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Cina

Gli Usa andranno allo scontro con la Cina per i pannelli solari?

Secondo Yellen, la Cina produce troppi pannelli solari e li rivende all'estero a prezzi bassissimi, sconvolgendo i mercati e danneggiando la competitività delle aziende occidentali. Nuovo scontro commerciale in vista? Intanto, l'Ue rinuncia agli aiuti immediati al settore.

Secondo gli Stati Uniti, la Cina sta trattando l’economia globale come una discarica per le sue “tecnologie pulite” a basso costo. Lo ha detto la segretaria del Tesoro, Janet Yellen, riferendosi in particolare ai pannelli solari, alle batterie e ai veicoli elettrici che le aziende cinesi producono in eccesso rispetto alla domanda nazionale e che dunque esportano all’estero a prezzi molto bassi, sconvolgendo i mercati internazionali e ostacolando i tentativi dell’Occidente di recuperare capacità manifatturiera in questi settori.

LA PREOCCUPAZIONE DI YELLEN

“Sono preoccupata per le ricadute globali dell’eccesso di capacità produttiva che stiamo osservando in Cina”, ha dichiarato Yellen. “La sovraccapacità cinese distorce i prezzi e i modelli di produzione globali e danneggia le imprese e i lavoratori americani, così come le imprese e i lavoratori di tutto il mondo”. Ad esempio, nel 2023 la capacità manifatturiera cinese di dispositivi solari valeva più del doppio della domanda mondiale.

“Ho intenzione di discutere con i cinesi […] della sovraccapacità in alcuni di questi settori, e assicurarmi che comprendano l’impatto indesiderato che questa sta avendo – inondando il mercato con merci a basso costo – sugli Stati Uniti ma anche su molti dei nostri più stretti alleati”, ha spiegato la segretaria.

Queste parole sono state pronunciate durante una visita alla fabbrica di celle solari di Suniva, in Georgia: era stata chiusa nel 2017 per l’impossibilità di sostenere la concorrenza con gli economicissimi prodotti cinesi, ma ora sta riaprendo grazie agli incentivi offerti dall’Inflation Reduction Act, la legge del 2022 che stanzia aiuti pubblici per 369 miliardi di dollari alla manifattura americana di tecnologie pulite. Suniva, assieme all’azienda canadese Heliene, hanno annunciato la settimana scorsa un accordo triennale da 400 milioni di dollari per collaborare alla costruzione di pannelli solari negli Stati Uniti, utilizzando componentistica nazionale.

L’Inflation Reduction Act favorisce l’installazione di pannelli prodotti in America, che godono di un credito fiscale ulteriore rispetto a quelli importati dall’estero.

LA VISITA DI YELLEN IN CINA

Entro aprile la segretaria Yellen dovrebbe recarsi in visita in Cina, e ha promesso che affronterà il tema della sovraccapacità con le sue controparti cinesi. La questione non è solo industriale, ma anche elettorale: a novembre ci saranno le elezioni presidenziali, e Joe Biden ha dedicato una grossa parte della sua agenda politica proprio al potenziamento dell’industria “verde” negli Stati Uniti.

Attualmente, il primo paese produttore di pressoché tutte le tecnologie pulite per la transizione energetica – spesso fin dai materiali di base come il litio o le terre rare – è proprio la Cina, che ha costruito la sua dominanza in questo settore attraverso una politica di sussidi che l’America e l’Unione europea stanno grossomodo imitando.

Secondo Yellen, però, tanto più l’eccesso produttivo cinese interferirà con i prezzi di mercato delle clean tech, tanto peggiore sarà la situazione delle filiere internazionali, che stanno cercando (con difficoltà) di distaccarsi dalla Cina. L’ambasciata cinese a Washington, tuttavia, nega che esista un eccesso di tecnologie pulite cinesi.

NUOVE TENSIONI USA-CINA IN VISTA?

Le dichiarazioni della segretaria andranno probabilmente a aggravare le già forti tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, iniziate sotto la precedente amministrazione di Donald Trump con la cosiddetta trade war e proseguite sotto l’attuale con i controlli alle esportazioni di semiconduttori. A febbraio, inoltre, Biden ha avviato un’indagine sui cosiddetti “veicoli intelligenti” (ma anche elettrici) provenienti dalla Cina, che potrebbero rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale americana per via della grande quantità di dati raccolti sulle infrastrutture, ad esempio. In quell’occasione il presidente dichiarò che “la Cina è determinata a dominare il futuro del mercato dell’auto, anche ricorrendo a pratiche sleali […] Non permetterò che questo accada sotto i miei occhi”.

A fine marzo la Cina ha avviato un procedimento contro gli Stati Uniti presso l’Organizzazione mondiale del commercio, accusando Washington di aver implementato dei “sussidi discriminatori” con l’Inflation Reduction Act, perché la legge non si applica ai prodotti provenienti dalla Cina e da altri paesi membri dell’Organizzazione.

E L’EUROPA?

Mentre gli Stati Uniti anticipano un possibile scontro con la Cina, l’Unione europea – stando a una bozza di documento ottenuta da Politico – non offrirà aiuti immediati alla propria industria solare, sostenendo di volersi concentrare piuttosto su misure di sostegno a lungo termine.

I rappresentanti dell’industria solare europea accusano la Cina di essere responsabile della loro crisi. Johan Lindahl, segretario generale dell’European Solar Manufacturing Council, ha detto ad esempio che “c’è un’enorme sovraccapacità globale e i produttori europei non possono vendere i [loro] prodotti senza subire enormi perdite. Dobbiamo affrontare la minaccia cinese”.

Secondo Lindahl, la situazione nel Vecchio continente è critica: i produttori sono “sull’orlo del baratro” e la maggior parte della manifattura europea di dispositivi fotovoltaici potrebbe venire cancellata nel giro di qualche mese. Lindahl ha spiegato che o le aziende “saranno costrette a dichiarare bancarotta”, oppure “quelle in possesso delle risorse si trasferiranno negli Stati Uniti” per accedere ai crediti d’imposta offerti dall’Inflation Reduction Act.

L’European Solar Manufacturing Council pensa quindi che Bruxelles debba implementare delle misure di difesa commerciale dalla Cina, limitando le importazioni, alzando le tariffe oppure avviando un’indagine anti-sovvenzioni o anti-dumping.

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