Innovazione

Ecco perché Facebook è sotto scacco (tra giustizia e Congresso)

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Tutti i dettagli sull’accerchiamento di Facebook da parte delle istituzioni statunitensi. Il commento di Umberto Rapetto, generale GdF in congedo, già comandante del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche

Davide sfida Golia. Le istituzioni, sempre più piccine dinanzi allo strapotere degli “OTT” (Over-The-Top, ossia i grandi delle telecomunicazioni), si fanno valere contro un apparentemente invulnerabile colosso privato.

Nell’era in cui le leggi, o più genericamente il diritto, sono pallottole spuntate contro chi scandisce il ritmo delle giornate della collettività e fissa le proprie regole, un piccolo (grande) segnale di cambiamento arriva da Washington.

Davide, al secolo Karl Racine, è il procuratore generale del District of Columbia. Golia è Facebook, antropomorficamente identificabile nel sorridente Mark Zuckerberg.

Racine ha formalmente aperto un procedimento nei confronti del colosso di Menlo Park colpevole di aver consentito a Cambridge Analitica di accedere liberamente alle identità di decine di milioni di persone, acquisendone informazioni relative a loro opinioni, gusti e relazioni senza alcun consenso da parte dei soggetti interessati.

La causa non è certo un fulmine a ciel sereno perché arriva quando Facebook si trova al centro dell’arena internazionale, costretta ad affrontare critiche in tutto il mondo per la pessima gestione delle informazioni personali degli utilizzatori della sua piattaforma. Soltanto negli ultimi dieci giorni 7 milioni di utenti, per colpa di una serie di “app” attive sul social, si son visti scippare foto anche non destinate alla pubblicazione erga omnes. Qualche giorno fa è esplosa la bomba giornalistica del New York Times da cui è emerso che Facebook permette ai suoi partner (Amazon, Spotify, Netflix, Google…) un indebito accesso invasivo addirittura nei messaggi privati che gli iscritti al social si scambiano abitualmente con l’apposita funzione interna.

Il susseguirsi di nuove, continue e gravissime violazioni della riservatezza dei dati lascia presumere (e sono in tanti ad avere questa latente suggestione) che l’attuale capo di imputazione sia destinato ad ampliare il proprio orizzonte con proporzionali possibili conseguenze.

C’è voluto il tempo di una gravidanza, ma alla fine il “plaintiff”, l’atto d’accusa è venuto alla luce. La soffiata di marzo, secondo la quale Facebook aveva permesso estranei di disporre in maniera “impropria” delle informazioni personali di 87 milioni di suoi utenti, sta portando alla sbarra il gigante dei social media.

La vicenda, affiorata nella primavera scorsa risale al 2014, ha innescato indagini e accertamenti in ogni dove ma solo ora viene infranto l’assordante silenzio delle tante Autorità che per competenza e giurisdizione avrebbero già dovuto dare un segnale di attenzione rispetto quanto emerso.

Sono stati parecchi a lasciarsi andare un sospirato “finalmente!”, che arriva dopo numerose sollecitazioni (giunte da membri del Congresso ma pure da semplici cittadini) a punire Facebook in maniera esemplare per la cinica monetizzazione dei dettagli più intimi della vita dei suoi utilizzatori, anche in spregio ai più elementari diritti fondamentali che spettano a qualsiasi essere umano.

È curioso (ma forse non lo è affatto) che a muoversi – lancia in resta – contro Facebook sia una Autorità “locale” e non la macchina della giustizia federale, i cui uffici sono a dieci minuti a piedi da quelli dell’Attorney General del Distretto.

Molti ricordano che la Federal Trade Commission ha dovuto leggere sui giornali la necessità di intervenire perché Facebook ha continuato imperterrita a non adeguarsi alle prescrizioni di legge in materia di privacy a tutela degli utenti.

Adesso quel che spaventa la corporation di Zuckerberg sono le dichiarazioni di Racine, che ai giornalisti ha spiegato che suoi omologhi di altri Stati hanno manifestato grande interesse a mutuare la sua iniziativa giudiziaria per assicurare la massima protezione dei dati dei loro cittadini.

In proposito non esiste certo un accordo tra gli organi di giustizia dei singoli Stati, né convenzioni o procedure di mutua assistenza o cooperazione, ma una possibile “contaminazione” positiva travalica le formalità e spesso riesce meglio di qualsivoglia agreement.

A fronte dello scandalo dei dati venduti ad Amazon, Netflix e Spotify (esploso contestualmente all’azione di Racine) è stato fin troppo chiaro il deputato democratico americano Frank Pallone, che su Twitter in maniera tanto laconica quanto incisiva ha dichiarato “Sembra che Facebook non sia stato onesto né con il Congresso né con la gente a proposito di come tratta i dati dei suoi utenti”.

Non soddisfatto, Pallone qualche minuto dopo ha risposto al suo stesso tweet per tuonare una precisazione caustica: “Sulla base di queste rivelazioni, ho forte timore che Facebook possa aver fornito al Comitato risposte imprecise, incomplete o fuorvianti alle nostre domande, e noi faremo il follow-up”.

Vedremo cosa succede…

 

 

 

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