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Processo Google Antitrust

Google vs Stati Uniti, come sta andando il più grande processo antitrust del secolo?

Il governo degli Stati Uniti, prima con Trump e poi con Biden, ha portato in tribunale Google per abuso di posizione dominante, garantita anche da pratiche scorrette orchestrate insieme ad Apple. Ecco le prove fornite dal dipartimento di Giustizia

 

Quattro punti chiave sono emersi dal documento pubblicato venerdì scorso dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti nel processo contro Google per violazione delle norme antitrust.

Il gigante di Mountain View infatti detiene una quota di circa il 90% del mercato della ricerca online, grazie anche alle entrate pubblicitarie che ha potuto elargire ampiamente ad Apple per mantenere il monopolio, escludendo, tra gli altri, Bing di Microsoft dalla competizione. Inoltre, può aumentare i prezzi senza preoccuparsi dei concorrenti.

Una vittoria del colosso tecnologico, scriveva qualche tempo fa il New York Times, sarebbe un duro colpo per le autorità di regolamentazione, le quali sostengono che le big tech hanno un’influenza eccessiva su clienti, partner e start-up concorrenti. Mentre una sua sconfitta, per il Washington Post, farebbe di Microsoft uno dei principali potenziali beneficiari.

IL MONOPOLIO NELLA RICERCA ONLINE

Tutto ha inizio da un dato. Secondo l’accusa, Google domina l’89% delle ricerche online, che scende appena all’84% se si considera la ricerca da desktop. Numeri che fanno impallidire i rivali, che non arrivano nemmeno alla doppia cifra: Bing di Microsoft detiene infatti una quota del 5,5%, Yahoo del 2,2% e DuckDuckGo del 2,1%.

Per accusare un’azienda di violazione delle norme antitrust è sufficiente che questa abbia il dominio di una quota del 50% di un determinato mercato e Google l’ha decisamene superata. Così come era successo a Microsoft nel 1998 con il monopolio dei sistemi operativi dei computer. Prima di oggi, quella era stata, tra l’altro, l’ultima importante causa antitrust del settore tecnologico negli Stati Uniti e Microsoft la perse – il che, commenta Quartz, “non è di buon auspicio per Google”.

Fonte: Quartz

L’AIUTINO DI APPLE

Per mantenere tale monopolio, Google è accusata di aver usato mezzi illegali, ovvero pagando ad Apple quasi il 40% delle sue entrate pubblicitarie. Per il dipartimento di Giustizia, Google nel 2016 ha siglato un accordo con il produttore di iPhone per diventare il motore di ricerca predefinito sul suo browser Safari, cedendogli in cambio il 36% delle entrate pubblicitarie nette. Andando nel dettaglio, i suoi pagamenti ad Apple ammontano a 18 miliardi di dollari nel 2021 e 20 miliardi di dollari nel 2022.

Ma l’azienda guidata da Tim Cook non era l’unica ad avere un’intesa con Google. Tra gli altri ci sono anche Samsung e sviluppatori di browser come Mozilla.

Anche in questo caso, secondo Quartz, tali contratti esclusivi rappresentano il 50% di tutte le query di ricerca statunitensi su qualsiasi browser.

MICROSOFT NEL MIRINO

Secondo quanto riferito dal dipartimento di Giustizia, Google si è inoltre assicurata che Bing non potesse competere e lo ha fatto calcolando quanto il motore di ricerca di Microsoft avrebbe dovuto pagare ad Apple per competere effettivamente con i termini del proprio accordo.

I dipendenti di Google incaricati hanno chiamato il progetto “Alice nel Paese delle Meraviglie”, dove Alice stava per Bing. E hanno concluso che Bing, per competere davvero con loro, avrebbe dovuto offrire ad Apple il 122% delle sue entrate pubblicitarie, che non si avvicinano nemmeno a quelle di Google. Il colosso guidato da Sundar Pichai, infatti, nel 2022 ha pagato ad Apple quasi il doppio delle entrate pubblicitarie globali totali di Microsoft Bing per l’intero anno.

Lo stesso Satya Nadella, Ceo di Microsoft, è stato chiamato a testimoniare nel processo e, oltre a definire “oligopolistico” l’accordo con il produttore di iPhone, ha dichiarato di temere che la stessa storia si ripeta ora con l’intelligenza artificiale perché nessun altro ha accesso alla quantità di dati che ha Google per addestrare i suoi modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM).

I PREZZI LI FACCIO IO

Un’altra condizione che stabilisce se un’azienda è accusabile di monopolio è se questa è in grado di fissare i prezzi senza preoccuparsi di alcun impatto sulla propria attività e, per il dipartimento di Giustizia, Google può aumentare i prezzi dal 10% al 15% senza alcuna minaccia per i suoi profitti.

Inoltre, quando durante il processo è stato chiesto ai dirigenti dell’azienda se tenessero in considerazione i prezzi degli annunci di Facebook o di Bing, hanno risposto di no.

POSSIBILI ESITI DEL PROCESSO

L’esito del processo è atteso entro la fine dell’anno e, secondo la Cnn, “potrebbe avere effetti di vasta portata sul settore tecnologico, fungendo da indicatore non solo per i miliardi che Google paga ad Apple, agli operatori wireless e ad altri produttori di dispositivi, ma anche per altri casi antitrust nel settore tech”.

Bloomberg spiega invece che se gli avvocati governativi riusciranno a dimostrare che gli accordi di Google violano le leggi antitrust, il caso passerà a una seconda fase in cui verrebbero determinate le sanzioni. A quel punto i ricorrenti potrebbero cercare di smembrare l’azienda, ad esempio imponendole di vendere il suo sistema operativo Android, che supporta dispositivi come telefoni cellulari, tablet, orologi ed elettrodomestici intelligenti. Oppure potrebbero chiedere al tribunale di richiedere a Google di condividere i dati generati dalle sue ricerche con i rivali per aiutarli a migliorare i loro motori di ricerca.

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