Nvidia, il gigante americano dei semiconduttori che ha superato i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, ha deciso di alzare in modo significativo l’asticella dei controlli sulle esportazioni dei suoi processori per l’IA.
Con l’introduzione di una nuova “white list” di aziende sottoposte a verifiche più rigorose, l’azienda ha tagliato più della metà dei propri clienti autorizzati in diversi Paesi asiatici.
Come sottolinea il Financial Times in un articolo che analizza la notizia, questa mossa non rappresenta un semplice aggiustamento interno, ma si inserisce in una strategia più ampia voluta da Washington per chiudere le numerose falle che, negli ultimi anni, hanno permesso ai chip avanzati di raggiungere la Cina nonostante le restrizioni all’export.
Il risultato è una riduzione drastica delle forniture in un momento di fortissima domanda di potenza computazionale per l’IA, con conseguenze immediate soprattutto sul mercato cinese, che si trova a gestire una fame crescente di tecnologia senza poter contare pienamente sui prodotti Nvidia.
Il nuovo regime di verifiche
Negli ultimi mesi Nvidia ha intensificato notevolmente le procedure di due diligence, concentrandosi soprattutto su Singapore, Malesia e Giappone.
Non si tratta più di controlli superficiali o puramente documentali: il nuovo processo prevede visite fisiche nei data center dei clienti, verifiche approfondite dei contratti e colloqui diretti con gli utilizzatori finali, allo scopo di accertare che le aziende siano realmente operative nel settore e non fungano da semplici intermediari.
Come conseguenza di queste misure più stringenti, più della metà dei precedenti clienti è stata temporaneamente esclusa dalla lista di quelli autorizzati ad acquistare i prodotti Nvidia.
Tra le aziende interessate dalla stretta ci sono soprattutto i cosiddetti “neocloud provider”, ovvero quelle piattaforme cloud specializzate nella gestione di carichi di lavoro intensivi per l’IA.
Le aziende escluse possono comunque apportare le modifiche richieste e ripresentare domanda, ma il segnale inviato dal mercato è netto: i tempi delle procedure leggere e veloci sono finiti.
La pressione di Washington
Questa stretta si colloca all’interno di uno sforzo più generale degli Stati Uniti per eliminare le scappatoie che hanno permesso, nonostante anni di sanzioni, la circolazione di chip avanzati verso la Cina attraverso Paesi terzi.
Nvidia ha agito sotto la pressione crescente da parte di Washington, con il Dipartimento del Commercio americano direttamente coinvolto nel fornire supervisione e sostegno politico alle nuove procedure.
Quello che fino a poco tempo fa era un processo standard di screening è stato trasformato in un meccanismo molto più invasivo e strutturato. L’obiettivo dichiarato è impedire che i processori più potenti finiscano sul mercato nero cinese attraverso broker o società di comodo, riducendo così il rischio di elusione delle regole.
Il caso Supermicro
Un caso emblematico di questi meccanismi di elusione è emerso a marzo, quando i procuratori statunitensi hanno incriminato il co-fondatore di Supermicro insieme ad alcuni dipendenti.
L’accusa riguarda il presunto coinvolgimento in un traffico di chip per un valore complessivo di circa 2,5 miliardi di dollari destinati alla Cina.
Il sistema era piuttosto raffinato: una società del Sud-Est Asiatico fungeva da entità di passaggio, i server venivano spediti da Taiwan, impacchettati di nuovo in scatole anonime per nasconderne il contenuto e poi instradati verso la destinazione finale attraverso intermediari.
Grazie a questo schema, la società di passaggio era diventata uno dei principali clienti di Supermicro, generando quasi 100 milioni di dollari di fatturato in un solo trimestre.
L’episodio ha messo in luce quanto il fenomeno fosse diffuso e organizzato. Supermicro ha dichiarato di voler collaborare pienamente con le autorità americane e taiwanesi.
Le conseguenze sul mercato cinese
La combinazione tra la nuova politica di Nvidia e le altre misure di controllo ha contribuito a creare una vera e propria carenza di chip IA in Cina.
Da anni Washington vieta l’esportazione dei processori più avanzati verso la Cina, mentre Pechino ha a sua volta bloccato gli acquisti del modello H200 di Nvidia – già due generazioni indietro rispetto alle ultime versioni – per favorire l’industria domestica.
Nonostante alcune aziende tech cinesi stiano facendo pressioni affinché venga autorizzata la vendita di questi chip, le fonti indicano che un via libera su larga scala rimane al momento improbabile.
La scommessa cinese sulla produzione nazionale
Di fronte a queste limitazioni, Pechino ha deciso di puntare sullo sviluppo rapido dei produttori locali di semiconduttori.
Secondo stime recenti, la produzione totale cinese di processori IA dovrebbe triplicare entro la fine dell’anno. Tuttavia, il divario rispetto ai rivali globali resta ancora ampio, soprattutto a causa della difficoltà di accedere alle attrezzature di manifattura più avanzate.
Come ha raccontato un executive del settore tech cinese, la situazione è diventata paradossale: tutti i fornitori domestici hanno esaurito le scorte, incluse quelle di chip di fascia più bassa che fino a qualche tempo fa faticavano a trovare acquirenti.
La domanda è talmente elevata che qualsiasi soluzione, anche parziale, viene immediatamente assorbita dal mercato.






