spese Cupertino.
Con una formula che ricorda alcune class action che si sono coagulate attorno all’autopilot di Tesla – che per i ricorrenti sarebbe stato presentato come un vero e proprio pilota automatico e non come un’opzione di assistenza alla guida -, sempre negli USA diversi acquirenti di iPhone acquistati tra il 10 giugno 2024 e il 29 marzo 2025 hanno trascinato Apple in giudizio sostenendo che Cupertino avrebbe “promosso capacità AI che non esistevano al momento, non esistono ora e non esisteranno per altri due o più anni”.
A riprova di quanto dichiarato, gli attori hanno portato in giudizio anche gli spot trasmessi da Apple che, secondo la loro tesi, costituirebbero casi scolastici di pubblicità ingannevole dal momento che le feature di Apple Intelligence nel concreto sarebbero ancora latitanti. Sulla base di ciò, in diversi tra coloro che hanno acquistato un iPhone 16, come pure un iPhone 16e, iPhone 16 Plus, iPhone 16 Pro, iPhone 16 Pro Max o un iPhone 15 Pro (incluso l’iPhone 15 Pro Max) hanno ora voluto dar battaglia al produttore.
Per tirarsene fuori, Apple ha deciso di pagare complessivamente 250 milioni di dollari ai ricorrenti, informa il Financial Times. Al netto delle spese legali, piuttosto poco (si stima sui 50 dollari a dispositivo) per chi sostiene di aver comprato quel device proprio perché voleva aver accesso all’Apple Intelligence. Peraltro mediante l’accordo Cupertino ha voluto mettere nero su bianco che il pagamento non costituisca alcuna ammissione di responsabilità in quanto il gigante tecnologico statunitense continua a sostenere di avere agito secondo buona fede.
LA CAUSA GEMELLA IN ARRIVO DAL BRASILE
Se, in termini individuali, il risarcimento che Cupertino ha offerto agli utenti americani può essere considerato poca cosa (di norma si può ottenere maggiormente intentando causa singolarmente, ma si affrontano personalmente tutti i rischi di un’azione solitaria contro un colosso economico), in termini assoluti i ritardi dell’Apple Intelligence potrebbero invece pesare parecchio. Perché quegli attori delusi non esauriscono certo il novero di persone che, per lo stesso motivo, potrebbe voler fare causa all’azienda guidata da Cook.
Benché infatti Apple non abbia ammesso alcunché proprio per non agevolare il fiorire di class action analoghe, dal Brasile monta già una indagine che potrebbe dare luogo a una causa gemella. Tecnoblog “ha appreso in esclusiva che l’agenzia per la tutela dei consumatori di Rio de Janeiro (Procon Carioca) ha notificato all’azienda la richiesta di chiarimenti in merito a presunte pubblicità ingannevoli rivolte agli acquirenti di iPhone lanciati a partire dal 2023. All’epoca, l’azienda aveva promesso funzionalità di intelligenza artificiale che non sono mai state introdotte sul mercato”.
GRANDINATA DI CLASS ACTION?
Se le analoghe autorità nazionali dei vari mercati in cui sono stati venduti i dispositivi che vantavano le funzionalità futuribili dell’Apple Intelligence seguissero a ruota, si aprirebbe insomma un periodo non facile per la Big Tech statunitense, specie a seguito dell’accordo raggiunto negli Usa.
I CONSUMATORI ERANO DAVVERO INFORMATI?
Potremmo concludere celiando che si tratta comunque di casi in cui il consumatore era davvero poco informato sul prodotto che ha acquistato. Sarebbe infatti bastato fare un giro in Rete, cercando tra le testate giuste, per scoprire che da tempo vengono sottolineati i ritardi a tratti imbarazzanti, sicuramente sorprendenti, di Apple nel settore, cruciale, dell’Intelligenza artificiale. E che la stessa Apple Intelligence presentata in pompa magna come soluzione salvifica avesse lasciato spazio più a interrogativi che a entusiasmo, almeno da parte degli esperti. Un controllo sul Web avrebbe insomma evitato un acquisto incauto: ecco che succede quando, per pigrizia, si chiede tutto a Siri…




