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Gig economy: servono nuove regole per il lavoro digitale

Gig Economy

La Gran Bretagna e l’Unione Europea sono a lavoro per trovare direttrici che tutelino i lavoratori della gig economy

 

La tecnologia ha dato vita a piattaforme di gig economy come Deliveroo e Uber, ma anche a nuovi servizi (a prezzi low cost) e a nuovi lavori, ma non a nuove regole, necessarie, per gestire il rapporto datore – “non dipendente”.

Cosa è la gig economy

gig economyPartiamo dall’inizio. La gig economy non deve esser confusa con la Sharing economy. L‘economia condivisa, infatti, non crea nuovi lavoratori, ma prova a far fruttare economicamente un bene o un servizio. Per capire quanto stiamo dicendo, basta guardare a Airbnb: si affitta una stanza della propria casa in cambio di una ricompensa in denaro. Nel caso di Deliveroo, invece, c’è qualcuno che ha bisogno di un pasto direttamente a casa e a consegnarlo ci pensa un’azienda che, tramite un algoritmo, organizza una forza lavoro.

Quasi tutti lavoratori dell’economia a chiamata (on-demand), però, sono considerati come lavoratori autonomi dalle piattaforme digitali per le quali operano.

Un nuovo tipo di lavoro

Gli attori della gig economy creano dei lavoratori a tutti gli effetti, ma non dei dipendenti. Le persone offrono una loro prestazione professionale in cambio di denaro, ma non vi è alcun contratto, i lavoratori non vengono assunti, né selezionati da nessuno. Ci pensa un algortimo a gestire il tutto e non ci sono leggi che possano regolare questo nuovo tipo di lavoro. Insomma, la gig economy porta precariato e zero tutele.

Ma chi si affida a piattaforme come Deliveroo o Uber non lo fa per hobby, ma per lavorare realmente. E a dirla tutta, anche gli attori della gig economy richiedono un vero lavoratore: le prestazioni, anche se saltuarie, obbligano il non dipendente al rispetto della professionalità e alla responsabilità.

foodoraLe trasformazioni portate dal digitale, dunque, richiedono nuove regole che tutelino coloro che offrono la loro prestazione.

La Gran Bretagna pensa a nuove regole?

A sostenere l’importanza di un nuovo status per i lavoratori è anche lo studio “Good Work. The Taylor Review of Modern Working Practices”, commissionato dal governo britannico a Matthew Taylor, capo della Royal Society for the encouragement of Arts, Manufactures and Commerce. Per Taylor, “ogni lavoro” dovrebbe essere “giusto” e contribuire alla “realizzazione” degli individui.

L’avanzata digitale, però, non sempre ha reso giustizia a tutti i lavoratori. Ed è per questo che Matthew Taylor suggerisce di iniziare dalle basi, definendo cosa sia un lavoratore, provando a superare, con riferimento al settore della gig economy, la dicotomia tra “lavoro dipendente” e “autonomo” e dando dunque vita ad una categoria che sia una via di mezzo e che potrebbe chiamarsi “dependent contractors”. In questa categoria dovrebbero entrarci tutti coloro che “sono idonei a ricevere le tutele dei lavoratori pur non essendo dipendenti”.

Un salario minimo

In pratica, le nuove possibilità di lavoro dovranno distribuire vantaggi e rischi tra lavoratore e impresa e non scaricare solo sul “non dipendente” tutti i rischi. Ci deve essere flessibilità e tolleranza: il lavoratore dovrà essere libero di rifiutare incarichi e operare quando desidera. Bisogna prevenire lo sfruttamento e pensare, come suggerisce lo studio, ad una paga minima anche in assenza di una base oraria (cioè di un contratto classico) per i lavoratori del settore gig economy. Magari si potrebbe pagare il lavoratore anche in base alle consegne o ai viaggi portati a termine, ma serve anche uno stipendio minimo nazionale.

E ancora. Taylor invita il governo britannico ad intensificare gli sforzi per garantire anche ai lavoratori della gig economy le ferie pagate. Le ferie, andrebbero garantite anche a chi ha un contratto a zero ore, se questo ha lavorato per lo stesso committente per un anno. E il “non dipendente” dovrebbe avere anche il diritto di scegliere se usufruire delle ferie o liquidarle con un aumento del 12% della propria paga oraria.

Il lavoratore può chiedere l’assunzione

UberC’è di più. Matthew Taylor mette in campo anche una proposta per tutelare i lavoratori della gig economy: se questi non dovessero riscontrare “flessibilità a due vie”, allora potranno chiedere alla compagnia di essere assunti, ma solo dopo un rapporto di 12 mesi e l’azienda avrà l’ “obbligo di valutare la richiesta in modo adeguato”.

Sempre con questo scopo, lo studio dell’esperto chiede al Governo Britannico di “rendere più semplice” intraprendere una causa lavorativa. Magari, i lavoratori potrebbero non pagare alcuna commissione in fase di giudizio preliminare. Le barriere economiche non devono rappresentare un ostacolo per portare la società per cui si lavora in tribunale. Non solo: il governo dovrebbe istituire pene più severe.

Anche l’Unione Europea a lavoro su gig economy

Anche l’Unione Europea ha avviato ad Aprile un dibattito sulla necessità di garantire elementi di protezione sociale basilari per i lavoratori della gig economy che operano nell’eurozona. Le consultazioni, in atto in questi mesi, hanno l’obiettivo di tracciare delle direttrici per regolare il lavoro di settore.

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