Innovazione

Cybersecurity e beni culturali non sono un ossimoro

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Che cosa dirò al convegno oggi al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, nell’ambito della tre giorni “Dig.it MiBAC–Il digitale al servizio della cultura”.  L’articolo di Umberto Rapetto, Generale (ris.) della Guardia di Finanza, già comandante del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche

Monumenti, musei e luoghi in cui la cultura trova la sua espressione migliore sono una meta ambita da chi ha coscienza della loro importanza e dell’arricchimento che queste realtà sono in grado di donare generosamente a chi si ferma per ammirarle.

Quegli stessi spazi sono un bersaglio ghiotto per chi non ha coscienza ma forse conosce quella degli altri, per chi non ha scrupoli e sa di poter ferire persone e cose proprio in contesti dove l’odio non dovrebbe trovare manifestazione.

Vandali, ladri, terroristi hanno nel loro mirino il “bello” che un Paese può offrire. La sicurezza dei beni culturali è una priorità per la salvaguardia della serenità, della vita, delle ricchezze artistiche e tutto sommato del nostro futuro che certo non può poggiare sul sangue e sulle macerie.

Le tecnologie, troppo sovente impiegate da chi vuol colpire e fare male, possono coadiuvare il perseguimento degli obiettivi di tutela del patrimonio artistico e culturale, di salvaguardia dell’incolumità del visitatore, di garanzia dell’ordine pubblico e del quieto vivere.

Oggi al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, in seno alla tre giorni “Dig.it MiBAC–Il digitale al servizio della cultura”, si parlerà di cybersecurity e qualcuno andrà subito a pensare magari ad hackers impenitenti o a virus informatici capaci chissà di combinare cosa.

Se si prova a tradurre “cyber security” in “sicurezza globale”, probabilmente ci si accorge che la tematica è senza dubbio attinente anche ai meravigliosi frutti del passato, dell’abilità e dell’ingegno di chi ci ha preceduto, di quel che – in barba all’uno che vale uno – è arrivato a noi perché diverso e migliore di quel che il tempo ha cancellato.

Una Nazione il cui petrolio è la ricchezza delle sue meraviglie architettoniche ed artistiche non può non considerare una difesa a giro d’orizzonte che protegga il forziere – spesso a cielo aperto – e chi ne vuole serenamente fruire.

Non sopporto i convegni, ma ogni tanto ci casco. Credo ancora nei confronti e mi batto perché chiunque possa dare un contributo riesca a farlo, circostanza difficile a concretizzarsi per la ritrosia a trovarsi tra i piedi chi diverge e si ostina a tenere una posizione che ritiene sensata e meritevole di esser presa in considerazione nell’interesse della collettività.

Il tema è di una vastità infinita ed è persino difficile trovarne l’incipit, quasi fosse quel noto punto d’appoggio con cui Archimede avrebbe sollevato il mondo.

Avrò l’opportunità di dire la mia e, visti i tempi comprensibilmente contingentati, mi toccherà scegliere di cosa parlare tra tanti e forse troppi spunti rapidi a balzare in mente.

Forse per deformazione professionale (ho fatto lo sbirro per oltre trent’anni) andrò a concentrarmi sul luogo del delitto, espressione nemmeno tanto fuori luogo se si pensa all’ecatombe del Bardo, che quattro anni fa ha evidenziato che il terrorismo non teme di profanare i luoghi sacri dell’arte, o ai molteplici sfregi inauditi delle milizie dell’ISIS.

La prevenzione, il costante controllo della situazione e il coordinamento delle operazioni conseguenti un evento drammatico possono contare su un ampia gamma di strumenti tecnologici (dalle telecamere alla sensoristica più diversa), la cui dislocazione deve considerare gli spazi destinatari dell’intervento di messa in sicurezza.

La ricognizione è quindi fondamentale e ineludibile. Deve essere fatta immaginando un percorso spaziale e temporale che includa ogni potenziale rischio e che ne permetta la regolare classificazione e attribuzione della corrispondente priorità.

Quasi fosse un reportage, occorre servirsi prima di un “grandangolo” e poi di un “teleobiettivo”. E’ indispensabile cominciare dal contesto urbano, dalla rete di trasporti, dai flussi delle persone, dalle infrastrutture di erogazione dell’energia, dalla distanze dalle strutture ospedaliere, dalla presenza di operatori delle Forze dell’Ordine, dalla copertura telefonica mobile e così a seguire. Poi è necessario avvicinarsi all’esterno immediatamente limitrofo il luogo o l’edificio da proteggere, per giungerne al perimetro diretto.

L’itinerario prosegue nella zona di ingresso al sito che si ha interesse a presidiare (dalla reception fino alle aree commerciali e di servizio al pubblico) e poi ai varchi di concreto accesso per i visitatori e per il personale dello staff che gestisce la struttura. L’avvicinamento continua portando agli spazi espositivi e a quelli di supporto logistico. Sembrerebbe di essere arrivati e invece l’immaginaria perlustrazione continua: le uscite di emergenza, i percorsi di evacuazione, le vie per i mezzi di soccorso, le zone riservate alla movimentazione di persone (ferite e non) sono il punto di arrivo.

Il tutto è traversato diametralmente dal soddisfacimento dell’esigenza di comunicazione, precisa, adeguatamente ridondante, costante e non interrompibile, efficiente ma anche efficace.

Senza sviscerare nulla di elettronico si può parlare di “cyber” perché abbiamo detto vada letto come sinonimo di “globale”. Molto banalmente la cybersecurity è l’avere tutto sotto controllo. Un privilegio raro, come la corda d’oro di Geordie nella lirica di De Andrè.

@Umberto_Rapetto

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