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Le Big Oil americane si stanno davvero sfregando le mani per il Venezuela?

Trump vorrebbe trasformare il Venezuela in uno stato-satellite per la "energy dominance" degli Stati Uniti e preannuncia investimenti multimiliardari da parte delle compagnie energetiche statunitensi. Ma le Big Oil sono davvero disposte a spendere per il petrolio venezuelano? Fatti, numeri e approfondimenti

“Faremo entrare le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, le più grandi al mondo, che investiranno miliardi di dollari per riparare le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a generare profitti per il paese”. Sono parole di Donald Trump, la cui visione per il Venezuela – dopo l’attacco del 3 gennaio che ha portato alla cattura del presidente Nicolas Maduro – è sostanzialmente quella di una nazione-satellite che contribuisca alla energy dominance americana, ovvero il dominio che gli Stati Uniti dovranno esercitare sui mercati energetici, innanzitutto su quelli dei combustibili fossili.

QUANTO PETROLIO HA IL VENEZUELA?

Il Venezuela, sulla carta, è ricchissimo di petrolio: ne possiede le maggiori riserve – cioè i giacimenti sfruttabili a costi vantaggiosi, da non confondere con le risorse – al mondo, oltre tremila miliardi di barili, più grandi anche di quelle dell’Arabia Saudita. Tuttavia, la sua produzione ammonta ad appena 90.000 barili al giorno, meno di un decimo dell’output statunitense.

L’industria petrolifera venezuelana è stata di fatto distrutta dalle politiche di nazionalizzazione introdotte dal presidente Hugo Chavez (il predecessore di Maduro) negli anni Duemila, che hanno provocato la ritirata degli investitori esteri e la fuga dal paese di molti dirigenti aziendali e ingegneri specializzati. Così, in assenza sia del know-how manageriale e tecnico che delle risorse economiche necessarie al mantenimento degli impianti, il comparto petrolifero del Venezuela è finito allo sbando: il tracollo è stato aggravato dalla diffusa corruzione.

IL VENEZUELA SARÀ UN AFFARE PER LE RAFFINERIE AMERICANE?

In passato il Venezuela è stato un fornitore rilevante per le raffinerie statunitensi sulla costa del Golfo, che sono state progettate per processare varietà di greggio “pesanti” e viscose, come quello – per l’appunto – che viene estratto nella regione venezuelana dell’Orinoco.

Oggi, grazie alla cosiddetta shale revolution della seconda metà degli anni Duemila, gli Stati Uniti sono i maggiori produttori di petrolio al mondo. Tuttavia, non sono un sistema chiuso e continuano a importare greggio dall’estero per le proprie raffinerie, acquistandolo principalmente dal Canada: questo perché il petrolio da scisto americano (shale oil) è di varietà “leggera”, dunque non adatto a essere lavorato dagli stabilimenti sul Golfo.

MA COSA FARANNO LE BIG OIL?

Il grande ritorno del greggio venezuelano nelle raffinerie degli Stati Uniti dipenderà innanzitutto dalla volontà delle società energetiche americane di investire nel paese: Trump è convinto che lo faranno ma non è così scontato, per diverse ragioni.

Innanzitutto – come detto -, il settore petrolifero venezuelano è al collasso e serviranno investimenti multimiliardari per ricostruirlo: sia per rimettere in sesto le infrastrutture, sia per assumere personale qualificato. Non è detto che le società americane abbiano intenzione di spendere tutti questi soldi, anche per via dei rischi politici che, nonostante la deposizione di Maduro, non sono spariti: il Venezuela rimane un regime socialista, non una democrazia funzionale.

Oltre all’instabilità politica e legale, gli investimenti in Venezuela sono disincentivati dai bassi prezzi internazionali del petrolio – si aggirano sui 60 dollari al barile -, che non permetterebbero alle compagnie petrolifere di rientrare velocemente delle spese. Il greggio venezuelano dell’Orinoco, peraltro, è costoso da produrre, anche se facilmente accessibile.

CHEVRON, PERÒ…

Tra tutte le compagnie energetiche statunitensi, però, quella meglio posizionata per trarre vantaggio dalla situazione attuale è Chevron, essendo già presente – è l’unica, tra le Big Oil americane – in Venezuela.

Chevron vale il 20 per cento della produzione petrolifera venezuelana e può operare nel paese in quanto esentata dalle sanzioni su Caracas imposte da Washington: il suo output ammonta attualmente a 140.000 barili al giorno e viene destinato alle raffinerie sulla costa del Golfo. Tuttavia, la società pare volersi concentrare sul contenimento dei costi piuttosto che sull’espansione della capacità produttiva.

Le proprietà in Venezuela di altre due Big Oil statunitensi, ExxonMobil e ConocoPhillips, sono invece state nazionalizzate dal governo di Chavez.

E LA CINA?

Nonostante le immense riserve, il Venezuela vale meno dell’1 per cento dell’offerta globale di petrolio, come riportato da Bloomberg. Il maggiore acquirente di greggio venezuelano è la Cina, che nega però di effettuare queste transazioni con Caracas e sostiene di stare rispettando le sanzioni.

Se gli Stati Uniti dovessero prendere il controllo del comparto petrolifero venezuelano, ci sarebbero delle ripercussioni tutto sommato limitate sull’approvvigionamento energetico della Cina, visto che il Venezuela vale all’incirca il 4 per cento delle sue importazioni complessive.

Tuttavia, Pechino è la maggiore creditrice di Caracas e i carichi di greggio rappresentano una forma di pagamento del debito venezuelano, che si aggira sui 10 miliardi di dollari. Inoltre, la Cina è molto presente nel settore infrastrutturale del Venezuela, ad esempio nelle telecomunicazioni.

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