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Cosa cambia per Google, Facebook e non solo con Digital Market Act e Digital Service Act

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Fatti, tempi, commenti e analisi su Digital Market Act e Digital Service Act, il pacchetto legislativo presentato dalla Commissione europea

Dma e Dsa. Sono acronimi che in Italia alla maggior parte della gente non diranno nulla, visto che il nostro Paese si è tenuto abbastanza alla larga dal dibattito europeo che ha portato al parto di questi due nuovi testi normativi. La Francia, invece, ha giocato un ruolo di vera protagonista. Si tratta di corpus legislativi che, secondo molti analisti, hanno del rivoluzionario e non solo in quanto aggiornano una normativa sul mercato unico digitale rimasta ferma al 2000, due o più secoli fa quando si parla di servizi Internet, ma anche perché rappresentano la prima, vera, concreta, risposta unitaria alle Big del Web (solitamente statunitensi o cinesi). Come spesso accade, come tutti i testi di rottura, anche Dma e Dsa, ovvero Digital Market Act e Digital Service Act, per molti osservatori sono frutto di compromessi al ribasso. La presentazione stessa del pacchetto, a causa delle frizioni in seno all’Ue che hanno portato a numerosi cambiamenti dell’ultimo minuto, è avvenuta solo nella tarda giornata di ieri. Ma andiamo con ordine.

COSA PREVEDONO DIGITAL MARKET ACT E DIGITAL SERVICE ACT

Le novità maggiori del doppio pacchetto Digital Market Act e Digital Service Act riguardano la possibilità, per i Paesi europei, di procedere con multe dal 6 al 10% nei confronti dei colossi del Web (dopo vedremo meglio) del loro fatturato annuo realizzato in Europa qualora non rispettino le regole sulla concorrenza Ue e la gestione dei contenuti diffusi online.

COSA SUCCEDE IN CASO DI RECIDIVA

Dato che è già successo che le grandi aziende statunitensi e cinesi ignorassero le multe comunitarie, preferendo pagarle anziché cambiare strategia di mercato, secondo la proposta – come prevede il Digital Market Act – le Big Tech multate tre volte in cinque anni saranno considerate “recidive”e l’Ue potrà prendere provvedimenti per separare strutturalmente le loro attività europee.

CHI METTONO NEL MIRINO?

Il Digital service act (Dsa) è il pacchetto legislativo che regolamenterà le piattaforme digitali online, inclusi i marketplace, i social media, i motori di ricerca, i videogiochi e altri servizi internet. Il criterio di individuazione tiene conto innanzitutto del numero degli utilizzatori nel mercato europeo e dell’estensione del business. Quanto alle condotte che intende arginare, sono la diffusione di contenuti reputati nocivi su Internet (es. i post di odio su Facebook, ma allargando lo zoom vi rientrano terrorismo, pedopornografia, stalking, revenge porn, ecc…), garantendo nel contempo il rispetto della libertà d’espressione dei cittadini comunitari. Previsto a tal scopo un meccanismo su più livelli che permetterà da un lato agli utenti di segnalare contenuti che le piattaforme dovranno vagliare (avranno ovviamente l’obbligo giuridico di procedere), dall’altro uno opposto tramite il quale gli stessi utenti possono contestare una rimozione. Una sorta di processo d’appello per le rimozioni ritenute illegittime, insomma. Un po’ come già accade nel fact cheking, i social saranno sottoposti a organi di controllo indipendenti che valuteranno i rischi e sulla base di dati valuteranno il contenuto.

L’ALGORITMO DELL’ADV DIVENTA VISIBILE?

Altra grande novità riguarda la necessità di rendere pubblicizzabile l’algoritmo che fa apparire réclame online mirate a seconda dei gusti degli internauti. Facciamo un esempio: visitate un sito di caccia e pesca e poi, tornando su uno generalista, trovate banner di esche e giubbotti mimetici. O, ancora, effettuate un pagamento online di un costume da bagno e iniziate a essere subissati di advertising sulla moda mare… Il giochino, tanto semplice quanto subdolo, traccia di fatto i gusti dell’utente e dopo un po’ di clic su Internet dello stesso è in grado di tracciarne un profilo più aderente di quanto potrebbe fare chi conosce quell’individuo da una vita. Digital Market Act e Digital Service Act non lo vieteranno ma lo renderanno visibile: l’Adv stessa dovrà dire infatti in base a quali ricerche pregresse dell’internauta vengono visualizzate quel tipo di offerte. Diventa poi obbligatorio anche il tracciamento degli utenti business, coloro che utilizzano i propri profili online per vendere un servizio o un prodotto. Si aprirà una sorta di albo per arginare compravendite di merce illegale.

DIGITAL MARKET ACT E I GATEKEEPERS

C’è chi sostiene che il nuovo pacchetto di norme abbia messo nel mirino Amazon, Google (con i suoi mille servizi, sempre più stringenti) e i social, a iniziare da Facebook. È innegabile che sia così. Del resto l’ultima norma comunitaria in tal senso, datata 2000, non li teneva in considerazione per il semplice fatto che queste realtà o non esistevano, o facevano ben altro (Google si limitava a fare il motore di ricerca, Amazon a vendere libri online) risultando di gran lunga più modeste di quanto non siano oggi. Per usare il linguaggio tecnico del legislatore europeo, tutto ruota attorno al concetto del «gatekeeper», ovvero soggetti che, negli ultimi 3 anni, abbiano avuto un fatturato annuo nel Vecchio continente di almeno 6,5 miliardi di euro o in alternativa un valore di mercato di 65 miliardi e almeno 45 milioni di utenti mensili o 10.000 utenti business annuali. «Non diciamo che» le Big Tech «sono troppo grandi, ma che più le società sono grandi, più devono rispondere a obblighi e responsabilità», sostiene il commissario Ue per il mercato interno, Thierry Breton.

LA REPLICA DELLE BIG

«Nei prossimi giorni esamineremo le proposte della Commissione, ma ci preoccupa che possano essere mirate a un gruppo ristretto di aziende». Così Google sulle due iniziative legislative di Bruxelles. Secondo Karan Bhatia, vicepresidente degli affari governativi e delle politiche pubbliche di Google, queste norme rischiano di «rendere più difficile lo sviluppo di nuovi prodotti a sostegno delle piccole imprese in Europa». Facebook, a sorpresa, accoglie positivamente le novelle legislative, preferendo però attaccare Apple: «Ci auguriamo che il “Digital Market Act” definisca anche i confini per Apple, che usa il suo potere per danneggiare sviluppatori e consumatori e grandi piattaforme come Facebook».

DIGITAL MARKET ACT E DIGITAL SERVICE ACT SONO LEGGE?

No. Perché diventino legge, il Digital Market Act e il Digital Service Act devono essere approvati dal governi dei 27 Stati membri dell’Unione europea e dal Parlamento europeo. Margrethe Vestager, vice presidente e responsabile Antitrust, spera che l’iter per approvare le nuove norme «sia il più veloce possibile» e serva «un anno e mezzo» e «altri 6 mesi perché il regolamento entri in vigore». Se tutto va bene, insomma, il Digital Market Act e il Digital Service Act entreranno in vigore solo tra 2 anni: il pacchetto rischia cioè di essere finalizzato quando, nel frattempo, il mercato sarà nuovamente cambiato. Ma non solo: l’Ue dovrà difendersi dalle sirene e dalle pressioni delle big del tech. La pensa così Claudio Giua, direttore dello sviluppo e innovazione del Gruppo Editoriale L’Espresso dal 2009, su HuffPost: «La potenza di fuoco delle Big Tech è adeguata alla guerra che s’annuncia come la più cruenta della storia dell’antitrust. Secondo thegoodlobby.it, le munizioni che Amazon, Google, Apple, Facebook eccetera useranno contro Margrethe Vestager e Thierry Breton sono l’eccezionale aumento della spesa per le azioni di lobbying, la voluta opacità in termini di finanziamento (da intendersi come capacità di influire sui decisori dell’Unione Europea), un’aggressività senza precedenti, lo sfruttamento pieno della notorietà dei propri marchi».

COSA DICE TAX LADY

Nel periodo di massimo contrasto tra l’America di Donald Trump e l’Unione europea, Vestager, la Commissaria danese per l’Europa digitale che abbiamo imparato a conoscere per le multe milionarie imposte a Google e le indagini su Apple e Amazon, era stata soprannominata Tax Lady dall’ormai uscente presidente statunitense. Ovviamente, il tycoon che, sull’abuso di ruoli dominanti ha fondato il proprio impero, non intendeva certo farle un complimento.

 

Ma questo la dice lunga sul carisma della commissaria del Nord Europa, che ha salutato così Digital Market Act e il Digital Service Act: «Saranno come i semafori per le auto: metteranno ordine nel caos» Vere e proprie «pietre miliari nella strada verso un’Europa adeguata all’era digitale». In quanto, promette Vestager, «d’ora in poi la concorrenza tra aziende online sarà equa come quella offline. D’ora in poi quello che è vietato offline sarà vietato anche online».

 

LE SPINTE DELL’EDITORIA

Sul nuovo pacchetto normativo puntano soprattutto gli editori che nei giorni scorsi avevano chiesto alla Commissione europea di inserire regole ulteriori nel Digital market act (Dma) per ristabilire la giusta concorrenza sul mercato online e fare in modo che le piattaforme rispettino i loro diritti sui contenuti condivisi sul web. In particolare, gli editori chiedono di garantire un’implementazione effettiva dell’articolo 15 della direttiva europea sul copyright che garantisce il diritto degli editori di giornali su tutte le pubblicazioni online dei loro contenuti. Carlo Perrone, vicepresidente di Gedi, editore di Repubblica, e membro del Consiglio dell’Enpa, ha commentato: «Andiamo nella giusta direzione, ma ci sono delle lacune. Bisogna consentire, e non vietare, ad ogni Paese di potere implementare la direttiva sul copyright introducendo obblighi più stringenti e sanzioni in caso di mancato accordo con le piattaforme, prevedendo mediazioni delle autorità antitrust, altrimenti i negoziati restano in stallo come è avvenuto in Francia. È poi necessario introdurre l’obbligo in capo alle Big Tech di condividere i dati sul traffico prodotto dai contenuti editoriali e infine auspichiamo la cancellazione dell’obbligo di rimozione dei contenuti di terzi in capo all’attività giornalistica, già regolamentata».

I PRIMI COMMENTI A CALDO DEI GIURISTI

«La rivoluzione è che la Commissione, riconoscendo la specificità del digitale, stabilisce norme ad hoc che individuano ex ante i “gatekeepers”, cioè i “custodi” che controllano l’accesso alle piattaforme», dice oggi Luciano Di Via, responsabile antitrust per l’Italia dello studio legale Clifford Chance, sul Corriere della Sera. Insomma «la Commissione certifica che questi soggetti hanno una pericolosità elevata e le regole generali sulla concorrenza non bastano per impedire pratiche commerciali sleali, perciò diventano “sorvegliati speciali”». Sempre sul fronte giuridico, Giovanni Pitruzzella, ex presidente Antitrust, e Antonio Nicita, ex commissario Agcom, sul Sole 24 Ore di oggi, sottolineano come “il punto di frontiera, forse più innovativo”, riguardi “la centralità dell’algoritmo e dello spazio informativo in cui il consumatore esprime la sua doppia libertà: nella scelta dei contenuti e del grado di esposizione della propria attenzione alla esposizione dei propri dati e alla selezione ’passiva’ operata dall’algoritmo. La trasparenza degli algoritmi e lo spazio di scelta dell’utente erano stati enfatizzati, in Italia, dall’indagine congiunta di AGCM, AGCOM e GPDP. La Commissione muove, qui, un passo importante, e irreversibile, verso questa direzione, mostrandoci anche il trade-off tra l’efficienza dell’algoritmo nel far incontrare domanda e offerta di contenuti e i fenomeni di polarizzazione e auto-selezione che sono alla base delle strategie di disinformazione, hatespeech e altri contenuti ’illegali’, inclusa la pirateria online, la cui diffusione pure si punta a contrastare. Attraverso processi decisionali aperti alla consultazione con tutte le parti e alla valutazione degli impatti, e con un nuovo disegno istituzionale per la governance dell’ecosistema digitale, l’Europa si è candidata al ruolo di standard setting a livello globale. E questa è una buona notizia”.

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