Innovazione

Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri, Unicredit e non solo: come lavoreranno le grandi aziende sullo smart working

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Smart working

Lo smart working diventerà strutturale dopo la pandemia? Come si muovono Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri, Unicredit e non solo

Oltre il Coronavirus: l’Italia del lavoro è alla prova dello smart working. Il Covid-19 ha trasformato in modo strutturale l’approccio al mondo del lavoro, costringendo datori e dipendenti a superare le resistenze che impedivano la diffusione del lavoro agile.

Tante le grandi aziende che faranno dello smart working la propria normalità: Eni, anche in uno scenario post vaccino, è pronta a lasciare a casa il 35% dei dipendenti calcolati su singolo giorno; Enel ha adottato lo smart working fino a dicembre, Unicredit ha concesso il lavoro agile anche fuori dal comune di residenza.

Andiamo per gradi.

ENI

Partiamo dal mondo dell’energia. In casa Eni, in piena pandemia, hanno lavorato da remoto 21.000 addetti, di cui 15.000 solo in Italia, come ha raccontato Claudio Granata, Director Human Capital & Procurement Coordination, in una intervista rilasciata a Dario Di Vico per il Corriere della Sera.

Superata l’emergenza, il 15% dei dipendenti è rientrato in presidio in ufficio, ma lo smart working diventerà la nuova politica aziendale: “Pensiamo che fino al 35% dei dipendenti calcolati su un singolo giorno possa lavorare da remoto. Poi le unità organizzative definiranno rotazioni ed ulteriori esigenze”, ha spiegato Granata.

ENEL

Anche Enel promuove lo smart working a prescindere dall’emergenza Covid. L’azienda, nonostante la Fase 2, ha confermato la possibilità di lavorare da remoto fino a Natale.

“Quelli che hanno lavorato bene per 2 mesi stando a casa e che possono continuare a farlo senza impattare la loro performance operativa, ci rimangano almeno fino a Natale”, aveva affermato l’amministratore delegato di Enel, Francesco Starace nella diretta Instagram con il sindaco di Firenze Dario Nardella.

Questi due mesi di lockdown, aveva aggiunto, “ci hanno fatto fare collettivamente un salto digitale straordinario”.

FINCANTIERI

Possibilità di lavoro da remoto, su base volontaria, anche per i dipendenti di Fincantieri. A luglio 2020, il colosso della cantieristica navale ha siglato con Fiom, Fim e Uilm il primo accordo sullo home working del post Covid.

Il lavoro agile diventa strutturale in azienda: ne potranno usufruire circa 1.950 lavoratori, a cui è data la possibilità di lavorare da remoto un giorno a settimana. Previste, nell’accordo, anche una giornata aggiuntiva a settimana per determinate casistiche (esigenze di salute, figli fino a 11 anni, con più di 2 figli età sale a 14 anni, distanza dalla sede maggiore ai 40 km) e ulteriori giornate ai genitori per il periodo precedente al parto e fino al compimento dell’anno di vita del nascituro o in caso di esigenze particolari.

UNICREDIT

Anche Unicredit ha fatto dello smart working una misura non solo emergenziale. La banca, da fine giugno, ha concesso a tutti i dipendenti di poter lavorare da remoto anche da località diverse dalla propria abitazione di residenza.

FASTWEB

A credere nello smart working e a renderlo già norma prima dell’emergenza è Fastweb. Nella società telefonica lavoravano da casa, già prima del lockdown, 1.777 dipendenti. Durante la pandemia l’azienda ha concesso il lavoro da remoto agli altri 1000 dipendenti, ovvero alla totalità del personale.

Già prima dell’emergenza, poi, la società aveva sottoscritto un accordo di secondo livello per estendere lo smart working da 4 a 6 giorni al mese da maggio 2020 e a 8 da maggio del 2021, come racconta CorCom.

LEONARDO

E nell’ex Finmeccanica? In un incontro sul tema al Meeting di Rimini, l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, ha detto: “Abbiamo capito che sarà fondamentale non avere le persone permanentemente al lavoro a distanza, quindi ci attrezzeremo per avere una modalità di smart working temporaneo”.

“Significherà cambiare radicalmente tutto il nostro assetto degli uffici, abbiamo calcolato che sarà necessario circa il 30% in meno di spazi”, ha aggiunto, sostenendo che lavorare da remoto “aumenta drammaticamente i rischi di sicurezza digitale, perché la superficie attaccabile aumenta in modo spaventoso”.

LE PREVISIONI DI PWC

Politiche e paure a parte, lo smart working farebbe bene alla nostra economia. Secondo un’analisi di PwC, la possibilità di lavorare da remoto aumenta del 4% la produttività, con 5 giorni di congedo in meno richiesti. Un solo giorno di smart working porterebbe ad un incremento del Pil di 1,2%.

L’ANALISI DI DI VICO

Ma sommando Leonardo e il gruppo petrolifero si può già dire che le grandi imprese italiane hanno deciso di giocare il jolly dello smartworking nella riorganizzazione interna che ogni grande crisi inevitabilmente comporta? Se l’è chiesto Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera ed esperto di questioni legate al lavoro: “In attesa di nuovi riscontri, che si potranno avere già dalle prossime settimane, sembrerebbe proprio di sì. Naturalmente nella determinazione delle quantità di lavoratori da remoto molto dipenderà in ogni singolo gruppo dall’incidenza delle attività manifatturiere rispetto a quelle di servizi, conterà anche la cultura dei singoli capitani d’industria (i tradizionalisti non amano lo smartworking)”

Le imprese con una cultura del lavoro più avanzata, o comunque più disposte a «studiare» se stesse per poter trasformare il proprio modello organizzativo, saranno più facilmente in grado di cogliere i frutti migliori della rivoluzione del remoto, ha aggiunto Di Vico: “All’opposto sicuramente si farà luce l’idea di usare il lavoro a distanza non come un’occasione per accrescere la produttività ma alla stregua di una scorciatoia per usufruire di risparmi una tantum. Innanzitutto dal punto di vista immobiliare: molte aziende non sono proprietarie dei propri uffici ma li hanno in locazione e al momento della scadenza dei contratti in essere potrebbero evidentemente disdirli a fronte di una necessità più contenuta di spazi. La seconda tentazione di risparmio a breve riguarda la stessa pianta organica, durante il lockdown diverse aziende hanno capito di avere quote piccole o grandi manodopera in sovrannumero e che lo stesso livello di attività si può raggiungere con minore occupazione”.

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