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I capitali per le imprese scarseggiano? La risposta è il Fintech

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Tra le proposte di AssoFintech quella di utilizzare le piattaforme di Equity crowdfunding non solo per la raccolta degli investimenti di capitale di rischio per le pmi ma anche per il collocamento di mini bond e cambiali finanziarie

 

Meno burocrazia, meno costi, più aziende quotate, più gettito fiscale. Si può sintetizzare così l’intervento di Alessandro Maria Lerro, presidente di AssoFintech, un’associazione di categoria che raccoglie una serie di operatori del mercato attivi nel settore, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle tematiche relative all’impatto della tecnologia finanziaria sul settore finanziario, creditizio e assicurativo in commissione Finanze alla Camera. “Per Fintech intendiamo quel fenomeno di innovazione del mondo finanziario consentito dalla tecnologia che ci porta alla creazione di nuovi business model nuove applicazioni, nuovi processi e nuovi prodotti, determinando effetti sostanziali sui mercati finanziari, sulle istituzioni e sui servizi finanziari”, ha aggiunto Lerro introducendo la discussione.

La finanza privata è scarsa in Italia

“Questa serie di analisi che state facendo qui in Parlamento è assolutamente essenziale per allineare l’evoluzione legislativa del paese a quella che è l’evoluzione reale del paese che non sempre è avvenuta – ha precisato Lerro –. Chi si occupa di finanza ha visto negli ultimi 20 anni un cambiamento sostanziale della propria attività. Oggi è necessario conoscere la teoria delle reti, l’informatica avanzata, inglese, economia, finanza, matematica quantitativa, statistica”. Parlare di Fintech, quindi, “vuol dire parlare di soluzioni tecnologiche estremamente innovative nel mondo della finanza ma anche di soluzioni che consentono di portare finanza alle imprese innovative anche non Fintech. Si tratta di un profilo fondamentale nel nostro paese – ha ammesso il presidente di AssoFintech –. Uno dei più grandi problemi del tessuto imprenditoriale è infatti la scarsità di finanza privata. Il mercato del venture capital italiano è affetto da un atavico nanismo: parliamo di 100-120 milioni all’anno. Laddove il mercato complessivo comunitario vale 5 miliardi di euro con la Gran Bretagna a quota 2 miliardi e paesi come Germania e Francia tra gli 800 milioni e il miliardo di euro”.

Secondo Lerro, dunque, l’Italia scarseggia nella finanza privata che investe nelle aziende: “La loro vita finanziaria è affidata a banche o al capitale privato dei fondatori. Anche guardando alla borsa, la capitalizzazione rispetto al Pil ci fa vedere un dato imbarazzante: secondo i dati di World Bank in Italia il rapporto è del 27,5% rispetto a Francia, Germania e Spana dove è il doppio o il triplo o all’Inghilterra dove si raggiunge il 106,5%. Stesso discorso per le società quotate: in Italia ne abbiamo 290 secondo i dati del 2014 contro le 595 in Germania e le 1958 in Gran Bretagna”. Eppure la presenza sul mercato finanziario e la quotazione in Borsa sono importanti “perché secondo un recente studio della Consob le società quotate generano più fatturato, attirano più investimenti e maggiore occupazione – ha sottolineato Lerro –. Inoltre, visto che sono più trasparenti, attirano più debito con prestiti a tassi inferiori all’1% rispetto al 4-5% delle non quotate. Infine, hanno più resilienza alle crisi finanziarie. La qualità dei dati contabili è migliore e questo si traduce in maggior gettito fiscale”.

Le proposte di AssoFintech

In questo contesto, il Fintech può essere “un ottimo ausilio per portare nuovo capitale alle imprese. Abbiamo visto i risultati degli ultimi anni delle piattaforme di crowdinvesting che stanno cambiando il modo di approcciarsi al mercato ma c’è bisogno di aiuto soprattutto normativo perché ci si trova a confrontarsi con leggi arretrate”, ha spiegato il presidente di AssoFintech. L’Italia è invece leader internazionale nell’Equity crowdfunding anche se purtroppo “il mercato è partito con ritardo”. Nel 2017 si chiuderà comunque sopra i 10 milioni di euro, il triplo rispetto all’anno precedente e il 10% del valore del venture capital che ha dietro di sé un retail tutto italiano. “Una prima proposta, che tra l’altro è stata presa in considerazione da un emendamento alla manovra, è utilizzare le piattaforme di Equity crowfunding non solo per la raccolta degli investimenti di capitale di rischio per le pmi ma anche per il collocamento di mini bond e cambiali finanziarie che sono prodotti sottoscritti solo da investitori professionali – ha evidenziato Lerro -. In questo caso la distribuzione tramite Equity crowdfunding li renderebbe molto più economici e avrebbe il beneficio di avvicinare gli investitori professionali alle piattaforme per valutare anche altri prodotti”.equity crowfunding

Una seconda proposta “è quella di sostenere il mercato secondario delle non quotate. Qui il tema è quello del Tuf che consente di sottoscrivere le quote che si acquistano online tramite piattaforme di equity crowfunding mediante intermediario abilitato (Sim). Bisognerebbe estendere questa possibilità anche a coloro che hanno già fatto questi investimenti, consentendo loro di intestare azioni o quote a una Sim. Un’altra proposta è quella di facilitare investimenti in pmi non innovative eliminando una norma inserita nella prima versione del Tuf che richiede che almeno il 5% di ogni investimento sia sottoscritto da investitori professionali. Ora, con l’allargamento delle equity crowdfunding a tutte le pmi, questa norma non ha più senso mentre avrebbe senso mantenerla solo per le innovative ed eliminarla per le pmi ordinarie”.

“Ricordando che queste proposte non hanno costi per la finanza pubblica, abbiamo delle semplici proposte anche per il lending crowdfunding cioè i prestiti peer to peer – ha aggiunto Lerro –. I volumi raccolti sono estremamente alti. Il problema è che se investo su queste piattaforme il tasso di interesse dei miei ricavi viene discriminato rispetto agli altri tipi di investimento ad aliquota marginale rispetto al 26%. Sul fronte di chi prende in prestito il denaro, inoltre, la normativa attuale non consente la deduzione fiscale degli interessi passivi mentre gli interessi pagati su un debito bancario sono deducibili”. Introdurla nell’ordinamento consentirebbe “un maggior utilizzo delle piattaforme lending, a più aziende di ricorrere serenamente a questo strumento e a più investitori di investire”.

Un terzo tema riguarda l’utilizzo del fondo centrale di garanzia. “Oggi le pmi e le start up innovative possono utilizzare questo fondo che garantisce l’80% del prestito mentre le piattaforme di lending non hanno questa possibilità”. Un altro aspetto riguarda l’attrazione della finanza privata nei confronti dell’impresa. “Anche qui abbiamo tre proposte: uno è il tema che sta emergendo in questo periodo in cui sta decollando l’equity crowdfunding. In genere quando si finanzia un’azienda con venture capital o strumenti simili, la società si costituisce, raggiunge una certa valorizzazione e si fa un aumento di capitale in cui intervengono degli investitori che sottoscrivono delle quote. Se dopo un po’ di tempo la società attinge di nuovo a capitale di rischio con un nuovo aumento di capitale e con una nuova valorizzazione, una norma del codice civile attribuisce a chi è entrato nel primo aumento di capitale un diritto di recesso semplicemente esprimendo un dissenso all’aumento. Succede, in sostanza, che la società accoglie nuova finanza e i soci che esercitano il diritto recesso vengono liquidati in base alla valorizzazione del secondo aumento, conseguendo un’opportunistica exit pagata con i soldi dei nuovi investitori. Il nostro suggerimento è introdurre una modifica normativa per inserire negli statuti sociali una deroga”.

FintechAltro consiglio è quello di facilitare l’accesso alla quotazione. “Già in finanziaria c’è una norma che riconosce un credito di imposta alle società che si quotano. Ma il tema è che le società quotate hanno una serie di controlli e controllori che si sovrappongono e aumentano i costi di gestione. Suggeriamo una soluzione che permetta di accorpare alcune di queste funzioni come whistleblowing, compliance, antiriciclaggio magari in 1-2 organi di controllo”. Una seconda modifica che si potrebbe introdurre riguarda i Pir. “Sono già approvati e deliberati in una configurazione che prevede che il 21% del portafogli Pir debba essere investito in società non quotate. La soluzione di imporre che un 3% riguardi fondi venture capital è brillante ma raccomandiamo che questa quota non venga necessariamente indirizzata alle innovative ma anche alle pmi”.

Da ultimo qualche rilievo su delle vessazioni della burocrazia: “Vorrei parlare innanzitutto dell’antiriciclaggio che spesso viene interpretato in modo non adeguato. Per esempio non ha senso compilare una grandissima quantità di campi con informazioni che si trovano sul registro delle imprese – ha precisato il presidente di AssoFintech –. Non ha senso perché sono informazioni pubbliche, gli altri paesi Ue non lo fanno e infatti il mondo degli istituti di pagamento in Italia ha visto la sparizione delle aziende italiane e l’affermarsi di aziende francesi con costi più bassi”. Altra “banalissima problematica” è data dal fatto che i lavoratori dipendenti che fanno investimenti in start up innovative con detrazione del 30% non possono goderne compilando il 730 perché l’Agenzia delle Entrate ha dimenticato la casella costringendolo a fare l’Unico con costi maggiori”. Infine, c’è il tema che raccoglie digital identity, Spid, Contratti digitali e la notarizzazione tramite blockchain. Su questi aspetti non abbiamo soluzioni pronte, nessuno le ha. Una soluzione potrebbe essere quella di aprire un tavolo con l’obiettivo di aprire una sand-box di regolamentazione in fieri per trovare le soluzioni ideali per affrontare l’argomento”, ha concluso Lerro.

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