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Arriva l’emendamento per riaprire i tribunali. Come e quando

Avvocati

Ecco come e quando riapriranno (forse) i tribunali

Basteranno 7 parole, “Al comma 1, sopprimere la lettera i)”, per sbloccare una situazione che si stava incancrenendo. Parliamo della folle e insensata serrata dei tribunali italiani, ancora in pieno lockdown nonostante la curva dei contagi sia in deciso declino, il Paese sia ripartito e stia provando ad affrontare la Fase 3. Non per i Palazzi di Giustizia, appunto, sprangati (metaforicamente, perché si celebrano naturalmente i processi urgenti e dietro appuntamento telefonico gli avvocati possono recarsi nelle cancellerie) lo scorso marzo e tutt’ora quasi del tutto chiusi, con cancellieri che non possono lavorare da casa perché il sistema non prevede accessi da remoto, atti processuali che tornano agli avvocati per “caselle e-mail piene” e la tagliola incombente del 31 luglio, quando scatterà la sospensione feriale, che nella Giustizia dura ben 30 giorni. Cittadini senza diritti, avvocati senza compensi e Stato non pervenuto. Almeno fino a ieri, quando dalle file dell’opposizione, un esponente di Fratelli d’Italia – avvocato -, ha presentato un emendamento di appena 7 parole che potrebbe sbloccare la situazione già il prossimo 30 giugno. Emendamento salutato con favore anche dalla maggioranza.

L’EMENDAMENTO CHE RIAPRE I TRIBUNALI

“Ho presentato un emendamento per chiedere la riapertura dei tribunali il prossimo 30 giugno e non più il primo settembre come deciso dal governo”, scrive su Facebook l’autore dell’atto, Alberto Balboni. “È inaccettabile, infatti, che la giustizia italiana continui a rimanere paralizzata e quasi del tutto inaccessibile”, prosegue l’esponente di FdI. “Lo stesso Consiglio nazionale forense a più riprese aveva chiesto che fossero assunte tutte le iniziative possibili, affinché anche il comparto della giustizia potesse ripartire concretamente nell’interesse dei diritti dei cittadini. E questo anche alla luce del fatto che l’amministrazione della giustizia rappresenta un presidio di democrazia che coinvolge tutti i cittadini, consentendo attraverso il suo esercizio la tutela e il riconoscimento dei propri diritti”. “Perciò – conclude Balboni – mi auguro che questo emendamento trovi larga condivisione tra le forze politiche e sia approvato. Sarebbe una vittoria significativa per la Giustizia italiana ma anche per i cittadini, che consentirebbe a tutti un processo giusto, con tempi certi, davanti a un giudice, come prescrive l’articolo 111 della Costituzione, e pubblicamente, come impone l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo”.

L’IMBUTO DELL’ARTICOLO 83

È sempre Balboni a spiegare oggi al Dubbio il collo di bottiglia che ha prolungato la serrata dei tribunali: «Si metta nei panni di un presidente di Tribunale», dice il parlamentare di Fratelli d’Italia al cronista della testata diretta da Carlo Fusi, «si trova davanti l’articolo 83 del Cura Italia, giusto? Vi trova scritto che dipende tutto da lui. Tutto. Riaprire o no le aule di giustizia, consentire lo svolgimento delle udienze o rinviarle, adottare cautele o riprendere l’attività. Lei che farebbe, al suo posto? Loro, i magistrati, hanno chiuso tutto. Si son detti: “E chi me lo fa fare di rischiare? Come sono perseguibili i titolari delle aziende con casi di contagio da covid, così sarei perseguibile io”. Perciò hanno chiuso i tribunali. L’errore, madornale, commesso dal governo», osserva ancora Balboni, «è stato scaricare su di loro la responsabilità».

L’ASSENZA DI BONAFEDE

Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Perché se il governo ha sbagliato – e nella concitazione delle ore del Cura Italia un errore poteva anche scappare – dopo ha continuato sulla propria strada senza cambiarla. I legali, nelle scorse settimane, hanno fatto il diavolo a quattro pur di essere ascoltati dall’esecutivo, spogliandosi della toga e arrivando a gettare i propri codici in strada. Nei giorni scorsi gli avvocati dell’Organismo Congressuale Forense avevano girato un dossier video per denunciare la desolazione in cui versano gli uffici giudiziari del Paese, da nord a sud. Il filmato può essere visionato per intero qui. “Abbiamo scelto come colonna sonora quella del film Il tè nel deserto, che ci sembra rappresentare alla perfezione il clima di generale abbandono – aveva commentato amaramente Giovanni Malinconico, Coordinatore dell’OCF – da Milano a Napoli, da Pordenone a Messina, da Genova a Bari, ovunque le stesse immagini: dentro i palazzi il vuoto, le udienze rinviate, il silenzio della Giustizia. Fuori, le code degli utenti, talvolta le polemiche, spesso i disservizi”. “Sono ormai innumerevoli gli appelli lanciati al Ministro Bonafede perché intervenga – aveva concluso Malinconico – le mancate risposte però non ci hanno convinto a desistere: rinnoviamo l’invito al Guardasigilli a prendere in mano la situazione. Giustizia non vuol dire solo occuparsi di correnti della Magistratura o di Csm. Giustizia vuol dire aver cura dei diritti dei cittadini. Un dettaglio che ormai sembra passato del tutto in secondo piano”.

CORTOCIRCUITO A 5 STELLE

Sì, perché il grande assente della questione è stato proprio Alfonso Bonafede, che pure durante tutto il lock down è stato spesso sotto i riflettori, prima per ciò che sta accadendo al CSM e poi per le scarcerazioni dei boss mafiosi. Quest’ultimo tema lo ha spinto a intervenire persino con un decreto che odora di incostituzionalità e che è già stato inviato dai tribunali di merito alla Consulta, che dovrà avvallarlo o meno. Il cortocircuito, pare, è avvenuto tra due dicasteri, paradossalmente entrambi guidati da esponenti di Movimento 5 Stelle: il Ministero della Funzione Pubblica di Fabiana Dadone ha imposto di far perdurare lo smart working fino al termine del periodo emergenziale fissato da Giuseppe Conte, cioè fino al 31 luglio 2020, ma quello della Giustizia di Alfonso Bonafede non ha approntato per tempo le adeguate misure telematiche. Il grosso delle udienze è stato rinviato a settembre, aumentando quindi l’arretrato cui debbono far fronte i nostri tribunali, altre, come abbiamo documentato, si sono tenute nella forma della videoconferenza, con limiti tecnici evidenti (spesso senza video o la connessione cade) che finiscono per pregiudicare i diritti delle parti, degli imputati e delle vittime. Eppure, bastavano 7 parole per fare finire tutto questo scempio.

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