Energia

Petrolio, ecco come Usa, Russia e Cina possono strozzare il Venezuela

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Perché è centrale il petrolio e la compagnia statale Pdvsa nel Venezuela, ora alla prese con lo scontro fra Guaidò e Maduro. L’analisi di José Luis Chalhoub Naffah, direttore della sezione sui rischi politici e petrolio del Byblos Consulting di Caracas, sul numero della rivista di geopolitica Limes uscito ieri dedicato alla situazione venezuelana

Mentre il Venezuela vive ore drammatiche per lo scontro fra il presidente Nicolas Maduro e l’opposizione guidata dall’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidò, è utile leggere l’analisi di José Luis Chalhoub Naffah, direttore della sezione Rischi politici e petrolio del Byblos Consulting di Caracas, sui problemi dell’industria petrolifera del Paese sudamericano e sui suoi legami con altri attori mondiali, primi fra tutti gli Stati Uniti di Donald Trump.

Per Naffah la produzione e le esportazioni di Pdvsa, la compagnia petrolifera statale del Venezuela, sono crollate anche perché Washington non ha più bisogno del greggio di Caracas. Nel frattempo Mosca e Pechino, una volta alleate, ora diffidano di Maduro cui non resta che la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.

I PROBLEMI DELL’INDUSTRIA PETROLIFERA DI CARACAS

Dall’elezione del precedente presidente Hugo Chavez, nel 1998, l’industria petrolifera venezuelana è stata flagellata da un gran numero di problemi politici e di rischi legati alla sicurezza che hanno causato un progressivo deterioramento della produzione. La fascia dell’Orinoco, lungo l’omonimo fiume, contiene circa 300 miliardi di barili di greggio pesante o extrapesante secondo lo U.S. Geological Survey: il Venezuela è dunque il Paese con le maggiori riserve al mondo di petrolio non convenzionale. Fonti interne sostengono che l’attuale produzione petrolifera non superi il milione di barili al giorno e che entro la fine dell’anno potrebbe scendere a mezzo milione, non solo a causa delle sanzioni statunitensi sull’export di petrolio e sulle importazioni di diluenti e di benzina dalle raffinerie americane.

A pesare sono infatti anche i rischi politici che si corrono nel Paese e che hanno spinto molte compagnie straniere ad andarsene come la malese Petronas, la russa Lukoil, la vietnamita Petrovietnam, ricorda l’analista sulla rivista di geopolitica Limes che ieri è uscita con un numero dedicato proprio alla situazione venezuelana. A ciò si aggiungono i problemi economico-finanziari e un quadro giuridico insufficiente su cui fare affidamento a fronte delle continue confische di impianti petroliferi e della nazionalizzazione degli assetti delle compagnie da parte di Caracas.

IL DECLINO DI PDVSA

Tutto ciò, insieme all’instabilità politica per il conflitto tra governo e opposizione, ha portato al declino di Pdvsa che da 5 milioni al giorno di barili prodotti venti anni fa è oggi giunta a 1 milione scarso. La compagnia, peraltro, è pesantemente indebitata nei confronti soprattutto di Cina e Russia: Pechino pretende il pagamento integrale dei crediti e Mosca ha concesso una ristrutturazione del debito di circa 3 miliardi e mezzo di dollari per sorreggere l’ultimo suo pedone in una regione che sta diventando sempre più filoamericana. Altro segnale negativo per Pdvsa è il declino del Venezuela nell’Opec, dove è ormai una voce non più ascoltata come un tempo.

I RAPPORTI CON WASHINGTON

Al momento il Venezuela esporta negli Stati Uniti 750mila-800mila barili di petrolio al giorno ma fino a qualche tempo fa si stava intorno a 1 milione e mezzo: una dinamica, scrive Naffah, dovuta anche al conflitto politico e ideologico di lunga data fra i due Paesi. Una situazione destinata a peggiorare perché Washington, fino a poco fa principale acquirente dell’oro nero venezuelano, sta diventando esportatore di petrolio e di gas di scisto puntando anche ai Caraibi. Nel frattempo, altri Paesi sudamericani stanno rimpiazzando il Venezuela quale esportatore affidabile di petrolio nei Caraibi, negli Usa e nella stessa America meridionale.

COME E PERCHE’ RISTRUTTURARE PDVSA

Non c’è dubbio, secondo l’analista, che occorre ristrutturare Pdvsa anche attraverso una sua privatizzazione: per far questo – spiega – la compagnia deve “sradicare corruzione, nepotismo e confitti di interesse, slegare le questioni politiche dall’assunzione di forza lavoro, chiarire le regole del gioco per attrarre investitori internazionali. Così potrebbe cercare di tornare ad essere uno dei tre maggiori colossi energetici al mondo”. E ciò va fatto pure se Maduro resterà al potere mirando a un buon flusso di investimenti o di aiuti internazionali per ripristinare il sistema petrolifero e gasiero. Come? Aumentando la produzione e rinnovando il ciclo di raffinazione senza dimenticare una nuova cultura organizzativa e un elemento imprescindibile ovvero che “il ministero del Petrolio sia ripulito dalla corruzione e dal nepotismo” e si dedichi solo alla produzione e all’esportazione di greggio. Inoltre, avverte Naffah, “i militari devono stare alla larga dalla gestione dell’industria energetica”.

IL CASO CITGO PETROLEUM

Accanto al caso Pdvsa, occorre citare anche quello Citgo Petroleum, il cui azionista di maggioranza è proprio la compagnia statale venezuelana. Ebbene, Citgo è stato il primo assetto di cui si è impossessato Guaido’. Oggi è il sesto più importante operatore di impianti di raffinazione degli Stati Uniti e, grazie al suo coinvolgimento nel trasporto di carburanti, lubrificanti e altri prodotti petrolchimici, rifornisce circa 5mila rivenditori al dettaglio distribuiti in 30 Stati e nel Distretto di Columbia. Ovviamente la sua proiezione negli Stati Uniti ha portato a Caracas e a Pdvsa notevoli vantaggi commerciali e geostrategici.

Ora, evidenzia Nassah, la questione più scottante riguarda il 49% ceduto da Maduro alla compagnia petrolifera russa Rosneft come garanzia per un prestito da 1 miliardo e mezzo: per Washington l’ingresso di Mosca è una minaccia alla propria sicurezza nazionale ed è prevedibile che questo elemento sarà oggetto di una battaglia legale fra Stati Uniti e Russia in vista delle elezioni presidenziali del 2020, quando Trump cercherà di essere rieletto alla presidenza.

IL GOVERNO MADURO

Facendo un excursus sull’esecutivo Maduro, l’analista nota che negli ultimi quattro anni l’economia venezuelana è collassata. Russi e cinesi – aggiunge – diffidano del modo in cui il successore di Chavez governa il Paese e guardano con apprensione alla crisi perché un contesto politico instabile può mettere a rischio i loro investimenti. “Non è dunque escluso – scrive Nassah – che le due potenze possano perdere la pazienza con il presidente venezuelano e il suo sistema corrotto”. Peraltro, senza un aumento della produzione dell’oro nero è probabile che non investiranno più nell’industria petroliefra venezuelana. Ciò spiega “l’intima relazione” sviluppata da Maduro con Erdogan, considerata alternativa di breve-medio periodo agli ormai fragili legami con Russia e Cina.

PROSPETTIVE DELLA CRISI

E arriviamo a quanto sta accadendo in queste ore. Secondo Nassah, le prospettive della crisi non sono affatto rosee: se le sanzioni americane facessero precipitare di più le cose e parte delle forze armate si schierasse con Guaidò, come effettivamente sta accadendo, questi potrebbe assumere il potere e convocare nuove elezioni. In caso contrario, anche considerando le sanzioni alle importazioni di diluenti dagli Usa, Caracas avrebbe difficoltà a tenere i bassi livelli di produzione attuali e a mantenere in vita il sistema di raffinazione. Addirittura, la produzione di Pdvsa potrebbe scendere a 700 milioni di barili al giorno. Nel frattempo, Washington si ritaglia un ruolo di attore energetico di primo piano con Exxon e altre compagnie che hanno scoperto giacimenti in Guyana, Brasile e Colombia. Infine il Venezuela potrebbe essere estromesso dall’Opec visto che la produzione petrolifera continua a diminuire e le importazioni di petrolio e di gasolio continuano invece ad aumentare.

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