Innovazione

5G, via Huawei e Zte dall’Italia? Sembra facile… Il commento di Rapetto

di

Leonardo Huawei

L’input del Copasir a Conte (no Huawei e Zte nel 5G)? La scelta di evitare rischiosi affidamenti della nostra sorte ad apparati di cui si disconoscono la reale natura va a sbattere contro mille altri ostacoli. L’opinione di Umberto Rapetto

La risposta al Copasir, che ha detto “no” a Hauwei e Zte, arriva direttamente dall’omino coi baffi, quello della caffettiera Bialetti naturalmente.

Lo storico “Sembra facile”, con la erre arrotolata, riemerge dagli spot pubblicitari dell’era di Carosello per tuonare come replica a chi giustamente ha espresso parere negativo all’utilizzo di tecnologie cinesi all’interno del sistema nervoso delle telecomunicazioni nazionali.

La scelta – fortemente condivisibile – di evitare rischiosi affidamenti della nostra sorte ad apparati di cui si disconoscono la reale natura e le effettive funzionalità va a sbattere con un poco confortante status quo e contro mille altri ostacoli che spiegano il refrain “Sembra facile”.

Cominciamo.

L’attuale parco tecnologico in dotazione ai vettori delle nostre Tlc (operatori telefonici e fornitori di connettività telematica) è già costituito in larga parte da dispositivi elettronici di produzione cinese che assicurano l’attuale funzionamento dei nostri collegamenti in fonia o dati.

Sono stati comprati perché economici e “performanti” (orribile ricorrente espressione etimologica che dovrebbe indicare la capacità di erogare prestazioni di elevata qualità), senza che nessuno provasse mai ad immaginarne le controindicazioni. Se fosse stato un farmaco, il non aver letto il “bugiardino” con le relative informazioni avrebbe portato – come minimo – ad una urgente lavanda gastrica per scongiurare un micidiale avvelenamento. Invece, quasi Mitridate avesse dato l’ispirazione, ci troviamo a sopportare il veleno che scorre nelle vene e nelle arterie digitali, sperando che il precario equilibrio non abbia a mancare.

Il veto del Copasir non può riguardare soltanto futuri approvvigionamenti, ma deve necessariamente fare i conti con il cosiddetto “installato”.

Quel che già è in esercizio – se ci sono timori e sospetti – dovrà essere rimpiazzato (magari domandando a chi ha comprato queste cose perché non ha fatto le debite valutazioni di sicurezza visto che la faccenda è nota dal 2012). Occorre quindi pianificare la sostituzione delle apparecchiature, cominciando con valutazione delle esigenze, ricerche di mercato, test e verifiche, aggiudicazioni di forniture, collaudi, entrata in funzione, integrazioni e modifiche di assestamento…

Questo difficile compito potrebbe rivelarsi una passeggiata se il tanto fantasticato “Centro di Valutazione e Certificazione Nazionale” esistesse davvero e funzionasse regolarmente in ossequio agli strombazzamenti mediatici che ne hanno annunciato l’istituzione.

L’ente – finora figurativamente – preposto allo svolgimento di determinate mansioni potrebbe anzitutto sedare ogni polemica. Non si parlerebbe più di sospetti, timori, dubbi e perplessità, ma si avrebbe modo di giustificare una o più messe al bando con elementi tecnici a conforto delle decisioni assunte.

Purtroppo una struttura di quel genere ha bisogno di persone competenti e capaci, attrezzature all’avanguardia, metodologie di lavoro, risorse finanziarie: non bastano certo le poche righe con cui si è data la trepidante notizia “di una delle azioni qualificanti per la costruzione dell’architettura nazionale sulla sicurezza cibernetica, tracciata per la prima volta dal Dpcm del 24 del gennaio 2013”.

Huawei e Zte hanno permeato lo scenario internazionale delle telecomunicazioni internazionali, piazzando i loro prodotti nelle reti della quasi totalità degli operatori incuranti delle evidenze che da quasi otto anni inducevano a non premere il pedale dell’acceleratore a favore di determinate forniture il cui appeal economico non era compensato da eguale entusiasmo sul fronte della sicurezza.

La tecnologia 5G vede i cinesi in posizione di vantaggio assoluto sotto il profilo tecnologico e commerciale, al punto di render faticoso il reperimento di alternative che si rivelino in grado di soddisfare le aspettative nel frattempo maturate dalla committenza (che hanno promesso miracoli alla clientela) e dai consumatori finali (che hanno creduto alle promesse senza nemmeno capire cosa mai dovranno fare con la velocità iperbolica della quinta generazione TLC).

Tralasciando le personali opinioni sulla concreta utilità del 5G in un Paese in cui ci sono ancora aree dove qualunque connettività latita, viene spontaneo chiedersi cosa abbia fatto l’industria nazionale in un segmento produttivo che – come stiamo vedendo e non solo da oggi – riserva spazi con prospettive di vendita e soprattutto di impiego di lavoratori.

La terra di Meucci e di Marconi, l’angolo del pianeta in cui l’invenzione è l’alito di vita, cosa può esprimere a questo proposito?

Le grandi aziende italiane, a cominciare da Leonardo, perché non alzano la mano e dicono “ho io la soluzione”?

Per quale motivo gli avventurieri finanziari hanno trafitto la creatività uccidendo sogni iperbolici come la Olivetti (quella di Adriano ovviamente) e calpestato Scarmagno che nulla aveva da invidiare alla Silicon Valley?

Ricerca e sviluppo sono stati messi in coda a qualunque priorità. La politica ha cercato solo soluzioni analgesiche per superare la nottata, quasi fosse un banale mal di denti. La carie delle TLC ha invece scavato la radice di molari e incisivi.

E così, bando o non bando, si continuerà a sorbire l’omogeneizzato di Hauwei e Zte. Si continuerà a temere di esser spiati o, ancor peggio, ad aver paura che qualcuno da Pechino ordini ai produttori di router e altri arnesi di interrompere le nostre comunicazioni (operazione semplice e tutt’altro che bizzarra) riportandoci in un istante all’età della pietra.

Meglio non pensarci, come peraltro molti – nonostante le rispettive responsabilità di competenza – hanno fatto finora.

La capacità di masticare il futuro richiede tempo: non basta una dentiera e una spalmata di Orasiv sulle gengive, ma occorre un intervento odontoiatrico che restituisca anche il sorriso…

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