Innovazione

Ecco le regioni dove ci sono più assembramenti. Report LogoGrab e Ghost Data

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Che cosa mostra un report di LogoGrab e Ghost Data

Da qualche giorno molti media non solo italiani, grande stampa inclusa, stanno raccontando di uno studio che si è avvalso di tecniche di Intelligenza Artificiale applicate – e dove se no? – alle storie postate dagli italiani su Instagram per misurare il rispetto delle misure di contenimento del Covid-19 decise dal governo italiano.

Condotta da un team congiunto di LogoGrab e Ghost Data in cui ci sono anche tre italiani – Andrea Stroppa, Luca Boschin e Alessandro Prest – la ricerca i cui risultati sono stati pubblicati nel report “Italian COVID-19 Lockdown – Using Visual-AI To Identify Violations” sta però facendo notizia (ma solo nel nostro Paese) con sfumature di cui non vi è però traccia nel post del blog di LogoGrab che presenta le conclusioni dello studio.

Gli analisti di LogoGrab e Ghost Data hanno dato una dimostrazione di come l’AI possa teoricamente essere messa al servizio di istituzioni, in questo caso (per fortuna) democratiche, alle prese con decisioni estreme come il Lockdown di un intero Paese e la soppressione di libertà costituzionali come quella di movimento e di riunione.

E agli uomini che in questo momento sono al timone (e sotto stress), LogoGrab e Ghost Data hanno fornito dunque – insieme ovviamente alle denunce accumulate in questi giorni dalle forze dell’ordine operative sul terreno – un’informazione preziosa, ossia non solo che ci sono italiani che si raggruppano allegramente in giro, ma sono a tal punto irresponsabili da lasciare evidenti tracce digitali del misfatto.

A risultare “positive” – ossia contenenti immagini ove erano presenti assembramenti e comportamenti anomali  – sono circa 2000 storie Instagram delle originali 504,592 attinte da Ghost Data tra l’11 e il 18 marzo (nella prima settimana dunque del Lockdown). Universo che è stato passato al setaccio della piattaforma di Visual-AI di LogoGrab e sottoposto poi ad un ulteriore filtraggio effettuato stavolta da occhi umani.

Nell’appendice del report si possono consultare alcune immagini incriminate, che sono state peraltro anche classificate, con l’ausilio di comodi grafici, per tipologia del comportamento irregolare (sport, passeggiate, shopping, persino prendere il sole) e setting (città, mare, parchi ecc.),

Giacché dal campione originario (le 500 mila storie) sono state espunte tutte le informazioni personali dei titolari dei profili, mantenendo però la possibilità di attribuire ogni devianza alla regione ove si è registrata, ecco che, di tutto il lavoro fatto da LogoGrab e Ghost Data, in Italia ha finito per assumere rilevanza, con tanto di titoli enfatici, il solo grafico che riportava la distribuzione regionale dei casi “positivi” (i famosi duemila gruppetti che, se beccati dalla polizia, si sarebbero beccati la denuncia per inosservanza di provvedimento di autorità):

Peccato che questo grafico, con quel trend ascendente così chiaro che dal valore percentuale prossimo allo zero corrispondente al Friuli Venezia Giulia si inarca fino a raggiungere il picco massimo in Campania impiccata ad un sonoro 19%, induca fatalmente in errore.

Questo grafico non mostra presunte propensioni all’irresponsabilità di campani, lombardi, siciliani ecc. né tanto meno della speculare virtuosità di altri, ma della sola distribuzione per regione dei casi “positivi”.

Insomma, calma col dire che a Napoli fanno così e a Trieste colà. Più sobriamente, nel dare per prima la notizia in Italia quasi una settimana fa, “Prima Comunicazione”, scriveva solo che i “risultati sono che in almeno quattro grosse regioni (Lombardia, Campania, Sicilia, Lazio) la quarantena viene infranta con frequenza”.

Ed è opportuno meditare sulla domanda sollevata da Geoffrey A. Fowler,  tecnhnology columnist del Washington Post, dopo aver descritto la ricerca di LogoGrab e Ghost Data ed altre nel suo articolo (tutto da leggere) intitolato: “Smartphone data reveal which Americans are social distancing (and not)”:

All of these surveillance studies raise a question: Do people realize they’re sharing data about their whereabouts for these purposes?

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