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Cinello, tutto sulla società che vende opere d’arte con Nft. Il caso Iene-Uffizi

Cinello

Gli Uffizi di Firenze hanno messo in “vendita” i loro capolavori in formato digitale (Nft). Ma la collaborazione tra le Gallerie degli Uffizi e Cinello, la società che ha brevettato la tecnologia Daw, finisce all’attenzione del ministero della Cultura. Il servizio de Le Iene e gli aiuti di Invitalia

 

Svendita dei tesori artistici dello Stato o diffusione digitale del patrimonio artistico?

Scoppia il caso opere d’arte digitali con faro sull’accordo tra gli Uffizi e la società Cinello.

Perché sì, l’arte può essere riprodotta, ma un’altra cosa è possederne l’originale. E se quella fisica è esposta in un museo, c’è ora la possibilità di acquistare un Daw (Digital Art Work), ovvero una riproduzione digitale unica autenticata da Blockchain.

“Ciascuna opera d’arte può avere una sua copia digitale che può essere immessa sul mercato. A proporre un’operazione del genere ai musei italiani è stata la società Cinello, che ha un brevetto in materia”, spiegava ieri Repubblica, anticipando un servizio de Le Iene.

L’azienda specializzata nella digitalizzazione con sede a Firenze, Milano e Copenhagen ha riprodotto le opere del museo fiorentino in Daw. Ciascuna di quelle “riproduzioni digitali uniche” potrà essere acquistata o noleggiata.

Nel 2016 Cinello ha firmato un accordo con gli Uffizi (scaduto nel dicembre 2021) sulla concessione in uso di 40 immagini da parte del complesso museale fiorentino alla società.

E l’anno scorso la prima copia digitale a essere stata venduta è stata quella del Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti. Un collezionista romano l’ha acquistata per ben 240 mila euro. Ma l’incasso a chi va? Al museo o alla società Cinello? La risposta è a entrambi.

L’intesa tra Cinello e le Gallerie fiorentine prevede il versamento al museo del 50% del ricavo netto dal prezzo di vendita e il restante 50% alla società.

Tuttavia, secondo quanto rivelato da Repubblica, preannunciando il servizio de Le Iene, c’è un allarme al Ministero della Cultura (Mic) per la possibilità di perdere “la gestione, il controllo e lo sfruttamento” delle riproduzioni digitali (Nft) di alcuni dei capolavori più importanti del nostro Paese.

Tanto che “il direttore generale dei Musei, il professor Massimo Osanna, ha firmato lo scorso anno una circolare bloccando d’urgenza i contratti con questa società milanese. Ha ordinato oggi di non rinnovare quelli già siglati. E ha insediato una commissione che dovrà cercare di mettere ordine ed evitare che quello che è accaduto si ripeta”, rivela Repubblica.

Inoltre, per Repubblica l’ufficio legislativo del ministero retto da Dario Franceschini si dice parecchio preoccupato dalla possibilità di perdere “la gestione, il controllo e lo sfruttamento” delle immagini digitali di alcune delle opere più importanti del nostro Paese.

Nel frattempo, è arrivata la replica degli Uffizi: “I diritti non vengono in alcuna maniera alienati, il contraente non ha alcuna facoltà di impiegare le immagini concesse per mostre o altri utilizzi non autorizzati, e il patrimonio rimane fermamente nelle mani della Repubblica Italiana”.

Ma la vicenda ha scosso anche la politica. Interpellata dalle Iene, la sottosegretaria alla Cultura, Lucia Borgonzoni (Lega), si dice invece favorevole ad un sistema di gare.

Ed esponenti parlamentari di M5S, Lega e Fratelli d’Italia invocano regoli più stringenti per il settore, come riporta Corcom.

Tutti i dettagli.

COSA PREVEDE L’ACCORDO CON GLI UFFIZI

Per capire la polemica odierna degli Nft nei musei italiani bisogna partire dal contratto siglato nel 2016 dalla società Cinello e gli Uffizi.

L’intesa tra Cinello e le Gallerie degli Uffizi prevede il versamento al museo del 50% del ricavo netto dal prezzo di vendita per ogni DAW® creato sulla base di un dipinto scelto dalla selezione di opere al centro dell’accordo stesso, riportava la nota di Cinello.

Oltre al già citato (e venduto) Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti, l’intesa tra Cinello e le Gallerie degli Uffizi prevede la riproduzione di 40 opere d’arte del museo fiorentino in formato Daw. Tra queste ci sono: la Madonna del Granduca; la Velata e la Madonna del Cardellino di Raffaello Sanzio; La nascita di Venere; la Primavera e la Calunnia di Botticelli; L’annunciazione e il Battesimo di Cristo di Leonardo Da Vinci e L’Eleonora da Toledo del Bronzino, il Bacco di Caravaggio.

COSA SONO I DAW

I Daw® – Digital ArtWork sono multipli digitali di un’opera d’arte su monitor riprodotta in serie limitata, numerata e certificata. In scala 1:1 in tutto e per tutto fedele all’originale, la copia è realizzata dalla startup Cinello utilizzando un’innovativa tecnologia brevettata.

Le copie sono “gestite da una piattaforma che utilizza le più moderne tecnologie, consentendo di rispettare tutti i vincoli e i requisiti delle opere d’arte, in primo luogo l’unicità dell’opera stessa. La piattaforma, sviluppata da un team di ingegneri interno, si avvale dei più moderni sistemi di cifratura e crittografia in grado di garantire sempre e per ogni DAW® : la proprietà, l’unicità e l’incopiabilità” spiega la società sul suo sito web.

Per ogni riproduzione digitale è creato un token Nft sulla Blockchain che ne certifica la proprietà e la doppia autenticazione da parte degli Uffizi e della Cinello.

Nel concreto, i Digital Art Work si presentano come schermi incorniciati raffiguranti l’opera d’arte.

COME FUNZIONA L’ACCORDO TRA UFFIZI E CINELLO

Ma come si stabilisce il prezzo di un’opera d’arte digitale?

“Il costo di ogni opera è stato deciso con il museo, il prezzo è soggetto a trattativa con il cliente e, dopo la conclusione dell’affare, con la Galleria dividiamo il pagamento ricevuto al netto delle spese. Per chiarirci il Tondo Doni è stato venduto per 240mila euro, tolti l’Iva e i costi del monitor, della tecnologia e altro siamo arrivati a 140mila euro che sono stati divisi con gli Uffizi” aveva spiegato l’anno scorso Luca Renzi, direttore generale di Cinello a FirenzeToday.

Ancora Renzi: “Ogni opera digitale è unica per questo il prezzo salirà. Mi spiego meglio: chi vorrà comprare il Tondo Doni dovrà pagare di più in quanto le copie disponibili non sono più 9 ma 8 e così via”.

I QUESITI SOLLEVATI DA REPUBBLICA

Ma una volta acquistata una copia digitale originale di un’opera d’arte, di chi sono i diritti legati a quell’opera?

“Se mai il compratore dovesse decidere di esporla, può farlo senza il permesso degli Uffizi? In sostanza: non rischiamo di perdere il controllo del nostro patrimonio in un tempo in cui si va sempre più verso il metaverso?” sono alcuni dei quesiti sollevati da Repubblica.

Come ricorda l’Ansa, “il ministero della Cultura, già un anno fa, ha chiesto ai direttori di non rinnovare i contratti in essere, per aprire un tavolo di consultazione e mettere a punto delle linee guida che valgano come orientamento per tutti in un settore complesso ma anche in continua trasformazione”.

GLI INTERROGATIVI NEL SERVIZIO DE LE IENE

Inoltre, nel servizio de le Iene, gli inviati della trasmissione di Italia 1 fanno notare che tutti questi accordi sono stati siglati con una sola società, la Cinello appunto.

Il contratto prevede che i proventi vengano divisi al 50 per cento tra la Cinello e il museo. Una percentuale che sarebbe penalizzante per lo Stato, sostengono ancora i cronisti de le Iene.

L’interrogativo quindi è: perché non si è scelto di fare una gara per scegliere a quale azienda sul mercato affidare le proprie opere? E trovare così il miglior offerente.

LA REPLICA DEGLI UFFIZI

Immediata la replica del direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, sia ai microfoni della trasmissione e poi tramite comunicato alle redazioni.

“I diritti non vengono in alcuna maniera alienati, il contraente non ha alcuna facoltà di impiegare le immagini concesse per mostre o altri utilizzi non autorizzati, e il patrimonio rimane fermamente nelle mani della Repubblica Italiana”, precisa Schmidt.

“Il legislatore – si precisa – ha dato delle risposte puntuali e precise già molto prima dell’invenzione (nel 2014) della specifica tecnologia di certificazione in questione, ovvero nella legge Ronchey del 1994, e ancora nel codice Urbani del 2004, oggi in vigore”.

“Dagli anni Novanta del secolo scorso, il servizio Permessi delle Gallerie degli Uffizi autorizza decine e decine di utilizzi di immagini di opere in consegna al museo ogni giorno, ovviamente secondo la normativa in vigore e sempre in maniera non esclusiva: da molti anni anche delle immagini digitali, che sono sottoposte alla stessa disciplina di quelle su carta o altri supporti” ha aggiunto.

RIGUARDO IL CONTRATTO

Inoltre, in base alle affermazioni di Repubblica che scrive “Cinello non paga alcun canone, divide gli introiti alla metà (una percentuale molto alta per un’intermediazione)”, Uffizi replica che “il contraente privato non pratica alcuna “intermediazione” per conto dello Stato, ma agisce nel nome e per conto proprio, senza alcun interesse o investimento del museo. La percentuale a favore del museo non è affatto bassa ma al contrario, con il 50% dei ricavi netti è congruamente alta, dato che le quote per l’utilizzo delle immagini solitamente si aggirano tra il 10% e il 25%, a seconda del prodotto e del mercato specifico per cui viene autorizzato l’uso”.

LA POSIZIONE DI CINELLO

Non ci sta l’azienda che ha messo in piedi l’iniziativa. “Il museo [Uffizi] non ha speso neanche un soldo per ricevere quei soldi [vendita del Daw Tondo Doni] mi aspetterei un grazie” ha dichiarato Franco Losi a Le Iene.

IL CATALOGO È ANCORA ATTIVO?

Dopodiché ai microfoni de Le Iene, il direttore degli Uffizi Schmidt sostiene che Cinello non vende più opere del museo. Visto che il contratto tra il museo e l’azienda è scaduto a dicembre 2021 e c’è la circolare del Mic che chiede di sospendere i rapporti in essere in attesa di procedere ad una regolamentazione.

Ma se si va sul sito di Cinello le opere degli Uffizi risultano ancora in vendita.

COS’È CINELLO

Fondata nel 2015, la società è specializzata nella digitalizzazione con sede a Firenze, Milano e Copenhagen. In particolare, Cinello ha un brevetto esclusivo sul già nominato DAW, Digital Art Work.

I SOCI

Con un capitale sociale pari a 10.207 euro, la società è controllata al 50% da Blem Holdings Aps (del fondatore John Blem), al 49% da Franco Losi e il restante 1% è in mano di Giuseppe Zocco.

I VERTICI

I due soci John Blem e Franco Losi sono rispettivamente anche presidente e ceo di Cinello. “L’italo-danese John Blem, fondatore della società Milestone Systems poi acquisita da Canon, e Franco Losi, pioniere dell’intelligenza artificiale, che già nei primi anni Novanta aveva aperto una società per lo sviluppo di questa tecnologia a Mountain View, in California” scriveva un anno fa Wired.

TUTTI I NUMERI DEL 2020

Cinello Srl ha chiuso l’esercizio di bilancio 2020 in rosso. La perdita al 31 dicembre 2020 si attesta a 3,3 mila euro (contro 7,3 mila euro del 2019). La società ha registrato ricavi pari a 414mila euro (in aumento rispetto a 24mila euro del 2019). Ma anche i costi crescono: da 56,7mila euro del 2019 a 417mila euro del 2020.

I CONTRIBUTI PUBBLICI CONCESSI DA UNIONCAMERE E INVITALIA A CINELLO

Infine, Cinello ha ricevuto oltre 150mila euro di contributi pubblici per mettere a punto la sua tecnologia.

Come si legge nella relazione di bilancio, nel 2020 Cinello ha ottenuto contributi pubblici a sostegno della sua attività di ricerca e sviluppo per completare e definire meglio il brevetto, la piattaforma digitale e le applicazioni collegate. In particolare, Unioncamere ha concesso 12,4 mila euro; Enel 7,5 mila euro e ben 140mila euro erogati da Invitalia (Mise).

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