Energia

Perché sul carbone ci sono tensioni fra Cina e Australia

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La Cina ha sospeso le importazioni di carbone dall’Australia per ragioni politiche. Il blocco, però, sta avendo un impatto sui prezzi. Tutti i dettagli

 

La Cina – il più grande importatore e consumatore di carbone – ha di fatto sospeso le importazioni di carbone termico e coke dall’Australia per ragioni politiche.

LA CRISI POLITICA TRA CINA E AUSTRALIA

Dall’inizio della pandemia le relazioni tra Pechino e Canberra sono infatti peggiorate di molto. L’ anno scorso il governo australiano ha accusato le autorità cinesi di malagestione dell’emergenza sanitaria e ha richiesto l’apertura di un’indagine indipendente sull’origine del coronavirus, diffusosi dalla città di Wuhan. In risposta, la Cina ha prima sospeso o imposto dazi sulle importazioni di alcuni prodotti agroalimentari dall’Australia, dopodiché ha iniziato a portare avanti un blocco – seppur non ufficiale – sul carbone.

L’Australia è il primo esportatore al mondo di coke, utilizzato nella produzione dell’acciaio, e il secondo di carbone termico, utilizzato per produrre elettricità.

GLI EFFETTI DELLE RESTRIZIONI

Le restrizioni alle importazioni di carbone dall’Australia hanno fatto scendere gli acquisti cinesi praticamente a zero nei primi due mesi del 2021. Lo scorso giugno avevano invece toccato i massimi annuali di 9,4 milioni di tonnellate, stando ai dati dell’azienda Refinitiv.

Queste restrizioni si sono tradotte in prezzi più alti per i consumatori cinesi. Il carbon coke degli Stati Uniti, ad esempio, costa circa 152 dollari a tonnellata: vale a dire 39 dollari a tonnellata in più rispetto a quello australiano, a cui vanno sommate le spese di trasporto, che saranno a loro volta più alte vista la distanza tra la costa orientale americana e la Cina.

Le restrizioni hanno fatto poi crescere i prezzi domestici del coke, riflettendo in parte l’aumento dei costi di importazione da fornitori diversi dall’Australia. Dallo scorso ottobre ad oggi i contratti (futures) di coke scambiati alla Dalian Commodity Exchange sono aumentati del 16 per cento, passando da 1353 a 1573 yuan la settimana scorsa.

LE QUOTE DI MONGOLIA, STATI UNITI, CANADA E AUSTRALIA

Il maggiore fornitore di carbone coke della Cina è ora la Mongolia, che nei primi due mesi dell’anno ha soddisfatto da sola il 61,7 per cento delle importazioni cinesi, contro l’appena 17,7 per cento nei primi due mesi del 2020.

La quota dell’Australia è invece scesa a zero, dal 68,4 per cento nel periodo gennaio-febbraio 2020. Quella degli Stati Uniti è aumentata, da meno del 2 per cento al 9,1 per cento. È cresciuta anche la quota del Canada, passata al 12,1 per cento dal 6,1.

Su Reuters, Clyde Russell scrive che i prezzi delle importazioni di coke dalla Mongolia – nonostante siano più economiche rispetto alle forniture trasportate via mare – tendono a seguire i prezzi interni cinesi, e quindi è probabile che siano cresciuti molto.

IL CARBONE TERMICO

Per quanto riguarda il carbone termico, il blocco alle importazioni australiane ha avuto un impatto notevole sui prezzi interni cinesi. Il benchmark a Qinhuangdao (il porto più importante della Cina per il commercio di carbone) è arrivato la scorsa settimana a 747 yuan a tonnellata, circa 114 dollari: il 22 per cento in più rispetto ad ottobre.

Russell scrive che le autorità cinesi preferiscono che il prezzo domestico del carbone termico rientri in una fascia tra i 530 e i 580 yuan a tonnellata, in modo da garantire sia la redditività delle miniere, sia la competitività dei prezzi dell’elettricità.

In alternativa all’Australia, la Cina ha importato più carbone termico dall’Indonesia (ne il più grande esportatore al mondo) e dalla Russia e il Sudafrica, che offrono carboni dalle qualità simili a quella australiana.

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