Innovazione

Bnl offline. E gli esperti di cyber-security?

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Che cosa è successo a molti clienti di Bnl. Il commento di Umberto Rapetto, Generale (ris.) della Guardia di Finanza, già comandante del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche

Mentre tutti si preoccupano della Tav, un’altra macchina escavatrice avrebbe fatto danno.

Non parliamo di tunnel ferroviari ad alta velocità, ma affrontiamo un problema di collegamenti non su rotaia ma attraverso le reti telematiche. Se quello di Bnl-BNP Paribas fosse un treno, potremmo parlare di clamoroso deragliamento.

Fermiamoci qui.

La storia comincia a novembre scorso e si ripete il primo giorno di marzo con una serie di disservizi che mandano in crisi gli utenti della vecchia Banca Nazionale del Lavoro, uno dei tanti pezzi di pregio dell’economia italiana che nel tricolore hanno visto il verde tramutarsi in blu.

Il problema si ripresenta ieri. E un mucchio di amici mi chiedono perché non ne scrivo, quasi mi competesse l’obbligo di scrivere di tutto quel che anche solo elettricamente abbia manifestazione sul pianeta. Il coro di conoscenti disperati che mi bombardava via WhatsApp con il ritornello in cui si alternava il “È una vergogna” al “Perché non fai qualcosa” mi ha indotto a mettermi alla tastiera per far fuoco su una trincea in cui la Croce Rossa è bersaglio troppo facile.

Ho inutilmente sperato che nella notte tra il 7 e la festa delle donne qualcuno facesse il miracolo e invece nulla.

Sul fronte dell’istituto di credito il legittimo forte interesse a tranquillizzare la clientela, ma su quest’ultimo versante un contagioso disappunto è circolato (unica cosa in movimento nelle ore dello sciopero generale) sui social raggiungendo anche i più distratti.

Le persone più diverse si sono accalcate per raccontare le proprie disavventure, non esitando a dire che – arrivati all’Agenzia più vicina – hanno constatato che anche le postazioni lavorative tradizionali erano “out of order”. Chi vuole un assaggio dello stato d’animo degli utenti può provare a scorrere le pagine di Down Detector, il sito web che da tempo effettua un sistematico monitoraggio di disservizi telematici e raccoglie informazioni e commenti con un proficuo approccio bottom-up (e cioè affrontando il problema dal basso e quindi interloquendo con chi lo vive direttamente).

Chi non ha potuto fare bonifici o altre operazioni, chi si è ritrovato in mano una carta di credito che era solo più un pezzo di plastica colorato, chi non è riuscito a utilizzare il bancomat, chi non ha potuto disporre dei propri risparmi: una situazione seria e imbarazzante che dovrebbe spingere tutti a riflettere.

È vero. Può capitare.

Ma è altrettanto vero che non deve capitare.

Ci possono essere mille giustificazioni plausibili, ma rimane inevasa la risposta al quesito fondamentale: perché non lo avete previsto?

Le macchine – dai computer ai dispositivi di rete – possono avere le loro responsabilità. Il software può non essere stato scritto correttamente e determinare malfunzionamenti. Ma le procedure sono così strozzate da non poter fare a meno dell’informatica per far vivere una banca o una azienda? Non esistono processi da attuare in situazioni di emergenza così da superare le difficoltà e da evitare conseguenze catastrofiche?

È stato detto che non si è trattato di un attacco di hacker né di questioni infrastrutturali, ma solo di problemi tecnici. Sì, ma quali?

Mentre scompaiono le pagine che su Internet trattavano l’argomento, come è successo sul sito de Il Messaggero, ci aspettiamo che “chi sa parli”.

La fragilità dell’universo hi-tech comincia con piccole avvisaglie.

Il problema è che nessuno si preoccupa di scoprire le radici delle criticità. Si continua a parlare di cyber security e quando c’è un caso concreto si ammutoliscono tutti.

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