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Fini e rischi del price cap Ue al petrolio russo

Price Cap

Il price cap dell’Unione europea e del G7 al petrolio russo potrebbe rivelarsi un boomerang: ecco perché. L’analisi di Sergio Giraldo

 

L’Unione europea ha trovato un accordo sul tetto al prezzo del petrolio russo, avviando così l’effettiva applicazione del price cap a livello di G7, più Australia e, appunto, il gruppo dei 27. Anche le residue resistenze dell’oltranzista Polonia sono state abbattute, probabilmente in cambio di qualcosa su altri tavoli. La decisione arriva alla vigilia dell’inizio dell’embargo europeo sul petrolio russo, deciso la scorsa primavera e che comincia alla mezzanotte di oggi. La manovra dovrebbe servire ad indebolire le finanze russe, riducendone i guadagni così da non permettere al Cremlino di finanziare la guerra in Ucraina con i dollari occidentali.

Il meccanismo del prezzo massimo stabilito vieta alle compagnie di trasporto, assicurazione e riassicurazione di muovere il petrolio russo in qualunque parte del mondo, a meno che lo stesso sia stato ceduto a un prezzo inferiore ai 60 dollari al barile. Il meccanismo vale in particolare per i trasporti via mare. Il petrolio russo, denominato Ural, attualmente è venduto sui mercati già a sconto rispetto agli altri due greggi più noti, il Brent e il WTI. Venerdì gli ultimi scambi hanno fatto segnare un prezzo dell’Ural attorno ai 59 $ nel Mare del Nord e 62$ nel Mediterraneo, dunque il cap si trova esattamente in questo ristretto intervallo.

I paesi europei non solo non importeranno più greggio russo via mare, ma saranno di fatto anche guardiani del dispositivo di price cap sullo stesso. Questo perché la gran parte delle società di assicurazione e riassicurazione del settore sono europee, così come una buona parte degli armatori. Paradossalmente, c’è preoccupazione negli USA rispetto alla posizione intransigente dell’Unione europea, che avvierà non solo il divieto di import del petrolio russo, ma anche il divieto ad aziende europee di prestare servizi collegati. A Washington si teme che la somma di queste misure abbia un impatto troppo forte sui mercati, tali da far rialzare i prezzi e trasformarsi nell’ennesimo boomerang.

Intanto, il governo russo fa sapere che “non accetterà” un prezzo massimo imposto dal G7 e dai suoi alleati sul petrolio. Secondo l’agenzia di stampa TASS, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato che Mosca si era preparata per il tetto massimo e lo stava analizzando. “Non accetteremo questo massimale, la Russia continuerà a trovare compratori per il suo petrolio”, ha detto, aggiungendo che presto Mosca risponderà. Già nelle scorse settimane il Cremlino aveva fatto sapere che non fornirà più petrolio ai paesi che applicheranno il price cap. Ora il timore è che possano venire fermate anche le residue forniture di gas all’Europa (circa 40 milioni di metri cubi al giorno).

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov in una conferenza stampa giovedì scorso si è espresso con toni durissimi nei confronti dell’Occidente. “Non diamo alcuna importanza a quale sarà il prezzo massimo stabilito, faremo accordi diretti con i nostri partner ignorando questi limiti”, ha detto il ministro. “Non si tratta di guadagnare un po’ di più dalla vendita del nostro petrolio. È solo che dobbiamo iniziare a costruire un sistema indipendente da questi metodi neocoloniali”, ha poi proseguito, riferendosi ai buoni rapporti con Turchia, Brasile, Cina, India e Sudafrica. “È un segnale molto potente a lungo termine a tutti gli Stati per considerare l’abbandono dei meccanismi imposti dall’Occidente all’interno dei suoi sistemi di globalizzazione”, ha concluso Lavrov, aggiungendo che “le decisioni devono essere reciproche, tra il produttore e l’acquirente, piuttosto che essere prese da un tizio che desidera punire qualcuno”.

La riunione dell’OPEC+, il cartello dei paesi maggiori produttori di petrolio di cui fa parte anche la Russia, dovrebbe decidere i livelli di produzione per ogni paese. La novità dell’accordo sul price cap però potrebbe costringere a rinviare ogni decisione, in attesa di analizzare meglio i possibili impatti su produzione, domanda e prezzi.

In effetti, alcune fonti da Vienna fanno trapelare che la riunione quasi certamente lascerà inalterati i livelli di produzione attuali. Le attività petrolifere russe sono ben lungi dall’essere in crisi, avendo anzi raggiunto nel mese appena concluso una produzione di poco meno di 11 milioni di barili al giorno, ai massimi dall’inizio della guerra in Ucraina. La Russia resta una realtà importante del settore petrolifero, fornendo annualmente circa il 10% della produzione mondiale.

Dal canto suo, l’Europa importa ad oggi ancora grandi quantitativi di greggio da Mosca e lo stop, che non riguarda gli oleodotti, potrebbe avere ripercussioni serie. I prezzi del greggio, sui mercati mondiali, sono stati molto volatili in questo ultimo periodo, a causa delle varabili incerte che agiscono sui prezzi. Da una parte, i timori di recessione, la stretta monetaria e i lockdown pandemici in Cina pongono freno alla domanda, ma dall’altra parte l’embargo al petrolio russo e il meccanismo di price cap potrebbero privare il mercato di quella offerta marginale che tiene i prezzi in equilibrio.

È molto difficile dire quali saranno gli impatti di questi provvedimenti: data l’assoluta novità della situazione mancano paralleli storici che possano fare da termine di paragone. Saranno i mercati a dare una prima valutazione, mentre si avvicina l’altra scadenza, quella dell’inizio dell’embargo sui carburanti e distillati russi, dai quali l’Europa dipende fortemente, prevista per il 5 febbraio.

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