Innovazione

Copyright, l’Italia traballa. Ecco perché

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Non è certo un mistero che la tutela del Copyright vada di pari passo con il progresso tecnologico di un Paese. Quelle che arrivano dal report annuale International Property Rights Index non sono quindi buone notizie per l’Italia. Ma andiamo con ordine.

ULTIMI NELLA CLASSE IN COPYRIGHT

L’edizione 2019, presentata in Italia dal think tank Competere, vede il nostro Paese sprofondare al 46esimo posto (qui la nostra pagella). Nel 2014 eravamo 40esimi. Con la nostra sufficienza stiracchiata (6.1) non solo siamo ben distanti dai primi della classe, ovvero Finlandia (8.7), Svizzera (8.5), Nuova Zelanda (8.5), Singapore (8.4) e Australia (8.3), ma anche dagli altri Paesi del G7 (7.9 punti di media). Come si diceva, c’è dunque una forte correlazione tra la tutela del Copyright e le economie maggiormente avanzate. Anche se, nel caso dell’Italia, ci superano diverse nazioni non particolarmente tecnologiche, come per esempio il Bahrein e la Giordania.

Classifica Copyright 2019

LE CRITICITÀ

Come rileva Competere, l’Italia risulta insufficiente nella stabilità politica e nel garantire efficienza ed efficacia della giustizia civile (punteggio 5.4). Scarsi i risultati anche nella tutela della proprietà fisica (punteggio 6.1). Va un po’ meglio (circa 6.78) nella tutela del Copyright grazie anche alle agevolazioni derivanti dal cosiddetto patent box.

I PERICOLI LEGATI ALLA VIA DELLA SETA

Ma Competere si sofferma anche sui rischi legati alla Belt and Road Initiative. Del resto, quando si parla di Copyright si parla necessariamente di contraffazione. Il fenomeno, secondo l’ultimo report dell’OCSE disponibile, nel 2015 ha sottratto alle imprese italiane non meno di 24 miliardi di euro e, stando all’approfondimento del think tank, nel prossimo futuro potrebbe persino peggiorare “facendo dell’Italia un punto di transito verso l’Europa per nuove merci contraffatte e danneggiando le imprese nostrane”. “Nel Memorandum firmato dal precedente Governo Conte – scrivono gli analisti di Competere – l’aspetto della proprietà intellettuale è stato affrontato in modo superficiale e potrebbe essere un grave errore. Basti pensare che dalla Cina e dall’hub internazionale di Hong Kong provengono rispettivamente il 37% e il 30% dei prodotti contraffatti, che finiscono per circolare in Italia ed in Europa”.

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