Innovazione

Huawei, Zte, Ericsson, Nokia e non solo. Ecco sbuffi e sorprese sul dossier 5G in Italia

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Che cosa è successo al decreto legge sul golden power per il 5G. Tutti i dettagli

Il governo scherzava? Il decreto legge che introduce il golden power per le infrastrutture di telecomunicazione, incluse quelle 5G, potrebbe non essere tramutato in legge. Potrebbe, ripetiamo, perché tutto deve essere deciso. Andiamo per gradi.

TUTTO SALTA?

Il 17 luglio, come abbiamo già accennato qui, durante la prima seduta in Senato per la conversione del decreto, il sottosegretario pentastellato Vincenzo Maurizio Santangelo “ha comunicato che il governo non intende insistere per la conversione in legge, anche in considerazione del fatto che prossimamente sarà sottoposto all’esame del Consiglio dei ministri un disegno di legge per disciplinare in modo più organico la materia della sicurezza informatica nazionale”, si legge nel resoconto della seduta.

IL NUOVO PROVVEDIMENTO

Sembrerebbe, dunque, che il governo preferirebbe che le nuove norme sul golden power per il 5G vengano introdotte ed assorbite dal disegno di legge sul cosiddetto perimetro cibernetico inizia a prendere forma (qui i dettagli).

In questo modo in un unico testo verrebbero inserite tutte le misure in materia di tutela di sicurezza delle infrastrutture, incluse quelle 5G.

COSA PREVEDE IL DECRETO LEGGE

Facciamo un passo indietro. Il testo del provvedimento è stato licenziato dal consiglio dei ministri lo scorso 11 luglio e concede al governo il veto su contratti o accordi, stipulati con operatori esterni all’Unione europea, su tutto quello che ruota intorno al 5G.

HUAWEI E ZTE PRONTE A FESTEGGIARE

Se il decreto non dovesse essere tramutato in legge, le prime a festeggiare sarebbero le cinesi Huawei e Zte. La norma sul golden power allargato, infatti, è stata pensata proprio con l’obiettivo di tamponare le due società cinesi nel caso ce ne fosse bisogno, sulla scia della cattiva pubblicità trumpiana (Donald Trump ha accusato le società cinesi di spionaggio governativo).

LE PERPLESSITA’ DI HUAWEI

Huawei, nei giorni scorsi, aveva espresso tutte le sue perplessità sulla questione golden power.

“Voglio chiedere regole trasparenti, efficienti e giuste”, ha detto l’amministratore delegato di Huawei Italia, Thomas Miao, durante una conferenza stampa tenutasi in occasione della sponsorizzazione della mostra “Leonardo mai visto” al Castello Sforzesco di Milano. Il potere straordinario del governo sulla nuova tecnologia, spiega il Ceo, “si applica solo ai fornitori non europei, invece, dovrebbe essere rivolto a tutti, perché la tecnologia è neutrale e non è legata a questioni geopolitiche”, ha aggiunto Miao. Un siluro indiretto a Ericsson e Nokia, ha sottolineato Start.

QUANTO COSTA RINUNCIARE AD HUAWEI?

A rincarare la dose sarebbe stato in un’audizione alla commissione Trasporti e Tlc della Camera il presidente di Huawei Italia, Luigi De Vecchis.

“Il quadro normativo sul golden power che va delineandosi rischia di mettere Huawei in una posizione di difficoltà tale da discriminarla dalla competizione”, ha detto De Vecchis, aggiungendo che escludere i vendor cinesi dal mercato europeo delle telecomunicazioni avrebbe un costo di circa 55 miliardi di euro, di cui per l’Italia circa 15 miliardi di euro.

NOKIA ED ERICSSON

Una mancata conversione del decreto farebbe sbuffare, invece, le concorrenti europee Nokia ed Ericsson che, escluse le cinesi, avrebbero vita facile nel mercato 5G del Vecchio Continente.

SOTTOMISSIONE AI CINESI?

Lo “strumento del golden power è fondamentale per rassicurare i paesi partner dopo la firma, a mano, del memorandum d’intesa con la Cina sulla Via della Seta”, si legge su Il Foglio. “Il testo attuale, che probabilmente il M5s punta ad affossare, sembrava convincente. Prevedeva infatti che l’esecutivo avesse l’ultima parola, con veti o prescrizioni, su contratti e accordi riguardanti il 5G quando sono stipulati tra operatori esterni all’Unione europea. Insomma più che un decreto anticinese, sembra la prima norma europeista del governo gialloverde. E infatti avrà vita breve”.

LA QUESTIONE TEMPI

In tutto questo caos, una cosa sembra certa. Nel caso il decreto dovesse essere convertito in legge, si allungano i tempi per l’esercizio del potere di veto da parte del Governo.

“Il termine per l’esercizio dei poteri decorre dalla data in cui la notifica risulta completa e viene esteso da quindici a quarantacinque giorni”, ha riferito la relatrice Laura Botici (M5S), precisando che il Governo può “nel corso di tale periodo, formulare delle richieste istruttorie, sia alla società che a terzi, i quali rispondono entro trenta giorni, mentre in precedenza avevano a disposizione dieci giorni”.

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