Innovazione

Cybersecurity: davvero non dobbiamo prendere esempio dagli altri?

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Il commento di Umberto Rapetto, Generale (r) della Guardia di Finanza, per oltre dieci anni comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico delle fiamme gialle

Vorrei parlare in pubblico di pallanuoto, poi mi rendo conto di non esser nemmeno capace di stare a galla ed evito performance dialettiche che potrebbero veneficamente ritorcersi contro di me.

Vorrei che in egual maniera chi ricopre un incarico istituzionale si sottraesse alla tentazione di intraprendere allocuzioni su tematiche che poco gli appartengono. Gli investiti da un ruolo di spicco dovrebbero astenersi dal trattare argomenti che poco conoscono direttamente e che vengono loro preparati da collaboratori la cui estrazione professionale e culturale è a distanze siderali dall’effettiva competenza.

La situazione non consente di baloccarsi prendendo a pretesto il termine “cyber” perché lo si è sentito profferire (magari fuori luogo) in qualche chiacchiera da salotto annoiato.

Ho letto dichiarazioni estrapolate da un recente convegno del sodalizio nazionale dei “giovani innovatori” e, incredulo delle righe che avevo dinanzi, ho stropicciato gli occhi e preso a pizzicarmi parti sensibili per esser certo di esser desto.

Ho preso atto dell’invito a “fare attenzione alle esterofilie, evitando proposte di adozione di modelli stranieri, formulate senza porsi il quesito se le nostre strutture siano adeguate all’accoglimento di tali modelli“. Questa frase l’ho azzoppata dopo la parola “adeguate”. E mi sono chiesto “se le nostre strutture siano adeguate” a prescindere da qualsivoglia format gli si voglia rifilare, ma semplicemente in riferimento al quadro poco confortante in cui versa il Paese.

Ho cominciato ad occuparmi di cyber crime nel 1986 e, pur non brillando di capacità, ho comunque oltre “quarant’anni di duro lavoro, quarant’anni in mezzo a queste quattro mura scolastiche…” come diceva il professor Aristogitone nel mitico happening radiofonico di Alto Gradimento. Ascoltavo Arbore e Boncompagni dall’ultimo banco alla Scuola Militare Nunziatella, spiegando ai professori che mi “sgamavano” che la radio che si sentiva era quella dei militari in servizio al piano terra della caserma. Ai docenti ho raccontato ripetutamente baggianate frastornanti, circondato da “complici” di eguale abilità narrativa.

La finzione però non porta lontano e – marachelle a parte – ho compreso fin da allora (eravamo a metà degli anni settanta) che serietà e impegno dovevano essere la benzina del mio motore. Ho capito nel 1976 che non serviva essere il più bravo perché bastava una sorella da far sposare al tenente o un padre generale per avviare la propria carriera con “una marcia in più”, ma non mi sono arreso mai fino ad esser costretto ad interrompere la mia corsa in divisa per eccessiva coerenza e sgradita operatività.

Sono sopravvissuto all’oblio che folgora chi “va in pensione”, aggrappato come un free climber agli appigli della professionalità. Proprio per questo non riesco a capire il senso di chi parla senza conoscere davvero problematiche che nemmeno chi le ha vissute riesce a trattare con quella leggerezza.

Non mi spaventa l’esterofilia, perché sono convinto ci sia sempre da imparare da chiunque. Mi terrorizza l’autarchia culturale, specie quando non poggia su “virtute e conoscenza”. Mi agghiaccia chi pensa di vestire d’orbace le soluzioni che potranno salvarci. Mi addolora riascoltare quel che Esopo e Fedro, rispettivamente in latino e in greco, hanno narrato a proposito della volpe e dell’uva.

D’accordo, era solo un convegno. Ok, chissà cosa e come hanno interpretato e scritto i reporter e poi lanciato le agenzie. Ma forse, invece di reiterare l’ostentazione di un poco sincero “tutto sotto controllo”, varrebbe presentare dinanzi alla platea e dire la verità, tutta la verità e soltanto la verità.

È certo che non c’è bisogno di copiare dagli altri o di mutuarne le soluzioni. Ma allora bisogna smettere di chiacchierare, di leggere discorsi scritti da altri, di trafiggere gli astanti con slide prive di alcun valore aggiunto, di coniugare inesorabilmente i verbi al futuro con i consueti “faremo”, di sedare l’opinione pubblica con rassicuranti proclami.

Tutto quel che si dice o si scrive (ne so qualcosa) rimane scolpito nell’immateriale roccia della Rete. La memoria è come i peperoni. Torna su.

E un domani (speriamo mai) determinate asserzioni saranno smentite da eventi irrimediabili e qualcuno – giochicchiando con Google o quel che sarà – si chiederà chi mai avesse profferito certe cose.

Nel 1990 il titolo di un mio libro, “Il tuo computer è nel mirino”, fece sorridere molta gente. E che non ci fosse granché da sghignazzare lo hanno dimostrato i fatti.

L’erba del vicino non sarà più verde, ma la tabula rasa del nostro prato non può renderci orgogliosi.

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