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Tutte le sinergie fra Cina e Iraq sul petrolio

Iraq

Che cosa succede sul petrolio in Iraq? Ecco le ultime novità. L’articolo di Giuseppe Gagliano

 

Come riferito dal periodico Aljazeera, il 24 luglio una infrastruttura militare sita nel Kurdistan iracheno controllata dalle forze armate americane è stata colpita da un’offensiva posta in essere da droni. L’infrastruttura militare si trova nei pressi di Al-Harir, situata a 70 chilometri a Nord-Est di Erbil, capitale della regione autonoma del Kurdistan.

Un attacco di tale natura non deve sorprendere dal momento che questo episodio costituisce uno dei tanti attacchi attuati nell’ultimo periodo e che hanno colpito le infrastrutture sia militari che diplomatiche degli Stati Uniti in Iraq.

Superfluo osservare che anche questo attacco è stato molto probabilmente posto in essere da gruppi terroristici legati all’Iran. Sempre questi gruppi affiliati a Teheran avevano colpito l’aeroporto di Erbil sito nella regione del Kurdistan iracheno. Anche in Iraq, come in Afghanistan, è stato previsto una graduale ritiro delle truppe americane: se inizialmente infatti erano circa 3500 oggi sono 2500 le truppe americane dispiegate in Iraq.

Se è chiaro che questi attacchi terroristici su medio-lungo periodo sono efficaci poiché logorano in modo sistematico l’esercito americano — attacchi che hanno un costo relativamente contenute rispetto invece alle enormi spese che gli americani devono affrontare per il mantenimento delle truppe in Iraq — è altrettanto vero che questa successione così rapida di attacchi è anche il risultato di una strategia precisa volta a vendicare l’uccisione sia del capo della Quds Force, Qassem Soleimani sia del vicecomandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, omicidi mirati ordinati da Trump lo scorso anno.

In definitiva la strategia americana in Iraq, come quella in Afghanistan, non solo si sta rivelando fallimentare ma costituisce un vero e proprio salasso per le casse americane.

Approfittando della costante minaccia terroristica, che ha indotto diverse compagnie occidentali a lasciare l’Iraq — ci si riferisce alla Occidental Petroleum e alla Shell, che si sono già ritirate dai giacimenti petroliferi della regione meridionale di Bassora — la Cina sta svolgendo un ruolo sempre più rilevante nel contesto del settore petrolifero iracheno. Non va mai infatti dimenticato un dato fondamentale: l’Iraq esporta una quota significativa di petrolio in Cina — circa il 30% — e questo significa che dopo Arabia Saudita e Russia è il terzo esportatore.

Per dare una idea più precisa l’Iraq nel 2021 ha esportato 13.672.443 milioni di tonnellate verso il Dragone. Complessivamente i giacimenti petroliferi collocati nel sud dell’Iraq che vedono una presenza di grande significato delle industrie petrolifere cinesi sono circa 15.

A tale proposito va tenuto presente che la pandemia di Covid-19 e il successivo crollo del prezzo del petrolio di marzo hanno portato nel 2020 a una contrazione dell’economia irachena del 12%, più di qualsiasi altro paese dell’Opec. Non a caso il primo ministro Mustafa al-Kadhimi considera la Cina come un partner solido per la crescita economica in Iraq. Basti pensare ai rapporti tra la multinazionale petrolifera cinese ZhenHua e SOMO che hanno intrapreso una collaborazione su larga scala. Infatti nel 2018, l’Iraq mirava a fornire alla Cina più petrolio greggio in un altro accordo che è quasi passato ma è stato annullato all’undicesima ora. Ma il 17 dicembre, il governo iracheno ha accettato di rinnovare un contratto con ZhenHua, perforando tre nuovi pozzi petroliferi nel giacimento petrolifero di East Baghdad, situato a circa 10 chilometri a est della città di Baghdad. Il giacimento ha circa 8 miliardi di barili di petrolio.

La multinazionale cinese ZhenHua gestisce un totale di 11 progetti di esplorazione e produzione petrolifera in sei paesi ed è profondamente coinvolto nell’attuazione della strategia di sicurezza energetica “Going Global” del PCC. La società lavora già con diversi paesi del Medio Oriente e in particolare ha acquisito una quota del 4% nella concessione onshore della Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC). Anche questa multinazionale rientra nella logica del capitalismo di Stato cinese: nata originariamente nel 2003 come sussidiaria dell’appaltatore cinese della difesa Norinco, ZhenHua Oil è infatti indirettamente posseduta al 100% dalla Commissione per la supervisione e l’amministrazione dei beni del Consiglio di Stato (SASAC). Il SASAC gestisce centinaia di imprese statali (SOE), genera entrate per oltre 3,6 trilioni di dollari all’anno e nomina tutti i dirigenti di alto livello in ogni SOE. Se l’Iraq aderisce a ZhenHua – o a qualsiasi altra SOE in lizza per l’offerta – i prestiti in contanti saranno liquidati come finanziamento del governo cinese.

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