Innovazione

Ecco chi Facebook paga (e quanto) per scovare fake news

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Che cosa emerge da un’inchiesta della giornalista Maria Maggiore per il Fatto Quotidiano su Facebook e fake news

“La Commissione europea si è piegata a un ricatto dei giganti del web che hanno minacciato di non cooperare più con le istituzioni europee e di tagliare i fondi ai media europei, se si fosse cominciato a parlare di nuove leggi e soprattutto si fosse messo il naso nei loro dossier antitrust”. Tradotto, Facebook sta ricattando la Ue sulle Fake news. È quanto emerge da un articolo di Maria Maggiore per il Fatto Quotidiano che si basa su documenti pubblici consultati da Investigate-Europe.

IL CODICE DI BUONA CONDOTTA DELLE PIATTAFORME INTERNET

Secondo quanto riporta il quotidiano, che ricostruisce la vicenda, “la Commissione europea sta portando avanti un dialogo costruttive con le piattaforme internet – Google, Facebook, Twitter – che in modo volontario si sono impegnate nel dicembre scorso a divulgare i dati di chi diffonde pubblicità politiche e a fare pulizia di siti falsi o che inneggiano all’odio. Le piattaforme hanno firmato un codice di buona condotta, volontario (non ci sono sanzioni) e ogni mese vanno a Bruxelles a rendere conto del lavoro fatto”.

FB MINACCIAVA DI TOGLIERE I SOSTEGNI A PROGETTI GIORNALISTICI E ACCADEMICI

Ma in tutto ciò, osserva ancora il quotidiano emerge un ricatto: “È quello che viene fuori dall’inchiesta del consorzio europeo Investigate-Europe che ha incontrato cinque membri del ‘Gruppo di alto livello sulla disinformazione’, creato dalla commissaria per il digitale Marija Gabriel. Tutti critici sulle pressioni ricevute dalle piattaforme”. Infatti, prosegue il quotidiano citando Monique Goyens presidente dell’associazione europea per i consumatori (Beuc) che in una pausa dei lavori del 2018 che portarono al codice di condotta, rammenta che “il lobbista capo di Facebook Richard Allan vicepresidente di Facebook per Public Policy le disse: ‘Siamo felici di dare il nostro contributo ma se andiamo in quella direzione saremo controversi’. Allan ha confessato a un altro membro del gruppo: ‘Ha minacciato che se non avessimo smesso di parlare di strumenti competitivi, Facebook avrebbe interrotto il suo sostegno a progetti giornalistici ed accademici’, milioni di euro che vengono dati ogni anni ai media di tutto il mondo, da Google con la sua ‘Google Digital Initiative’ o da Facebook attraverso i progetti di fact-checking”.

IL RUOLO DELL’ATLANTIC COUNCIL

“Anche la composizione dei membri ha lasciato l’amaro in bocca. Dieci di loro ricevono soldi da Facebook e Google, secondo documenti pubblici, consultati da Investigate-Europe. Come il Reuters Internet Institute che tra il 2015 e il 2020 ha ricevuto 8,4 milioni di sterline”. Non solo. “Facebook lavora con 52 partner nel mondo per scovare le fake news. Uno di questi è l’Atlantic Council, un’associazione nata nel 1961 con la missione di promuovere la leadership statunitense tra amici e alleati molto vicina alla Nato e al mondo militare”. Il suo bilancio “è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni passando da due milioni di dollari nel 2006 a 21 milioni nel 2016 grazie anche ai finanziamenti dell’industria americana e di governi stranieri tra cui, come si legge sul suo siti, gli Emirati Arabi che usano la sorveglianza su Internet e le limitazioni della libertà di espressione come strumenti di governo. L’Atlantic Council, attraverso il suo laboratorio di ricerca, il DfrLab, consiglia Facebook sulle pagine da chiudere o oscurare per la modica cifra di 999.000 dollari”. E proprio il colosso Usa, ha concluso Il Fatto Quotidiano “ha chiuso 23 pagine in Italia che generavano un traffico da 2,4 milioni di utenti, la metà delle quali sostenitrice della Lega di Matteo Salvini e del Movimento 5Stelle”.

I CAVALLI DI TROIA DEL CREMLINO

L’Atlantic Council nei mesi scorsi ha anche contribuito a scovare troll russi, Ma non c’è solo l’influenza Usa. Ecco che cosa scriveva La Stampa citando proprio un saggio dell’Atlantic Council sui “cavalli di Troia del Cremlino”. “Le nuove tecnologie hanno solo semplificato il vicendevole sabotaggio politico in auge tra fazioni opposte sin dai tempi dell’antica Roma. Eppure, nel grafico delle interferenze russe in Europa illustrato dall’ultimo report dell’Atlantic Council (The Kremlin’s Trojan Horses: Russian Influence in southern Europe), c’è qualcosa di più. C’è soprattutto il concentrico e sistematico attacco al mondo che nel bene e nel male ha portato avanti finora l’eredità dell’illuminismo da parte di forze di matrice diversa – sovranista, populista, nazionalista, anti-globalista, passatista, neo-fascista, neo-comunista e via andare – accomunate dall’avversione ai valori liberali e da un multiforme richiamo all’ordine. C’è insomma – evidenzia La Stampa – la prova di quanto facile sia per chi debba compensare la propria debolezza con le difficoltà altrui (Putin oggi ma domani potenzialmente la Cina, la Turchia o qualsiasi altro attore geopolitico) approfittare della nostra società aperta e dunque permeabile, evoluta e un po’ annoiata, confusa dagli smottamenti del Novecento al limite della cupio dissolvi”.

TERRENO FERTILE “NELL’ITALIA SENZA BUSSOLA”

Il capitolo sull’Italia, curato da Luigi Sergio Germani, direttore scientifico dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici, e la firma della Stampa Jacopo Iacoboni, “è esemplare – prosegue l’articolo sul quotidiano torinese –. Dopo aver documentato l’attivismo del Cremlino nello sparigliare le carte di un Paese impoverito, arrabbiato (con ‘la casta’) e confuso, gli autori disegnano uno schema della russofilia nazionale che vede giocare in favore di Putin fattori diversi, ideologici nel caso della Lega o del Movimento 5 Stelle, economici nel caso degli imprenditori che, a partire dall’entourage berlusconiano, fanno business a Mosca e mal digeriscono le sanzioni. L’impressione è che i trolls di San Pietroburgo, gli account fantasma, le fake news (di cui oggi tutti si dicono vittima, da Trump a Theresa May a Di Maio) abbiano trovato un terreno fertilissimo nell’Italia senza bussola, dove si grida all’invasione davanti a 180 mila migranti (siamo 60 milioni), le donne si dividono come in nessun altro Paese al mondo sul “molestie-gate” e si può commentare la morte di Totò Riina sostenendo che le campagne abortiste della Bonino abbiano ucciso più della Mafia (e dove il 40% non legge neppure un libro…)”.

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