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Vi racconto il caos gas in Europa e in Italia

Il piano del governo tedesco contro il caro bollette e la posizione della Commissione Ue sul gas. L’approfondimento di Sergio Giraldo

 

Il governo tedesco rompe gli argini e decide di introdurre uno scudo del valore di 200 miliardi di euro per difendere (sic) famiglie e imprese dai prezzi dell’energia impazziti.

Mentre in Italia si cercano gli spiccioli tra le righe della Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza (NADEF) e la sola parola “scostamento” provoca reazioni scomposte, la Germania avvia un suo piano, che si potrebbe ribattezzare EEPP (Energetic emergency purchase program), parafrasando il noto programma di acquisto pandemico della BCE. Di fatto, il governo di Berlino pagherà l’energia per conto dei cittadini e delle imprese che non se lo possono più permettere. Come? Mettendo sul tavolo 200 miliardi di euro di debito nuovo di zecca.

Da Bruxelles e da Francoforte non sembrano esserci state particolari reazioni, che invece di solito, appena Roma sussurra qualcosa a proposito di un decimale, giungono rapidissime e severe.

Olaf Scholz, affiancato da Christian Lindner, ministro delle finanze e da Robert Habeck, ministro dell’economia, ha presentato ieri il suo piano, che prevede un freno ai prezzi di energia elettrica e gas per famiglie e piccole-medie imprese. Non sono stati forniti dettagli sul funzionamento di questo dispositivo, che dovrebbe entrare in vigore entro dicembre e restare fino alla primavera 2024. L’IVA sull’energia sarà ridotta dal 19 al 7% e saranno incentivate le fonti rinnovabili e i rigassificatori. Le due centrali nucleari che dovevano essere adibite a riserva resteranno in pieno esercizio. Le misure saranno finanziate attraverso un fondo di stabilità, già utilizzato per salvare Lufthansa, con l’emissione di titoli di debito pubblico. Il ministro Lindner ha detto che la regola del massimo indebitamento (0.35% del PIL) per quest’anno è sospesa, si direbbe per grazia auto-concessa, e sarà di nuovo applicata nel 2023. L’inverno sarà comunque duro per i cittadini tedeschi, cui l’autorità per l’energia tedesca (Bundesnetzagentur) ha chiesto ieri di consumare meno gas rispetto ai ritmi attuali.

Non è un caso che la decisione di Scholz sia stata resa nota ieri, dopo che il gasdotto Nord Stream da fonte di ricchezza è stato degradato a relitto in fondo al mare e proprio nel giorno in cui è stato diffuso il dato sull’inflazione in Germania, che è arrivata ad uno scioccante 10%. Il governo tedesco si sente accerchiato e cerca di reagire. Peccato però che lo zeitgeist di quest’epoca sembri essere improntato soprattutto a un generalizzato si salvi chi può.

Oggi si riuniscono a Bruxelles i ministri dell’energia degli stati membri dell’unione, che discuteranno la proposta di Regolamento della Commissione europea. La proposta contiene la riduzione dei picchi di domanda elettrica, il tetto ai ricavi dei produttori di energia elettrica da fonti non a gas e una tassa straordinaria sui profitti delle compagnie energetiche. Si è parlato di questi temi sino allo sfinimento e quasi certamente il documento sarà approvato oggi per essere poi sottoposto a votazione finale il 6 ottobre al Consiglio europeo di Praga, tra molti sorrisi e la quasi certezza dell’inutilità delle misure prese.

Lo stanco rituale delle riunioni precedute da riunioni cui seguono altre riunioni prosegue in quel della capitale europea anche su un non-paper che la Commissione ha fatto trapelare, in cui si argomenta su un nuovo riferimento di prezzo per il gas naturale liquido (LNG) e su un tetto al prezzo del gas russo. Sul primo punto, il mercato olandese TTF viene considerato non più rappresentativo del prezzo reale delle importazioni di LNG, che oggi pesano per il 33% di tutto il gas importato (+50% rispetto al 2021). La Commissione intende dunque creare un nuovo indice di riferimento per i prezzi del gas liquefatto, utilizzando i dati che già gli operatori devono comunicare per adempiere alla regolazione europea REMIT sulla trasparenza dei mercati. Queste considerazioni fanno il paio con un precedente documento della Commissione (vedi La Verità del 24 settembre), che intende creare un nuovo riferimento di mercato per tutto il gas europeo, riconducendo il TTF alla sua essenza di mercato regionale tra i tanti.

Il secondo punto si riferisce invece all’imposizione di un prezzo massimo per il gas importato via gasdotti dalla Russia. Lo scopo dichiarato è quello di abbassare i ricavi per Mosca. Nel documento si dice che se, a quel punto, Gazprom per reazione dovesse interrompere del tutto i flussi di gas, l’Europa riuscirebbe comunque a far fronte all’inverno grazie agli stoccaggi e alla solidarietà tra Stati membri. Il gas russo pesa ormai solo per il 9% degli approvvigionamenti europei e l’unico gasdotto rimasto attivo è quello che, via Ucraina-Slovacchia, giunge in Italia (circa 40 milioni di metri cubi al giorno, ma in certi periodi, come l’attuale, ridotti a poco più di 20). Dunque, il danno derivante dalla chiusura del gasdotto ricadrebbe quasi integralmente sull’Italia.

Nel suo documento, la Commissione è molto scettica, per non dire critica, sull’idea di un price cap allargato a tutto il gas europeo. La soluzione viene giudicata troppo complessa, impegnativa dal punto di vista finanziario e destabilizzante per i mercati.  “C’è una forte determinazione da parte di 15 Stati membri” che chiedono l’introduzione del price cap generalizzato e si sente del “nervosismo tra quegli Stati membri”, afferma un alto funzionario Ue a Bruxelles. Poiché se ne parla da sette mesi, il nervosismo è giustificato, anche se, va detto, la posizione della Commissione sul tema, per una volta, non è affatto irragionevole. L’Italia è tra i 15 paesi che con più vigore chiedono un tetto generalizzato, ma l’impressione è che non sarà accontentata.

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