Innovazione

Chi lavora contro lo smart working?

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Obiettivi, potenzialità, benefici, incognite e scenari sullo smart working. L’analisi di Giuseppe Sabella, direttore di Think-in, esperto di Industria 4.0 e blogger di Start Magazine

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala è tornato oggi sull’argomento smart working, con parole di buon senso che fugano i fraintendimenti di qualche giorno addietro, dicendo tuttavia qualcosa che, a parere di chi scrive, val la pena di sviscerare. Lo smart working è una grande occasione – dice Sala al Corriere della Serama è tempo di riprenderci la vita.

In buona sostanza: la pandemia, e ciò che ne è conseguito a livello di organizzazione sociale, ci ha allontanato dalla vita. Non ne sarei cosi sicuro. In qualche misura tutto questo è vero, ma la pandemia ha dato origine a un processo irreversibile che cambierà la nostra vita in meglio.

Quando nell’800 si affermava il sistema di fabbrica, ci vollero anni prima di riuscire a regolarne i tempi: solo in un secondo momento furono definite le 8 ore. E solo nella recente fase di crisi del sistema fordista si è avuta una dilatazione dei tempi di lavoro. Se consideriamo poi, nei grandi centri urbani, la complessità della mobilità e dei tempi ad essa connessi, è piuttosto evidente quanto le persone fossero stressate da tempi di vita e di lavoro sempre meno concilianti.

È proprio per rispondere a questa difficoltà che nelle economie avanzate si è diffuso lo smart working (e in alcuni casi anche l’orario ridotto): negli USA, in UK e in Germania, ad esempio, il lavoro agile è realtà da molto prima della pandemia. Naturalmente, sono questi paesi dove si è affermata in modo importante la grande impresa e, quindi, una più rilevante cultura organizzativa rispetto a quanto lo sia nel nostro Paese che vede solo oggi evolvere la sua organizzazione del lavoro, anche in ragione della diffusissima micro e piccola impresa più resistente della grande ai processi innovativi.

Lo smart working è un fenomeno molto importante almeno per tre aspetti:

  • concilia i tempi di vita e di lavoro e per questo, laddove ben applicato, rende le persone più produttive: è ovvio che non sempre le pratiche di lavoro agile sono virtuose – del resto siamo all’inizio – e che in quelle organizzazioni dove il lavoratore viene stressato sistematicamente al telefono e oltre gli orari di lavoro vi è una patologia e non il work-life balance;
  • crea più agilità all’interno delle organizzazioni: pensiamo a quanto, in particolare i manager che hanno agende molto indipendenti dal luogo di lavoro, siano facilitati nel loro contatto attraverso il supporto della tecnologia digitale nelle loro comunicazioni anche in plenaria;
  • riduce gli indicatori della mobilità e, quindi, dell’inquinamento, fattore che faremmo bene a rendere sempre più centrale all’interno dell’agenda politica e sociale.

Abbiamo in questa fase toccato con mano quanto la tecnologia digitale possa essere di grande utilità per non fermare il processo dell’economia, non solo per la potente e sempre più sfruttata capacità di comunicare e di trasferire informazioni che è costitutiva dei bit, ma anche per la possibilità di imprimere un cambiamento in senso di lavoro agile che risulterà decisivo per la nostra vita, oggi chiamata a convivere con esseri viventi come i microbi, tanto piccoli quanto pericolosi. Inoltre, il legame scientificamente provato tra covid e polveri sottili ci sollecita, ancora una volta, a stare attenti al problema dell’inquinamento: questa nuova fase ci chiede lo sforzo e la fatica di convivere con queste inedite e violente forme virali da cui, con ogni mezzo, dobbiamo difenderci.

Resta aperta la sfida non solo di regolare la nuova forma di lavoro organizzato in modo da riconoscere nuovi diritti ai lavoratori – sia in termini organizzativi che remunerativi, non fosse altro per i costi che ricadono sullo smart worker nel momento in cui, per esempio, lavora dalla sua abitazione – ma anche quella di imparare a lavorare per obiettivi: questo è il grande salto culturale che le organizzazioni sono chiamate a fare.

Il luogo di lavoro, tuttavia, non può essere annullato. Le persone hanno bisogno della relazione. Ma “riprenderci la vita” non significa quella di prima, semmai una vita nuova, fatta di una qualità migliore che vedrà nello smart working il fattore determinante. Anche nella ridefinizione del rapporto tra centro e periferia che, con i giusti tempi, sarà sempre meno tale.

 

Twitter: @sabella_thinkin

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