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Il blocco dei cavi sottomarini minaccia le ambizioni tech del Golfo Persico. Report Ft

Nonostante il cessate il fuoco, i progetti di cavi sottomarini nel golfo Persico, nello stretto di Hormuz e nel mar Rosso restano bloccati a tempo indeterminato: le ambizioni tecnologiche dei paesi del Golfo sono a rischio.

La sospensione dei progetti di cavi sottomarini nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso rappresenta un serio freno alle aspirazioni della regione a diventare un hub globale per l’IA, il cloud computing e l’economia digitale.

Come sottolinea il Financial Times, che al tema dedica un apposito report, nonostante la fine delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, gli operatori del settore hanno deciso di mantenere i lavori in stand-by a tempo indeterminato a causa di rischi per la sicurezza che non si sono ancora dissipati.

Questa situazione non solo mette in discussione gli ingenti investimenti già effettuati dai Paesi del Golfo in data center e infrastrutture digitali, ma rischia di erodere la fiducia degli investitori internazionali e di complicare la transizione economica post-petrolifera di questi Stati.

Il problema, evidenzia il quotidiano della City, va ben oltre un semplice ritardo tecnico: tocca il cuore delle strategie di diversificazione che da anni animano Emirati, Arabia Saudita, Qatar e gli altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC).

Una sospensione indefinita

Secondo Alan Mauldin, direttore della ricerca presso TeleGeography, tutti i progetti di cavi sottomarini nello Stretto di Hormuz e nel Golfo sono stati “ritardati indefinitamente”.

Una posizione condivisa da Ryan Sher, chief operating officer di West Indian Ocean Cable Company (WIOCC), partner del progetto 2Africa guidato da Meta: fino a quando non ci saranno garanzie di sicurezza concrete, i lavori di posa resteranno “in pausa”.

Questa scelta collettiva degli operatori riflette una valutazione prudente del contesto geopolitico, maturata dopo mesi di tensioni che hanno reso le acque della regione troppo rischiose per operazioni delicate come la posa di cavi.

Anche dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz, la percezione di vulnerabilità rimane alta tra gli investitori. Mostafa Ahmed del think-tank emiratino Al Habtoor Research Centre sottolinea che la zona ha acquisito la reputazione di collo di bottiglia digitale precario che non perderà facilmente questa fama.

In pratica, ci vorrà molto tempo prima che gli investitori tornino a considerare queste rotte come affidabili.

Conseguenze

I Paesi del GCC hanno investito miliardi di dollari in data center all’avanguardia, servizi cloud e progetti di IA, con l’obiettivo di ridurre drasticamente la dipendenza dal petrolio e posizionarsi come economie moderne e competitive a livello globale.

Tuttavia, come nota Masha Kotkin, analista energetica e geopolitica, i cavi bloccati “mettono in discussione le ambizioni di questi Paesi”.

L’infrastruttura di connettività è infatti tanto cruciale quanto il capitale, l’energia disponibile e l’accesso ai chip più avanzati. Senza collegamenti sottomarini affidabili e ad alta capacità, anche i data center più potenti rischiano di rimanere isolati o sottoutilizzati.

La sospensione dei progetti potrebbe inoltre scoraggiare nuovi investimenti esteri, soprattutto quelli ancora in fase di pianificazione, mentre le aziende difficilmente abbandoneranno quelli già avviati ma procederanno con molta più cautela.

Ostacoli al riavvio

Per riprendere i lavori di posa non basterà un miglioramento della situazione politica. Gli analisti indicano che sarà necessario mappare nuovamente il fondale oceanico con strumenti sofisticati e procedere alla bonifica da eventuali mine o residuati bellici, operazioni complesse, costose e che richiedono tempi lunghi.

Le navi posacavi specializzate, dirottate verso altri progetti durante il periodo di massima tensione, dovranno essere riconvogliate nella regione, con tempistiche che potrebbero estendersi per molti mesi e creare colli di bottiglia ulteriori nel calendario globale delle infrastrutture.

Un altro nodo critico è rappresentato dalle polizze assicurative. Le clausole di forza maggiore che hanno costretto gli operatori a fermare i lavori rimarranno probabilmente in vigore finché non si registrerà un periodo prolungato di pace e stabilità.

Questo limita fortemente la capacità delle aziende di riavviare i cantieri in tempi brevi, anche di fronte a un calo delle tensioni militari.

Effetti a cascata

Diversi importanti cavi internazionali passano attraverso lo Stretto di Hormuz, garantendo connettività essenziale al Medio Oriente e fungendo da ponte tra Africa, Asia ed Europa.

Sebbene la quota di traffico globale che transita da questa rotta sia relativamente modesta, si tratta di un’“arteria digitale critica”, come la definisce Ahmed.

Qualsiasi interruzione avrebbe ripercussioni a catena su vaste aree geografiche, con l’India particolarmente esposta a causa della sua crescente dipendenza da questi collegamenti per l’economia digitale.

Tra i progetti colpiti figurano il segmento del Golfo del 2Africa di Meta, per il quale sarebbero state emesse notifiche di forza maggiore da parte di Alcatel Submarine Networks, il WorldLink da 700 milioni di dollari che dovrebbe collegare vari Stati del Golfo, il Fibre in Gulf di Ooredoo e il Sea-Me-We 6, che collega il Sud-Est asiatico all’Europa. La paralisi di questi progetti rischia di rallentare l’intero ecosistema digitale regionale.

Vulnerabilità geopolitica

La situazione attuale si inserisce in un contesto di tensioni accumulate nel tempo. Nel 2024 tre cavi nel Mar Rosso furono danneggiati da un’ancora di una nave cargo affondata dagli Houthi, costringendo gli operatori a dirottare il traffico e rendendo di fatto inutilizzabile per WIOCC una sezione significativa del 2Africa. Sher ha parlato di un “massiccio investimento” andato temporaneamente perso su quella tratta.

A questi episodi si aggiungono atti di sabotaggio e la minaccia iraniana di imporre pedaggi sui cavi nello stretto, intenzione che, pur difficile da applicare concretamente, segnala come Teheran consideri queste infrastrutture veri e propri asset strategici da poter usare in caso di crisi.

Prysmian, importante produttore italiano di cavi attivo nella regione, ha rilevato una crescente preoccupazione dei clienti non solo sulla qualità e sul prezzo, ma soprattutto sulla sicurezza delle infrastrutture sottomarine.

La ricerca di alternative

Di fronte a questi rischi, gli operatori stanno accelerando la diversificazione delle rotte. WIOCC sta valutando percorsi alternativi attraverso l’Africa continentale e soluzioni terrestri per ridurre la dipendenza dal Medio Oriente.

Tuttavia, Ryan Sher descrive un clima di “rassegnazione” nel settore: “Non si vede una luce in fondo al tunnel né sulle rotte tradizionali né nelle aree su cui tutti stavano pianificando”.

La ricerca di corridoi alternativi è diventata più urgente, ma trovare percorsi altrettanto efficienti, capaci e sicuri non è semplice. Nel frattempo, la regione rischia di perdere slancio proprio mentre cerca di posizionarsi come polo digitale globale di riferimento.

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