Energia

Svizzera: addio al nucleare graduale, niente fretta

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I cittadini svizzeri hanno detto “no” ad un’uscita anticipata dal nucleare. Gli impianti saranno dismessi a fine vita degli stessi, senza un calendario programmato

La Svizzera ha detto ad un’uscita anticipata dal nucleare. Al referendum tenutosi domenica 27 novembre, unica votazione federale prevista per la tornata autunnale, i cittadini hanno scelto un’uscita da nucleare graduale e lenta, per poter dare al Paese tutto il tempo di trovare fonti di approvvigionamento valide che possano sostituire l’atomo. Il testo proponeva la chiusura dei 5 reattori e imponeva il limite di 45 anni di servizio degli impianti esistenti.

I “no” sono stati pari al 54,23% contro il 45,77%. Gli unici cantoni a favore di un’uscita accelerata dal nuclear sono stati Basilea Città (60,48% di “sì”), Basilea Campagna (50,44%), Neuchâtel (56,78%), Vaud (54,57%), Ginevra (58,96%) e Giura (57,47%).

Dal nucleare il 33% dell’energia

In Svizzera ci sono ben 5 centrali nucleari, che producono il 33% dell’energia necessaria al Paese. I reattori sono situati nella Svizzera tedesca, nei cantoni di Argovia, Soletta e Berna.

L’atomo ha fatto ingresso in Svizzera negli anni ’60. Le centrali più vecchie sono Beznau 1 e 2, attive dal 1969 e dal 1971. Sempre in quegli anni è nata la centrale di Mühleberg. Solo più tardi sono nate la centrale di Gösgen, nel canton Soletta, e quella di Leibstadt, che ha 32 anni di esercizio.

La vittoria del ‘Sì’, avrebbe portato allo spegnimento di Beznau 1 e 2 e di Mühleberg già l’anno prossimo. Gösgen sarebbe stata staccata dalla rete nel 2024. E Leibstadt avrebbe chiuso i battenti nel 2029, segnando la fine dell’era nucleare svizzera.

nucleare

Svizzera pronta a dire addio al nucleare?

L’addio all’atomo, in Svizzera, è cosa certa: dopo la catastrofe di Fukushima, infatti, le autorità elvetiche hanno già deciso una graduale chiusura delle centrali nucleari, senza tuttavia fornire un calendario. L’idea, infatti, sarebbe quella di decommissionare le centrali man mano che queste raggiungono la fine della loro vita. In questo modo, la Svizzera avrebbe certamente tutto il tempo per progettare e pianificare soluzioni innovative, pulite e a basso costo per sostituire l’atomo.

Una dismissione veloce, secondo Axpo, la più grande azienda elettrica del paese, avrebbe portato ad una lacuna importante e difficile da colmare nel breve termine. L’uscita dal nucleare avrebbe significato l’importazione di energie estera.

Usciremo dal nucleare, stiamo già uscendo dal nucleare”, sottolinea Stefan Müller-Altermatt, membro della Commissione per l’Ambiente, pianificazione del territorio e dell’energia. “Ma dobbiamo farlo in modo ragionevole, a piccoli passi. Non serve uscire subito ma poi importare corrente sporca dall’estero. Ci vuole una strategia ordinata.” La Svizzera, oggi, può contare su nucleare, sulle centrali idrauliche, da cui arriva circa il 60% dell’energia, e solo su un 4% di energia solare ed eolica.

Avrebbe voluto un’uscita rapida dal nucleare, invece, il Comitato dell’Economia, che riunisce oltre 75 imprenditori, accademici e personalità. «L’abbandono dell’atomo entro il 2029 non creerà le tanto temute lacune nell’approvvigionamento energetico, bensì rafforzerà il settore idroelettrico, attualmente sotto pressione a causa del basso costo della corrente», avevano affermato i membri del Comitato.

«Lo spettro del black out agitato dai contrari e fatto proprio dal Consiglio federale è una menzogna. Per sostituire l’energia prodotta dalle centrali atomiche che verranno via via spente, vi è tempo a sufficienza per migliorare l’efficienza energetica, specie per quanto attiene ai consumi degli edifici, e investire nelle fonti rinnovabili. Il nostro immobile che ospita anche uffici, utilizza solo il 20% della corrente necessaria in media a un edificio equivalente», aveva sostenuto il Consigliere nazionale dei verdi liberali bernesi Jürg Grossen.

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