L’Italia è ancora in ritardo sul Fintech. “Colpa” della mancanza di “adeguate risorse umane e finanziarie” ma anche della “capacità di comprendere appieno che la risposta al fenomeno del Fintech e della digitalizzazione non può rivelarsi efficace se si basa esclusivamente su una diversificazione dei canali distributivi”. È quanto emerge dal primo volume di uno studio pubblicato da Consob all’interno di una Collana editoriale dedicata al tema dell’impatto dei processi di digitalizzazione sul settore dei servizi finanziari in cui si evidenzia come siano soprattutto le banche più grandi a investire per attrezzarsi alle sfide del digitale e delle nuove tecnologie. Al contrario degli istituti italiani che sono, invece, come accennato, ancora in ritardo.
DOVE NASCE IL RITARDO ITALIANO
L’analisi Consob cita il focus sull’Italia dello studio PwC 2017 (20 operatori intervistati, di cui il 75% banche e il 15% Fintech) il quale conferma che il nostro Paese è indietro ma al contempo testimonia “l’avvio un percorso di collaborazione tra banche e Fintech”. L’analisi del contesto fa emergere “anche in Italia, in linea con quanto riscontrato all’estero, uno sviluppo maggiore del fenomeno Fintech tra gli intermediari finanziari di più grandi dimensioni”, gli unici ad aver avviato “processi consistenti di ridefinizione del business model”. In particolare, la ricerca evidenzia due aree di attenzione che emergono dal confronto tra i risultati delle interviste degli operatori italiani e del resto del campione: “La prima è che si prevedono ritorni inferiori (10% contro il 20%) dai progetti correlati alle Fintech; la seconda è che le realtà italiane sono meno propense ad abbracciare la natura disruptive delle Fintech (36% contro il 56%) e a investire in risorse interne per l’innovazione. Emerge, al contempo, che le banche italiane stanno investendo, in misura superiore rispetto al contesto globale, in tecnologie abilitanti che possono aiutare a ridurre il gap, come ad esempio le tecnologie utili ai fini della valorizzazione del patrimonio informativo (data analytics), sulla cybersecurity e sulla blockchain”.
LE RIFLESSIONE DA FARE 
“Queste evidenze – ammette l’organo di vigilanza della borsa – forniscono un contributo alla riflessione in corso a livello internazionale in merito all’opportunità e modalità di definizione di una cornice entro cui sviluppare una architettura della regolamentazione più flessibile ed idonea alla evoluzione di contesto, oltre che ispirata in maggior misura ad un approccio ‘activity based’, in luogo di quello di tipo ‘entity based’, attualmente applicato a larga parte delle attività finanziarie svolte dagli intermediari e sui mercati finanziari assoggettati a regole di vigilanza”. Il fatto che la normativa, ad oggi, “non si riveli pienamente neutrale rispetto al tipo di operatore finanziario o al tipo di tecnologia e canale di intermediazione finanziaria utilizzati, costituisce un tema rilevante, non solo perché influenza le condizioni competitive all’interno del settore finanziario, da cui possono discendere una serie di effetti sui singoli operatori finanziari e a livello sistemico, ma anche in considerazione delle possibili conseguenze in termini di efficace ed efficiente allocazione delle risorse finanziarie all’interno del sistema economico, nonché di tutela della clientela e di prevenzione e controllo di atti illeciti”.
VIA LIBERA DEL MEF AL COMITATO DI COORDINAMENTO SUL FINTECH









