Espressioni come “supply chain” e “chokepoints” hanno ormai raggiunto un’ampia, quasi spasmodica diffusione nel dibattito internazionale. A ogni crisi, impariamo sempre di dipendere da un numero ristretto di fornitori per un componente o un materiale, e ci sono sempre costi da pagare per una diversificazione tutt’altro che semplice e spesso rimandata.
Il cambio di paradigma tra un’epoca di interdipendenza più fluida, in cui comunque c’erano vincitori e vinti, all’interdipendenza usata come arma o come vulnerabilità non è più nemmeno un oggetto di discussione. Si tratta della realtà del nostro tempo, che continuerà ad accompagnarci nel prossimo futuro, in un gioco continuo tra interdipendenza dei mercati ed esigenze di sicurezza nazionale.
Uno dei libri che ha descritto questo cambio di paradigma, “Chokepoints” di Edward Fishman, ricorda un episodio molto significativo del 2018, ripreso prima da un report del 2022 del Center for Security and Emerging Technology (CSET) della Georgetown University.
Nel 2018, per via della strategia sempre più offensiva degli Stati Uniti verso la penetrazione cinese nelle telecomunicazioni (che culmina con i casi ZTE e Huawei, che avevo analizzato ne “Le potenze del capitalismo politico” del 2020), Pechino inizia a organizzare in modo più strutturato la sua risposta. Ne è parte anche una serie di trentacinque articoli pubblicati da un quotidiano governativo cinese, che elencava con inusuale trasparenza i choke points, ovvero i colli di bottiglia tecnologici in cui Pechino dipendeva in modo critico dalle importazioni estere, per lo più da Stati Uniti, Giappone e Paesi europei.
Il rapporto del CSET, anche riprendendo quella stessa analisi, evidenziava i limiti delle capacità cinesi in vari ambiti, tra cui ovviamente i casi più noti, come i macchinari di ASML, ma anche altri meno immediati (per esempio le nicchie occupate dall’americana Teledyne ODI e dalla giapponese Canon Tokki). C’è anche la menzione dalle turbine a gas, con riferimento a GE, Mitsubishi, Siemens e alla nostra Ansaldo.
Gli articoli cinesi, tra l’altro, indicavano che nonostante le ingenti iniezioni di capitale statale molte aziende cinesi preferivano acquistare componenti stranieri, a causa di dubbi sulla qualità dei fornitori interni. Ciò che la serie di articoli ha suggerito da tempo, a osservatori non distratti delle dinamiche di intelligence economica, è la volontà della Cina di proteggersi investendo nella conoscenza delle debolezze e dei “buchi” della propria supply chain.
Per questa ragione, oltre a numerose azioni concertate con le imprese, di cui per la natura del sistema cinese possiamo avere solo una conoscenza incompleta, c’è anche un’attività trasparente di costruzione legislativa, da parte di Pechino, di uno strumentario per usare l’antitrust ai fini della protezione della supply chain o di un armamentario di controllo sulle esportazioni che è stato modellato su quello statunitense.
È all’interno di quest’attività, di importanza cruciale per la comprensione delle dinamiche attuali della sicurezza economica, che possiamo inserire il documento pubblicato il 7 aprile 2026 dal Consiglio di Stato cinese, con le Disposizioni sulla sicurezza delle catene industriali e di approvvigionamento (Decreto 834), approvate il 13 marzo e firmate dal Premier Li Qiang il 31 marzo.
Il Decreto 834, tra l’altro, impone ai dipartimenti del Consiglio di Stato di stilare e aggiornare dinamicamente elenchi di settori chiave per garantire il funzionamento continuo delle attività produttive. Viene istituito un sistema di monitoraggio e preallarme dei rischi, con cui gli apparati cinesi vogliono costantemente “conoscere per deliberare”, nonché un quadro per le emergenze per l’uso urgente di risorse e riserve in caso di minacce alla sicurezza nazionale. Anche le aziende e gli istituti di ricerca sono incoraggiati a perfezionare i propri sistemi di prevenzione dei rischi, salvaguardando tecnologie e dati fondamentali.
Numerosi punti del Decreto 834 regolano le interazioni con l’estero. L’Articolo 13, ad esempio, vieta a organizzazioni e individui di condurre in Cina indagini o attività di raccolta di informazioni relative alle catene di approvvigionamento in violazione delle disposizioni statali. Poiché il testo non definisce precisamente tali limiti, le operazioni di audit per i parametri ambientali, sociali e di governance (ESG), le ispezioni per verificare l’assenza di lavoro forzato richieste dalle leggi statunitensi o la mappatura della catena del valore imposta dalle direttive europee di due diligence rischiano ora di essere classificate come indagini illegali, con possibili provvedimenti ritorsivi.
L’Articolo 14 cita inoltre le ritorsioni contro Stati e organizzazioni internazionali che impongono restrizioni o embarghi discriminatori contro la Cina, consentendo l’applicazione di divieti di esportazione o l’uso di dazi. L’Articolo 15 attribuisce alle autorità cinesi il potere di indagare e sanzionare le entità commerciali straniere che interrompono le normali transazioni o adottano misure discriminatorie in modo tale da causare un danno sostanziale alla sicurezza delle catene cinesi.
Secondo l’Articolo 16, le organizzazioni e gli individui sul territorio cinese devono attenersi strettamente alle misure e contromisure decise dal governo in base agli articoli precedenti. Ciò può portare a potenziali conflitti per manager e filiali di aziende americane ed europee che si troveranno legalmente obbligati da Pechino a ignorare le sanzioni del proprio Paese d’origine per conformarsi alle esigenze della catena di approvvigionamento cinese, in un mercato su cui le loro aziende vorranno continuare a operare. I trasgressori potranno essere estromessi dagli appalti pubblici, perdere il diritto di inviare dati all’estero e subire restrizioni sugli spostamenti.
Il Decreto 834, dentro la storia del nostro tempo di sicurezza economica e capitalismo politico, ci ricorda anche – qualora ve ne fosse bisogno – quanto sia “armata” la tregua tra Cina e Stati Uniti, in vista del viaggio di Trump a maggio.







