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Ecco quanto guadagneranno Tim, Cdp, Leonardo e Sogei con il Cloud Pa

Cdp Cloud

Tutti i dettagli sul piano economico-finanziario della cordata composta da Tim, Cdp, Leonardo e Sogei per il Cloud della Pubblica amministrazione con gli auspici del governo

Avete mai visto investire 130 milioni in un’azienda che promette di restituirne, in 13 anni, il doppio in termini di dividendi per gli azionisti? Interessante, vero? Soprattutto se questi risultati si accompagnano a un rischio d’impresa molto basso, poiché i clienti di questa azienda sono obbligati a usufruire dei suoi servizi, garantendogli un sostanziale monopolio.

Se a questo ci aggiungete che l’azionista di maggioranza di tale società è costituito da tre imprese a controllo pubblico come Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), Leonardo (ex Finmeccanica) e Sogei, e l’azionista di minoranza (45%) risponde al nome di TIM (di cui la francese Vivendi è il primo azionista), allora la curiosità non può che aumentare.

Da giorni, questa cordata appare la più solida candidata a ricevere dal Ministero dell’innovazione tecnologica la concessione per sviluppare e gestire il Polo Strategico Nazionale (PSN), una piattaforma digitale unica (il cosiddetto cloud di Stato) su cui fare migrare e convergere tutti i dati e le applicazioni della pubblica amministrazione centrale e locale, attualmente dispersi su più piattaforme con requisiti di sicurezza spesso insufficienti, come testimoniato dall’attacco hacker subito dai sistemi informatici dalla Regione Lazio ad agosto. A disposizione di questo progetto, il PNRR, finanziato con il debito emesso dalla Commissione UE, prevede circa € 2 miliardi (investimenti 1.1 e 1.2) nell’ambito della misura che riguarda la digitalizzazione della PA con investimenti complessivi per 9,8 miliardi.

Da martedì sera, tale proposta è sul tavolo del ministro dell’innovazione tecnologica Vittorio Colao, quasi in contemporanea rispetto all’approvazione di una proposta alternativa da parte dei cda di Almaviva e Aruba.

Considerato che si tratta di un asset di alta rilevanza strategica, il ministro Vittorio Colao ha pensato di ricorrere al partenariato pubblico-privato, con una società soggetta a controllo, vigilanza e monitoraggio pubblico in posizione di maggioranza relativa. Il rischio che entrino nella gara fornitori extra-UE è infatti troppo elevato.

Da alcuni mesi il settore dei potenziali fornitori è in fermento poiché gli operatori privati interessati si sono messi alla ricerca di un partner pubblico, a cui associarsi per potersi candidare a ricevere la concessione.

Il sasso nello stagno è stato gettato lo scorso 16 settembre con un articolo apparso sul Fatto Quotidiano in cui si dà conto di presunte pressioni esercitate dal governo per escludere un altro potenziale concorrente, ovvero la partnership tra l’Istituto Poligrafico dello Stato e Fastweb. In particolare, sarebbe partita una telefonata dall’ufficio del gabinetto del ministro dell’economia Daniele Franco per “invitare” il Poligrafico – società controllata da via XX settembre – a sfilarsi dalla cordata. La volontà del governo, desumibile da quell’intervento, sarebbe quella di far prevalere la cordata capeggiata da CDP. Nello stesso articolo si riferisce dell’ovvio sconcerto da parte di Fastweb, che aveva lavorato da luglio alla proposta e che avrebbe chiesto al Poligrafico di confermare in forma scritta l’abbandono del progetto.

L’articolo non è passato inosservato e il giorno stesso il Poligrafico ha pubblicato una “nota di precisazione”. Ha confermato che il lavoro di “valutazione esplorativa” con Fastweb durava da due mesi attraverso un “apposito gruppo di lavoro” e, poiché due società di quel livello non affrontano progetti di tale levatura chiacchierando in piedi al bar, è verosimile dedurre che tale esplorazione avesse coinvolto importanti risorse manageriali e consulenziali. Ma, soprattutto, lascia perplessi – “prova troppo” direbbero gli avvocati – che la decisione del Poligrafico di abbandonare il progetto sia avvenuta “nel quadro della sua autonomia gestionale”. Vogliono forse convincerci del fatto che un progetto di tale portata non abbia visto il coinvolgimento del MEF, azionista di controllo? E poi: com’è possibile che ci siano voluti due mesi di lavoro per scoprire di avere “una diversa visione circa le eventuali collaborazioni con partner internazionali” e quindi decidere di non sottoporre la proposta al ministro Colao? In genere sono impostazioni strategiche che vengono fuori già alla prima riunione, o no?

Domande che avremmo voluto porre direttamente al management del Poligrafico che, da noi contattato, ci ha risposto, non senza qualche imbarazzo, di non avere altro da aggiungere rispetto a quanto già precisato nella nota del 16/9.

Dello stesso tenore la posizione espressa da Fastweb che, alle nostre richieste, ha opposto un cortese ma fermo “no comment”.

A dispetto di queste posizioni, fonti riservate a cui abbiamo avuto accesso confermano la versione dei fatti così come pubblicata sul Fatto Quotidiano e presto sia Franco che Colao dovranno rispondere ad un’interpellanza urgente in questo senso, depositata alla Camera mercoledì 22, a firma del deputato ex M5S Raphael Raduzzi e altri 29 suoi colleghi.

La proposta presentata a Colao era stata approvata, rispettivamente il 22 e 23 settembre, dai consigli di amministrazione di CDP e TIM – si noti che CDP è il secondo azionista di TIM e il suo Presidente Giovanni Gorno Tempini è anche consigliere di TIM, con tutte le ovvie conseguenze in termini di attenzione ai rapporti tra parti correlate – che avevano dato il via libera a un piano economico – finanziario che abbiamo avuto modo di analizzare e che rappresenta una discreta gallina dalle uova d’oro per gli azionisti: lungo i 13 anni di piano, i ricavi sono stimati a 4,6 miliardi, con un Margine Operativo Lordo cumulato di 1,1 miliardi, oscillante, negli anni a regime, tra il 25% e il 28% del fatturato. Il tasso di rendimento per l’azionista è pari a un sontuoso 9,5%, a fronte di investimenti per 670 milioni finanziati facendo ricorso alle banche per circa 300 milioni, oltre a 130 milioni di mezzi propri.

Ma i partecipanti al progetto non guadagnano solo come azionisti: tutti, tranne CDP, sono anche fornitori di servizi ad alto valore aggiunto – tecnologia, formazione, cybersecurity, ecc… – per il 45% del totale dei costi operativi (circa 1,5 miliardi lungo il piano), con TIM, Leonardo e Sogei che si spartiscono questa somma rispettivamente al 58%, 30% e 12%. Saranno le pubbliche amministrazioni a garantire i ricavi di questa società e lo faranno utilizzando i circa 2 miliardi previsti dal PNRR. Avranno a disposizione 36 mesi, dalla firma della convenzione con il concessionario, per migrare i loro dati per poi restare vincolate per i successivi 10 anni. E qui sorge un altro dubbio: una volta esauriti i 2 miliardi tra 2022 e 2026/2027, come farà la PA a pagare altri 2,5 miliardi circa al concessionario fino al 2035? Visto che sarà operante la tagliola della spending review, si taglieranno altre spese?

Il piano della cordata CDP presenta un’altra singolarità: nell’arco temporale del piano sono previsti ricavi aggiuntivi (“non core”) derivanti dalla vendita di servizi per 545 milioni (formazione professionale, in prevalenza) alla PA cliente che sarà di fatto obbligata a comprare tutto il pacchetto, oltre ai canoni anche i servizi accessori. E dovranno pure fare in fretta, perché il PNRR prevede un primo obiettivo di almeno 100 adesioni entro il terzo trimestre 2024, che salirà a 280 entro il secondo trimestre 2026. Altrimenti niente fondi.

Di fronte a questi numeri, non può non esserci concorrenza. Una piattaforma unica dei dati della PA è un monopolio naturale come quello delle autostrade: non ce ne possono essere due contemporaneamente in esercizio e in competizione tra loro. È quindi necessario che la concorrenza ci sia a monte al momento della concessione.

O a Roma credono che la concorrenza sia solo quella per mettere a gara spiagge, commercio ambulante e farmacie? E i privati che hanno la fortuna di agganciarsi al soggetto pubblico “giusto” possano evitarla?

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