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Chi protesta contro le modifiche di Google per la pubblicità

di

Google editori italiani

Dagli editori europei alla società di data company Quantcast, crescono le proteste nel settore pubblicitario per la decisione di Google di smettere di utilizzare tecnologie di tracciamento, i cookie, per vendere annunci pubblicitari basati sulla navigazione degli utenti

 

Google ha avviato una rivoluzione nel settore della pubblicità online ma non tutti la appoggiano.

In settimana il colosso di Mountain View ha chiarito che dopo aver terminato di eliminare gradualmente i cookie di terze parti, non introdurrà altre forme di identificatori per tracciare gli utenti mentre navigano sul Web. Obiettivo, tutelare la privacy dei navigatori.

Ma l’ecosistema pubblicitario che conosciamo oggi — del valore di 330 miliardi di dollari a livello globale — non esisterebbe senza i cookie, che consentono di vendere spazi pubblicitari ultra personalizzati.

Immediate infatti le proteste di editori online e società di tecnologia pubblicitaria.

Venerdì gli editori europei si sono detti “seriamente preoccupati” per il nuovo sistema di targeting degli annunci che Google intende implementare una volta che avrà abbandonato i “cookie” di terze parti.

Tra i critici della svolta di Google c’è anche Konrad Feldman, Co-founder e ceo della adtech company Quantcast. “La decisione di Google di non supportare le iniziative di identity del settore rappresenta per editori e creatori di contenuti una pessima notizia”, ha dichiarato Feldman. Le mosse di Google confermano “la volontà di danneggiare la rilevanza della pubblicità nell’Open Internet”. “Una mossa che andrà a completo beneficio delle miniere d’oro del motore di ricerca e di Youtube che non verranno per niente influenzati da questa operazione”.

Google rappresenta infatti il 63% del mercato globale dei browser l’anno scorso, secondo i dati di StatCounter. E il 52% della spesa pubblicitaria globale online nel 2020, pari a 292 miliardi di dollari, secondo i dati di Jounce Media.

Tutti i dettagli.

GOOGLE NON VENDERÀ PIÙ PUBBLICITÀ BASATA SUI COOKIE

Lo scorso 3 marzo Google ha annunciato che testerà, a partire dal secondo trimestre, con inserzionisti selezionati, il suo nuovo sistema di targeting degli annunci nel suo browser Chrome.

L’alternativa web di Google, nota come Privacy Sandbox, consente il targeting di alcuni annunci con una raccolta di dati meno specifica. Come parte di questa soluzione, l’azienda ha sviluppato una tecnologia chiamata Federated Learning of Cohorts (FloC) che consente agli inserzionisti di rivolgersi a gruppi di persone con interessi simili piuttosto che a singoli individui.

Questo sistema mira a sostituire i cookie di terze parti, che consentono di indirizzare individualmente gli utenti di Internet.

Ma Google non creerà “identificatori alternativi” ai cookie “per tenere traccia delle persone durante la navigazione”, ha spiegato.

La mossa di Google rischia anche di alimentare un contraccolpo da parte di alcuni concorrenti nel settore degli annunci digitali, dove molte aziende si affidano al monitoraggio delle persone per indirizzare i propri annunci.

COSA LAMENTANO EMMA ED ENPA

Il nuovo modello sostenuto dal colosso americano “influenzerà il mercato pubblicitario e sconvolgerà il modello di business della stampa digitale”, denunciano EMMA (European Association of Magazine Media) ed ENPA (European Association of Newspaper Publishers) in un comunicato stampa congiunto.

La decisione di Google “influenzerà il mercato pubblicitario e sconvolgerà il modello di business della stampa digitale”. Oltre a consentire al colosso dei motori di ricerca di “espandere ulteriormente il proprio monopolio dei dati”.

“Alla fine” consentirebbe a Google “di estendere ulteriormente il proprio monopolio sui dati”, aggiungono le associazioni, poiché “non sarà più possibile per terze parti comprendere ed elaborare i record di dati in modo significativo”.

L’APPELLO A BRUXELLES

“Un cambiamento così radicale non deve essere deciso da un gigante tecnologico privato”, avvertono le associazioni degli editori Ue (Enpa ed Emma). Pertanto invitano i legislatori Ue affinché, con il disegno di legge sui mercati digitali presentata a dicembre (Digital Services Act-Digital Markets Act), agiscano “per limitare il potere discrezionale delle piattaforme gatekeeper, salvaguardare la concorrenza leale e la sostenibilità della stampa in Europa”.

COLPITI GLI INSERZIONISTI PIÙ PICCOLI

Per le due associazioni di editori europei, “un simile cambiamento interesserà in modo sproporzionato i piccoli attori”. Proprio quest’ultimi non saranno in grado di “adattare il loro modello di business”.

FELDMAN (QUANTCAST): “MOSSA A COMPLETO BENEFICIO DI BIG G”

Infine, tra i critici sulla svolta di Google c’è anche Konrad Feldman, Co-founder e ceo di Quantcast, società internazionale di audience intelligence e misurazione che fornisce software, informazioni e servizi pubblicitari.

Secondo Feldman “la decisione di Google di non supportare le iniziative di identity del settore rappresenta per editori e creatori di contenuti” è “una pessima notizia”.

“Quasi 5 miliardi di persone si affidano all’Open Internet per accedere a informazioni, news, contenuti formativi e d’intrattenimento di qualità e affidabili.”

“Google ancora una volta ha mostrato la volontà di danneggiare la rilevanza della pubblicità nell’Open Internet. Una mossa che andrà a completo beneficio delle miniere d’oro del motore di ricerca e di Youtube che non verranno per niente influenzati da questa operazione. Siccome nell’Open Internet diventa ancora più difficile erogare una pubblicità efficace o addirittura effettuare una misurazione dell’efficacia, molti degli investimenti pubblicitari entreranno direttamente nelle casse dei giganti del tech a discapito di un internet libero e aperto”, ha concluso Feldman.

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