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Ma che fine hanno fatto i proventi del petrolio venezuelano incassati dagli Stati Uniti?

Dopo la cattura di Maduro, l’amministrazione Trump ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano. Ma non ha comunicato quasi nulla sulla loro destinazione, generando critiche bipartisan mentre Caracas deve fare i conti con una ripresa economica più debole del previsto. Che cosa emerge da un approfondimento del Financial Times

L’amministrazione Trump ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dalle esportazioni di petrolio venezuelano nei primi mesi del 2026, ma mantiene un velo di riservatezza quasi totale su dove siano finiti i ricavi.

Dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio e l’insediamento della vicepresidente Delcy Rodríguez come leader, Washington ha assunto il controllo delle vendite di greggio, sospendendo alcune sanzioni.

Ciò che doveva essere un’iniezione di ossigeno per un’economia già in crisi si è trasformato in un controverso caso politico-finanziario.

Come sottolinea il Financial Times in un report che affronta il caso, gli economisti osservano una ripresa modesta dell’economia venezuelana, mentre negli Usa esponenti sia democratici che repubblicani criticano Trump e chiedono trasparenza.

L’intervento americano e il nuovo assetto di potere

Come è noto, lo scorso gennaio l’amministrazione Trump ha condotto un’operazione militare che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e alla successiva installazione di Delcy Rodríguez, la vicepresidentessa, come figura di riferimento del nuovo corso.

Contestualmente, gli Stati Uniti hanno assunto il controllo delle esportazioni petrolifere venezuelane e alleggerito parte delle sanzioni che colpivano precedentemente un settore vitale per l’economia di Caracas.

Le vendite di petrolio rappresentano circa un quarto del PIL del Paese, e il ritorno sul mercato internazionale a prezzi pieni avrebbe dovuto rappresentare una svolta per un’economia già provata da anni di difficoltà. Invece, sei mesi dopo, i segnali di una vera ripresa restano tiepidi, facendo sorgere il dubbio che non tutti i ricavi siano stati effettivamente versati a Caracas.

I calcoli sui ricavi

Utilizzando i dati sulle spedizioni di Kpler e le quotazioni di Argus Media per i gradi Merey, Boscan e Hamaca, il Financial Times ha stimato entrate per più di 13 miliardi di dollari da gennaio in poi, di cui circa 11,5 miliardi coperti da prezzi certi, il resto stimato sulla base di pattern storici.

Il governo venezuelano ha persino creato un sito web per tracciare questi fondi, ma contiene un’unica voce: un trasferimento di 300 milioni di dollari a marzo.

Le versioni contrastanti di Washington

Le dichiarazioni americane sul destino dei proventi del greggio di Caracas sono apparse contraddittorie fin dall’inizio.

L’ordine esecutivo di gennaio definiva il ruolo statunitense come di mera custodia per conto del governo venezuelano. Trump, invece, ha parlato apertamente di un’operazione da cui gli Stati Uniti stanno “facendo un sacco di soldi”, sostenendo di aver recuperato 28 volte i costi dell’intervento militare in soli 48 minuti grazie al petrolio.

Altri funzionari hanno aggiunto sfumature diverse. Il Dipartimento dell’Energia ha parlato di fondi da destinare “a beneficio del popolo americano e di quello venezuelano”, mentre il Dipartimento di Stato ha riferito di miliardi già riversati nell’economia venezuelana con monitoraggio per evitare abusi.

Il funzionario senior del Dipartimento di Stato Michael Kozak ha spiegato che si tratta di denaro venezuelano, ma che Caracas deve ottenere il permesso americano per utilizzarlo, soprattutto per stipendi pubblici e attrezzature petrolifere.

Le critiche bipartisan e la richiesta di trasparenza

Tale opacità ha suscitato reazioni sia tra i democratici che tra alcuni repubblicani. La deputata dem Joaquin Castro ha denunciato un’operazione fin dall’inizio orientata su “petrolio, potere e corruzione”, accusando l’amministrazione di tenere il Congresso all’oscuro. María Elvira Salazar, repubblicana della Florida, ha chiesto rapporti pubblici durante un’audizione.

Nel frattempo alcuni economisti venezuelani come Francisco Rodríguez, José Guerra e Alejandro Grisanti hanno sottolineato la mancanza di informazioni chiare notando che, nonostante l’aumento della produzione, la crescita del primo trimestre è stata solo del 2,5%, la più bassa da anni.

Il sospetto diffuso è che Washington non abbia trasferito l’intero ammontare dei ricavi.

Le aspettative deluse

Molti analisti si aspettavano una forte accelerazione economica grazie alla fine dello sconto forzato sulle vendite di petrolio imposto dalle precedenti sanzioni Usa. Il governo Rodríguez ha anche approvato una nuova legge sulle risorse per attirare investimenti.

Eppure la ripresa appare contenuta. Solo negli ultimi due mesi si sono registrati segnali di maggiori afflussi di dollari, ma i recenti terremoti che hanno colpito il Paese hanno spostato ulteriormente le prospettive di crescita.

Rodríguez sottolinea che senza il trasferimento completo dei ricavi petroliferi è difficile che l’economia del Venezuela possa accelerare davvero.

I terremoti e la corsa ai fondi per la ricostruzione

I due violenti terremoti del 24 giugno hanno aggravato la situazione. L’Onu stima danni a edifici e infrastrutture per 37 miliardi di dollari.

Delcy Rodríguez ha intensificato le richieste di accesso a risorse bloccate all’estero, inclusi fondi FMI e oro custodito dalla Bank of England.

Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno stanziato 386 milioni di aiuti e inviato centinaia di soldati, e il l’incaricato d’affari John Barrett ha assicurato che parte dei ricavi petroliferi è stata resa disponibile per la ricostruzione, senza però specificare le cifre. Il tema della destinazione dei fondi è diventato ancora più urgente.

Sospetti e prospettive

Il sospetto è che Washington stia utilizzando il controllo sui fondi come strumento di influenza su Rodríguez e su quel che rimane del governo chavista. “È il loro denaro, ma devono avere il nostro permesso”, ha ribadito Kozak.

Il Dipartimento del Tesoro parla di collaborazione per pagare stipendi e garantire liquidità. Tuttavia, l’assenza dei report trimestrali promessi e il silenzio prolungato verso il Congresso alimentano inesorabilmente le polemiche.

Benjamin Gedan, ex funzionario sotto l’amministrazione di Barack Obama, prevede che se i democratici dovessero conquistare il Congresso alle elezioni di novembre, l’argomento diventerebbe un “bersaglio succoso” per inchieste, mandati di comparizione e audizioni.

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