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Non solo petrolio: tutti i minerali critici del Venezuela

Il sottosuolo del Venezuela è ricchissimo di petrolio e di gas, e forse - ma mancano dati certi - di minerali critici come il nichel, il titanio e l'ambitissimo coltan. Caracas entrerà nella filiera anticinese promossa dagli Stati Uniti?

Il potenziale energetico del Venezuela è immenso: il paese dispone infatti delle più grandi riserve di petrolio al mondo – oltre trecento miliardi di barili, più dell’Arabia Saudita -, eppure contribuisce per meno dell’1 per cento all’offerta globale. Se negli anni Settanta produceva anche 3,5 di barili di greggio al giorno, sotto la presidenza di Nicolas Maduro il suo output si è attestato una media di appena 1,1 milioni: è la conseguenza dei decenni di corruzione, malagestione e scarsi investimenti che fecero seguito alla nazionalizzazione del comparto petrolifero voluta dall’ex-presidente Hugo Chavez nella seconda metà degli anni Duemila.

IL VENEZUELA È RICCO DI GAS, MA…

Il Venezuela, sulla carta, è ricchissimo anche di gas naturale, di cui possiede le riserve più grandi nell’intera regione dell’America latina. Anche in questo caso, però, il potenziale viene perso – il gas, cioè, finisce nell’atmosfera anziché essere catturato e monetizzato – a causa del pessimo stato delle infrastrutture. Il 40 per cento circa della produzione gasifera nazionale, che ammonta a tre miliardi di piedi cubi al giorno, viene sprecato attraverso il venting e il flaring “con un costo opportunità annuo pari a circa 1 miliardo di dollari” in entrate mancate, ha scritto Luisa Palacios sul giornale specializzato Americas Quarterly.

ORO, CARBONE, MINERALE FERROSO E BAUXITE

In passato il Venezuela era un produttore significativo, se rapportato alla media latinoamericana, di alluminio, acciaio, ferro, oro e bauxite (una roccia necessaria alla produzione di allumina). Negli anni Novanta i prodotti minerari rappresentavano il 6 per cento delle esportazioni totali, ma tale quota è precipitata – assieme alla capacità estrattiva – a seguito delle politiche di nazionalizzazione degli anni Duemila.

Nel 2019 l’allora presidente Maduro annunciò un piano quinquennale per il rilancio del settore minerario, che nelle intenzioni avrebbe dovuto garantire al paese delle entrate alternative a quelle petrolifere. Ad oggi, però, non è chiaro se il piano sia stato attuato e quali risultati abbia prodotto.

Stando alle stime governative, comunque, il Venezuela possiederebbe 3 miliardi di tonnellate di carbone, quasi 408.000 tonnellate di nichel, 644.000 tonnellate di oro, 14 miliardi di tonnellate di minerale ferroso e 321 milioni di tonnellate di bauxite. Non è chiaro tuttavia se si tratti di risorse (l’interezza dei giacimenti) oppure di riserve (i giacimenti sfruttabili a costi vantaggiosi), dato che nei documenti governativi i due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi.

I MINERALI CRITICI DEL VENEZUELA

Sempre secondo il governo – che in questo caso non ha diffuso dati, però – il sottosuolo venezuelano conterrebbe anche depositi di antimonio, rame, coltan, molibdeno, magnesio, argento, zinco, titanio, tungsteno e uranio. Si tratta di minerali di rilevanza critica:

  • il rame, ad esempio, è fondamentale per i cavi elettrici;
  • l’argento per le automobili e i pannelli solari;
  • l’uranio per l’energia nucleare;
  • il titanio per il settore aerospaziale;
  • il nichel per le batterie;
  • l’antimonio per le munizioni e i ritardanti di fiamma;
  • il coltan, o columbite-tantalite, per i dispositivi elettronici: l’offerta mondiale di questo minerale si concentra in Congo.

E LE TERRE RARE?

Il Venezuela non sembra invece avere giacimenti di terre rare, un gruppo di diciassette elementi fondamentali per le energie rinnovabili, per la mobilità elettrica, per l’elettronica e per il comparto della difesa: le terre rare sono al centro degli interessi economici degli Stati Uniti in Ucraina, e non solo.

Attualmente, gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per l’80 per cento delle loro importazioni di terre rare: si tratta di una vulnerabilità notevole, che la precedente amministrazione di Joe Biden e quella attuale di Donald Trump vogliono risolvere attraverso lo sviluppo di supply chain alternative – posizionate in paesi alleati o affini – e di una filiera nazionale.

Al di là delle terre rare, Pechino domina l’estrazione e soprattutto la raffinazione di molti altri minerali critici per l’energia, l’elettronica e la difesa. In prospettiva, dunque, Caracas potrebbe diventare un anello di questa nuova catena di approvvigionamento che Washington punta a costruire. Peraltro, solo il mese scorso il governo statunitense ha fornito un prestito di 465 milioni di dollari al gruppo svizzero Serra Verde per la realizzazione di una miniera di terre rare in un altro paese sudamericano, il Brasile.

L’America latina, grazie alla sua vicinanza geografica agli Stati Uniti, potrebbe dunque giocare un ruolo chiave nella creazione di una filiera mineraria più “corta”, sicura e libera dalla Cina.

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