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Spazio, ecco come Draghi ha riformato l’Asi

Asi

Che cosa non funziona ancora nell’assetto dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) dopo l’intervento del governo. Il commento di Paolo Chersei

 

Che qualcosa di profondo nello spazio italiano non funziona è finalmente arrivato alla cima della piramide governativa nazionale visto che il Governo Draghi, nel mettere mano al provvedimento Pnrr 2, ha rimaneggiato anche la governance dell’Agenzia spaziale italiana. L’operazione avviene con la consuetudine dell’Italia, sempre fedele alla lirica del principe di Salina secondo cui «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» ma non possiamo che esserne comunque compiaciuti perché è vero, per adesso si stanno ancora compiendo i minuscoli passi ma… la saggezza cinese di Lao Tsu (VI sec. a.C.) ci ha insegnato che «ogni lungo percorso inizia con un primo passo». Speriamo di non fermarci troppo presto.

E così, incamerati i soldi connessi al raggiungimento dei 51 obiettivi Pnrr del 2021 — parliamo di 21 miliardi di euro — il governo italiano deve proseguire nell’attuare il programma di riforme, investimenti e misure economiche e sociali, secondo i dettati pattuiti.

E in questo blocco è uscita anche una posizione innovativa riguardante l’amministrazione dell’Asi che rientra, evidentemente nell’impegno per innalzare l’efficacia delle politiche pubbliche. Nello specifico, estraendo dal poderoso documento che è costato due ore e mezza di riunione a Palazzo Chigi, la riforma dell’Asi andrebbe a posizionare gli affari istituzionali dello spazio nazionale su un piano più veloce di quanto accaduto fino ad ora, perché i programmi di ricerca coordinati dal Ministero dell’Università hanno risentito di ritardi dovuti ad una burocrazia distante anni luce dalle esigenze dello spazio. E così ora si punta a semplificare e accelerare la realizzazione sia dei progetti in materia spaziale e aerospaziale attribuiti all’Agenzia ma anche quelli coordinati dal dicastero di Maria Cristina Messa. Provvedimenti più volte sollecitati da diversi organi di stampa, specie da quelli che pur osservando in sordina quanto accade nei piani alti della politica, centrano gli obiettivi osservati.

Ora, a parte la maestosità fin troppo megalomane dei palazzi in cui l’agenzia dello spazio italiano muove i suoi passi, più volte si è indicato che se il Consiglio dei Ministri avesse preso qualche idea da un fratello (molto) più grande quale può essere la Nasa, avrebbe potuto semplificare già da un pezzo i suoi processi con funzioni strettamente tecniche, gestionali e operative, mirate a supportare l’azione del comitato interministeriale e a dare attuazione alle sue decisioni con un amministratore — piuttosto che un presidente — che riporti direttamente al premier. Riducendosi la complessità burocratica delle linee decisionali, ora spalmate su più organi istituzionali, una nuova Asi avrebbe una struttura flessibile, semplificata e mirata alla produttività dei processi di gestione degli appalti e delle varie procedure di affidamento che si dovranno utilizzare per la realizzazione dei programmi spaziali.

In Europa stiamo assistendo con preoccupante inerzia alle dinamiche di spartizione franco-tedesche che senza opposizione lasceranno l’Italia fuori dai futuri assetti spaziali. L’aggressione della Russia all’Ucraina sta evidenziando ancor più questa tendenza, ovviamente prima di tutti il settore miliare, così come all’ombra dell’ESA, sempre più prostrata ai piedi della Francia, si sta perdendo ogni forza di iniziativa nei confronti del nostro alleato spaziale storico, gli Stati Uniti. Pertanto, quando il governo parla di accelerazione, dice proprio giusto!

Sul piano strettamente funzionale, se è vero che la norma voluta da Draghi prevede che sia il presidente del Consiglio o il ministro o sottosegretario delegato ad esercitare i poteri di indirizzo, coordinamento, programmazione e vigilanza, ci domandiamo come ne uscirà Asi da quella diarchia in essere tra il ministro per l’innovazione tecnologica Vittorio Colao e Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico. Basterà che il presidente del Comint sia affiancato dall’avvocato Giovanni Cinque, molto vicino a Matteo Salvini per sciogliere tutte controversie tra le due primedonne?

A fronte di questa riforma, riteniamo che il bastimento stia ancora intrappolato da un guado troppo basso: perché è vero, con le ultime decisioni prese dal CdM, la nomina del presidente dell’Agenzia passa a Palazzo Chigi, ma sosteniamo che l’incarico deve essere affidato a personale in grado di saper prendere le decisioni che competano ad un leader pur attenendosi rigorosamente alle posizioni dell’esecutivo.

Ma le funzioni attuali secondo il decreto restano in carica fino alla naturale scadenza del mandato. È come se qualcuno avesse avvertito di un incendio ad un servizio… chiuso per ferie!

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