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Perché Taranto è molto più dell’ex Ilva

Ex-ilva

Da tre anni c’è il progetto “Ecosistema Taranto” sulla biodiversità, ma pochi se ne sono accorti. Il corsivo di Nunzio Ingiusto

 

I modelli per diventare sostenibili ci sono, perché non prenderli ad esempio? Già, perché? L’attenzione della politica per Taranto è tutta concentrata sull’ex Ilva, con l’onnipresente Domenico Arcuri nel ruolo di Commissario straordinario.

La città, simbolo di un Sud sospeso tra rinascita e antiche tradizioni, continua ad essere trattata esclusivamente per la riqualificazione della vecchia acciaieria. La politica di Roma appare sempre più lontana da idee e proposte che invece circolano con buone ragioni.

Bogotà e Bilbao sono due città lontanissime dalla Puglia. Eppure la loro rigenerazione, dopo crisi lunghissime e tremende, è presa a modello per non legarsi mani e piedi alla sola ex Ilva. Il sindaco Rinaldo Melucci  è convinto che un nuovo ecosistema urbano sia finalmente  possibile. Che è a portata di mano, tanto più con i soldi del Next generation che in Spagna e in Colombia, tra parentesi, non ci sono stati.

“Se Taranto svolta, può svoltare tutto il Paese”, ha detto. Con  lui il patron di Slow Food Carlo Petrini, urbanisti, economisti, sociologi. Alla conferenza “Le città che cambiano”, per immaginare il futuro, si è  parlato di città che partendo dalle difficoltà, sono rinate attraverso educazione, cultura, sostenibilità, bellezza.

L’acciaio della più grande fabbrica d’Europa è stata la scusa per  aggiornare un piano di lavoro concepito tre anni fa secondo gli obiettivi dell’Agenda Onu al 2030. Tutto in loco. Cosa ne hanno saputo i governi che si sono succeduti dal 2017 ad oggi? Le idee sono in bella mostra in “Ecosistema Taranto”, un documento che vincola l’amministrazione comunale (non solo) ad attuare un piano di transizione economica, ecologica, energetica, urbanistica basato su cento valori.

Certo, Slow  Food ci ha messo del suo sulla biodiversità, sul mare, sulla  mitilicoltura, come era giusto che facesse un partner di quel tipo. Ma a novembre il Comune  ha firmato  un protocollo con la  Novamont per un progetto di Plastic Free nel Mar Piccolo per l’uso di retine biodegradabili e compostabili. Un  esempio di blue economy integrato, di prospettiva, che non si ferma alla tradizione manifatturiera dell’acciaio o alla raffinazione dei combustibili. È illusorio pensare che un simile disegno possa essere sostenuto solo dal Comune di Taranto o dalla Regione Puglia, per lo più. Il governo  deve deve essere della partita se non vuole continuare a pensare alla città come indissolubile dall’acciaio. Può farsi sentire per aggiornare i propri schemi culturali sul Sud, se ne ha voglia è capacità.

La  biodiversità con progetti inclusivi e sostenibili sono il paradigma con cui le città di assoluto svantaggio hanno compiuto le trasformazioni più significative, dice Elena Granata, urbanista al Politecnico di Milano. Possibile che nessuno al governo  se ne sia accorto. Che Taranto resti ora e per sempre  solamente la città dell’acciaio (morti inclusi)?

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