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Dsa, che cosa cambia per Google, Facebook e non solo con l’ok di Strasburgo al Digital Services Act

Idrogeno

Il Parlamento europeo ha approvato una proposta di Digital Services Act, il regolamento per la moderazione dei contenuti pubblicati sulle piattaforme. Ecco cosa prevede, che effetti avrà e quale iter legislativo lo aspetta

 

Giovedì il Parlamento europeo ha approvato con 530 voti favorevoli e 78 contrari la proposta di un regolamento sugli algoritmi delle cosiddette “piattaforme web” e sulla gestione dei contenuti pubblicati. Con il termine “piattaforme” ci si riferisce ai social network (Facebook, ad esempio) o ai marketplace per lo shopping online (come Amazon).

Il nome del testo è Digital Services Act ed è uno dei due pacchetti – l’altro si chiama Digital Markets Act – che dovrebbero permettere all’Unione europea di tenere sotto controllo le grandi aziende tecnologiche straniere e di stimolare la crescita del proprio settore digitale. Le compagnie tecnologiche dominanti in Europa sono essenzialmente statunitensi, e indicate collettivamente come “Big Tech” o “GAFA”: Google (parte di Alphabet), Apple, Facebook (ha cambiato nome in Meta) e Amazon.

COSA SUCCEDE ORA

Per imporsi definitivamente, la proposta approvata giovedì dovrà superare i negoziati con il Consiglio europeo e con la Commissione, dopodiché dovrà venire applicata dai vari paesi membri. La Francia, che dall’inizio di gennaio ha assunto la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea, pensa che si possa raggiungere un accordo finale entro la metà del 2022.

Il Digital Services Act è stato elaborato innanzitutto da Margrethe Vestager, commissaria per la Concorrenza e capo del programma “Europe Fit for the Digital Age”.

L’ambizione di Bruxelles è fare del Digital Services Act un riferimento normativo globale, andando a replicare il successo del GDPR (General Data Protection Regulation), la normativa europea sulla protezione dei dati personali.

COSA PREVEDE IL DIGITAL SERVICES ACT

La proposte principali contenute nella versione attuale del Digital Services Act sono tre: l’istituzione di un meccanismo notice and action per obbligare i proprietari delle piattaforme a rimuovere tempestivamente i contenuti illegali e a contrastare la diffusione delle notizie false; il rafforzamento dell’obbligo per i gestori dei marketplace di garantire l’affidabilità dei venditori; l’obbligo di assicurare la “trasparenza” degli algoritmi (i sistemi che determinano i contenuti e le pubblicità che vediamo su Internet, in breve).

Gli utenti, inoltre, avranno a disposizione maggiori informazioni sul funzionamento dei meccanismi dietro alle pubblicità mirate (quelle che tengono conto dei loro interessi e del loro storico di navigazione su Internet) e più opzioni per negare l’autorizzazione al trattamento dei dati. I minori di età e altri gruppi considerati vulnerabili saranno esclusi dalle pubblicità targetizzate.

MULTE SALATE

Nel caso in cui le aziende tecnologiche non dovessero rispettare gli obblighi di rimozione dei contenuti illegali e controversi, rischiano multe fino al 6 per cento del loro fatturato mondiale. Le piccole e medie società digitali sono escluse da alcune norme, che risulterebbero per loro troppo complesse e onerose da rispettare.

LE CONSEGUENZE PER I MEDIA

Ilias Konteas, direttore di EMMA, l’associazione degli editori europei, ha detto a Repubblica che “è positivo che, dice l’emendamento 513, per cancellare un contenuto legale le piattaforme debbano rispettare la libertà di espressione e la libertà dei media, insomma lo decidono in ultima istanza i tribunali e non loro. Ma è negativo che siano sorte nuove norme sulla protezione dei dati, quando c’è già il Gdpr. Se si ostacolano le pubblicità online si indebolisce l’autofinanziamento dei media”.

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