Innovazione

Come riaprire la scuola

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Covid, l’Europa e l’idea di una scuola nuova. L’intervento di Isabella Lorusso

L’anno scolastico è ufficialmente finito e gli studenti italiani a scuola non sono più tornati. Quando si è deciso di chiudere le scuole la prospettiva era quella di ritornare tra i banchi dopo due settimane. Ma, in una lenta agonia, di due settimane in due settimane, si è arrivati a concludere l’anno scolastico con la DAD, mentre dal ministero dell’istruzione non arrivava una dichiarazione ufficiale a tal proposito.

Nei momenti iniziali della emergenza sanitaria — in cui molto poco si sapeva del virus — i timori che hanno portato a questa decisione erano tanti, ma uno in particolare preoccupava più di tutti: l’ipotesi che i bambini potessero trasmettere il virus in maniera inconsapevole poiché nella maggior parte dei casi privi di sintomi. E non bisogna dimenticare che scuole aperte significa anche adulti che si spostano, spesso con i mezzi pubblici, aumentando la possibilità di diffusione del virus.

Così in tutta Europa (fatta eccezione forse solo per la Svezia) abbiamo assistito alla stessa modalità di azione, almeno all’inizio. Ma mentre in Italia oggi si litiga furiosamente su quando e soprattutto su come riaprire, in diversi stati europei molti studenti sono riusciti a tornare tra i banchi prima della pausa estiva.

La nazione più tempestiva è stata la Danimarca, che ha riaperto le scuole già il 15 aprile facendo rientrare in classe gli alunni delle scuole primarie e dell’infanzia, cioè i bambini fino agli undici anni di età e ritardando l’inizio al 18 maggio per gli studenti delle superiori. In un Paese in cui c’è la più alta percentuale di genitori occupati e lavora l’85 delle donne con figli piccoli (contro il 55% dell’Italia e il 60% della media europea), tenere le scuole chiuse ancora a lungo era impensabile.

Nonostante ad aprile gli studi sulla trasmissione del Covid tra i bambini non fossero moltissimi, il governo danese ha compreso la necessità dei genitori di fare affidamento sulla scuola pubblica e ha deciso di riaprire. Fornendo però delle regole precise: ingressi scaglionati, classi divise a metà in modo da avere circa dieci bambini per ogni stanza, lavaggio delle mani ogni ora e mezza, niente mascherine né plexiglas, distanze di sicurezza sia in classe sia in mensa, lezioni e intervallo all’aperto quanto più possibile.

Con buona pace dei virologi, la riapertura delle scuole non ha generato un aumento significativo di contagi. Va detto comunque che se la Danimarca ha riaperto così presto e in sicurezza le scuole è perché aveva tutte le carte in regola per farlo: aule, palestre e giardini abbastanza grandi per mantenere le distanze, risorse adeguate per assumere nuovi insegnanti e piani di studio abbastanza fluidi da essere adattati alle nuove esigenze.

Il 27 aprile è stata la volta della Germania che ha deciso di riaprire le scuole in maniera graduale dando la priorità ai maturandi. Il 4 maggio poi è toccato agli studenti che stanno per concludere un ciclo scolastico. In Germania la competenza sull’istruzione è quasi esclusiva dei sedici Länder federati, a cui Angela Merkel ha dato ampi margini di manovra per la gestione della ripresa. Ogni stato federato quindi si è mosso in modo autonomo ma ha avuto come riferimento alcune regole generali: classi divise a metà, lezioni articolate su turni — con conseguente apertura prolungata delle scuole e alternanza di lezioni in presenza e online — percorsi a senso unico tracciati nei corridoi, orari scaglionati per l’ingresso e per la pausa pranzo in modo da evitare assembramenti. Per ultimi ci sono stati gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Nel frattempo il governo tedesco garantisce un servizio per i figli di genitori che lavorano fuori casa.

I francesi invece hanno intrapreso un percorso di riapertura graduale delle scuole dall’11 maggio spalmandolo sulle tre settimane successive. Ulteriore criterio per la scelta è stato l’andamento dell’epidemia nelle singole regioni. Anche qui classi dimezzate in modo da avere 15 alunni per ognuna, ma insegnanti e ragazzi sopra gli undici anni devono indossare una mascherina. Sebbene inizialmente il governo avesse concesso ai genitori la facoltà di scegliere se mandare i propri figli a scuola o meno, è di qualche giorno fa la decisione di rendere obbligatorio il rientro per bambini e ragazzi fino ai 15 anni di età.

Ad oggi 17 paesi europei su 22 hanno riaperto le scuole cercando di ristabilire un delicato equilibrio tra tutela della salute, diritto allo studio e prevenzione dei rischi economici e sociali che una chiusura prolungata delle scuole comporta. Disuguaglianze economiche, episodi di violenza domestica, abbandono scolastico e problemi legati alla socialità di bambini e adolescenti sono solo alcuni di questi.

Riaprire le scuole significa da un lato comprendere questi rischi e dall’altro rimarcare l’importanza che l’istituzione scuola ha nelle nostre società. E significa anche mettere alla prova i propri sistemi scolastici e riadattarli, o addirittura trasformarli radicalmente, se necessario.

E in Italia? È inutile dire quanto la pandemia abbia fatto da lente d’ingrandimento per problemi che affliggono il nostro sistema scolastico da decenni. Sulla riapertura delle scuole però  non è ancora stata detta l’ultima parola. Nell’ultima intervista rilasciata alla Stampa,  il ministro Azzolina ha spiegato di dover fare i conti con i “paletti” del Comitato Tecnico Scientifico e da genitori e presidi, da una parte e dall’altra con il ministro Gualtieri sugli investimenti necessari per la ripartenza di settembre.

Il Piano Scuola 2020-2021 presentato dal Governo sembra andare nella direzione della riapertura. Si parla di smembramento delle classi in gruppi più piccoli e diversificati (si pensa anche di mettere insieme bambini di età diverse), di accorpamento delle singole materie in ambiti disciplinari più ampi, di lezioni articolate su turni, di utilizzo di spazi esterni per svolgere lezioni e altre attività in collaborazione con le realtà dei territori. Andrà così?

Eppure, ben prima di quanto annunciato dal Governo, il Piano Scuola di Ricostruire, l’iniziativa lanciata da un gruppo di imprenditori e accademici per ripartire in sicurezza dopo il lockdown, andava già in questa direzione. Veniva proposto di suddividere le classi in piccoli gruppi di massimo 8 alunni, di alternare lezioni in aula, in casa, nei luoghi della cultura e all’aperto, di estendere le attività didattiche anche al sabato mattina. Ma sono trascorsi due mesi da quando queste proposte sono state fatte al Governo.

La domanda allora diventa, perché non far diventare questa scuola quella del futuro? Perché non trasformare il post Covid in un punto di partenza per riforme strutturali che ci permettano di abbandonare modelli scolastici ormai obsoleti? Tornare a scuola in sicurezza si può, e l’Europa ce l’ha dimostrato.

Ci riusciremo?

(Isabella Lorusso è laureata in Antropologia culturale, si occupa di editoria e fa parte della redazione di Ricostruire) 

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