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Perché l’Australia minaccia leggi più toste contro post falsi e diffamatori su Facebook e Twitter

Australia Social Media

Dibattito sulle leggi sulla calunnia e sulla diffamazione in Australia, il governo Morrison vuole rendere i giganti dei social media responsabili di post diffamatori

Tempi duri per Twitter, Facebook e le altre piattaforme di social media in Australia.

Il governo australiano sta prendendo in considerazione una serie di misure che renderebbero le società di social media più responsabili per il materiale diffamatorio pubblicato sulle loro piattaforme. Lo ha dichiarato domenica il ministro delle Comunicazioni Paul Fletcher.

“Ci aspettiamo una posizione più forte dalle piattaforme”, ha detto Fletcher in un’intervista all’Australian Broadcasting Corp. “Per molto tempo, se la sono cavata senza assumersi alcuna responsabilità in relazione ai contenuti pubblicati sui loro siti”.

Giovedì il primo ministro australiano Scott Morrison ha definito i social media “un palazzo dei codardi”. Inoltre, ha aggiunto che le piattaforme dovrebbero essere trattate come editori quando pubblicano commenti diffamatori da parte di persone non identificate.

La questione dei post dannosi sui social media è il secondo fronte di battaglia tra Big Tech e l’Australia. Ricordiamo che l’anno scorso Canberra ha approvato una legge per far pagare alle piattaforme le tasse di licenza per i contenuti, innescando un blackout temporaneo di Facebook nel paese a febbraio.

Ora il governo pretende che agli utenti dei social media sia richiesto di identificarsi.

Nel frattempo, lunedì Digital Industry Group Inc (Digi), che rappresenta le unità australiane di Facebook, Google e Twitter ha dichiarato di aver istituito un comitato speciale per giudicare i reclami sulla disinformazione.

Tutti i dettagli.

IL PROGETTO DEL GOVERNO AUSTRALIANO CONTRO LA DIFFAMAZIONE ONLINE

Domenica il ministro delle Comunicazioni Fletcher ha affermato che il governo stava esaminando l’estensione della responsabilità di piattaforme come Twitter e Facebook quando sui loro siti compaiono post diffamatori.

MULTE IN ARRIVO?

Alla domanda se il governo prenderebbe in considerazione leggi che multano le piattaforme di social media per la pubblicazione di materiale diffamatorio, Fletcher ha affermato che il governo stava esaminando “un’intera gamma” di misure.

“Lo esamineremo. Passeremo attraverso un processo attento e metodico”, ha ribadito il ministro. “In una vasta gamma di modi, stiamo reprimendo l’idea che ciò che è pubblicato online possa essere pubblicato impunemente”.

IL BRACCIO DI FERRO TRA L’AUSTRALIA E GOOGLE E FACEBOOK

Prosegue quindi la crociata australiana contro le big tech.

Ricordiamo infatti che Canberra ha approvato quest’anno leggi che obbligano Google e Facebook a retribuire editori e testate per i contenuti giornalisti pubblicati sulle loro piattaforme.

LA POSIZIONE DEL PRIMO MINISTRO MORRISON

Ma ora il dibattito sulle piattaforme di Internet si sta concentrando sulla diffamazione online.

La scorsa settimana Morrison ha affermato che le piattaforme che non rivelano l’identità delle persone che pubblicano commenti diffamatori dovrebbero essere ritenute responsabili di tali commenti.

“I codardi che vanno in modo anonimo sui social media e diffamano le persone, le molestano, le maltrattano e si impegnano in dichiarazioni diffamatorie, devono essere responsabili di ciò che stanno dicendo”, ha detto Morrison.

COSA AVEVA STABILITO LA CORTE SUPREMA DI CANBERRA

Questa dichiarazione arriva mentre i governi statali e territoriali australiani si stanno affrettando a riscrivere le loro leggi sulla diffamazione dopo che il mese scorso l’Alta Corte ha stabilito un precedente per l’era di Internet.

La corte suprema del paese ha stabilito infatti che gli editori e gruppi media possono essere ritenuti responsabili per commenti diffamatori pubblicati da terzi sulle loro pagine Facebook.

Il tribunale non ha stabilito se anche Facebook fosse responsabile perché la piattaforma non era stata citata in giudizio.

Inoltre, la sentenza ha diffuso l’allarme in tutti i settori che interagiscono con il pubblico tramite i social media. A sua volta, ha conferito nuova urgenza a una revisione in corso delle leggi australiane sulla diffamazione.

LA REPLICA DI FACEBOOK

Immediata la replica di Facebook. Il colosso dei social network ha dichiarato di sostenere “la modernizzazione delle leggi sulla diffamazione dell’Australia e spera in una maggiore chiarezza e certezza in questo settore”.

LA PROPOSTA DEL DIGITAL INDUSTRY GROUP (FACEBOOK, GOOGLE E TWITTER)

Tuttavia, i colossi tecnologici non sono rimasti a guardare.

Lunedì il Digital Industry Group Inc (Digi), che rappresenta le unità australiane di Facebook, Google e Twitter, ha affermato che il suo nuovo sottocomitato per la supervisione della disinformazione è pronto ad autoregolamentarsi contro i post dannosi.

I giganti della tecnologia avevano già concordato un codice di condotta contro la disinformazione ha ricordo l’ad di Digi, Sunita Bose in una nota. “Volevamo rafforzarlo ulteriormente con una supervisione indipendente da parte di esperti e responsabilità pubblica” ha aggiunto Bose.

LE REAZIONI

Ma Reset Australia, un gruppo di attivisti incentrato sull’influenza della tecnologia sulla democrazia, ha affermato che il comitato di supervisione è “ridicolo”. Secondo RestAustralia questo non comporta sanzioni e il codice di condotta è facoltativo.

“Il codice di Digi non è molto più di una trovata pubblicitaria, date le pubbliche relazioni negative che circondano Facebook nelle ultime settimane”, ha affermato Dhakshayini Sooriyakumaran, direttore della politica tecnologica di Reset Australia, in una dichiarazione, sollecitando una regolamentazione per il settore.

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