La Libia continua a essere uno dei nodi più intricati del Mediterraneo, divisa da anni tra fazioni orientali e occidentali che, nonostante il cessate il fuoco del 2020, faticano a convivere.
In questo panorama complicato, gli Stati Uniti stanno intensificando i loro sforzi per ricucire le divisioni interne, con un occhio attento alle immense riserve petrolifere del Paese.
L’esercitazione militare congiunta svolta ad aprile a Sirte sotto supervisione americana rappresenta un passo concreto in questa direzione.
In un nuovo report, Bloomberg ha ricostruito questo quadro, mettendo al centro proprio il petrolio: le sue potenzialità enormi, le ambizioni di aumentare la produzione e le difficoltà politiche ed economiche che rischiano di vanificare ogni progresso.
Il petrolio cuore pulsante dell’economia libica (e delle sue tensioni)
Da quando Gheddafi è caduto nel 2011, il petrolio è rimasto al centro di tutto.
Prima della rivolta contro l’ex dittatore la Libia arrivava a produrre circa 1,6 milioni di barili al giorno; oggi la produzione si aggira intorno a 1,3 milioni e l’obiettivo dichiarato è arrivare a 2 milioni. Un balzo ambizioso che richiederebbe investimenti per circa 20 miliardi di dollari in infrastrutture, ma soprattutto una stabilità politica che finora è mancata.
Il greggio leggero e dolce libico è particolarmente apprezzato in Europa, dove la Libia invia già circa un milione di barili al giorno. Le riserve sono le più grandi dell’Africa e i campi, soprattutto nell’area di Sirte, sono collegati direttamente ai terminali di Ras Lanuf, Es Sider e Brega.
Il problema è che le fazioni hanno ripetutamente usato il petrolio come arma nelle loro lotte per potere e denaro. Blocchi, scioperi e chiusure hanno reso la produzione altalenante. Solo pochi anni fa, dopo un blocco guidato da Khalifa Haftar, era crollata a 90.000 barili al giorno.
Ancora a inizio 2025, movimenti locali nel Crescente libico hanno minacciato di fermare un terzo delle esportazioni se la sede della National Oil Corporation non si fosse spostata a est. Anche scontri recenti a Zawiya hanno costretto a chiudere la raffineria più grande in funzione.
In pratica, senza un accordo duraturo tra le parti, ogni ambizione produttiva rischia di restare sulla carta.
La spinta americana e il ritorno delle major Usa
Sotto l’amministrazione Trump l’approccio statunitense ha preso una piega più esplicitamente commerciale.
Il consigliere Usa per l’Africa Massad Boulos, in visita a Tripoli a gennaio, ha parlato chiaramente di aziende americane che “puntano sul futuro della Libia”, legando le esercitazioni di Sirte alla protezione dell’economia e della sovranità. Generali come John W. Brennan di AFRICOM sottolineano come una maggiore sicurezza riduca i rischi per gli investimenti occidentali.
Il risultato si vede nei movimenti delle major. ConocoPhillips ha firmato un accordo venticinquennale da oltre 20 miliardi di dollari insieme a TotalEnergies attraverso la società di Stato Waha Oil. Chevron ha ottenuto un nuovo blocco esplorativo nel Bacino di Sirte nella prima licenza dal 2007, mentre Exxon Mobil sta valutando quattro blocchi offshore dopo una lunga assenza.
Anche Eni, QatarEnergy e Repsol hanno acquisito diritti su aree che conterrebbero 10 miliardi di barili già stimati e altri 18 miliardi ancora da scoprire.
L’interesse è cresciuto ulteriormente dopo il viaggio di Trump in Medio Oriente e la presenza attiva di Boulos alle conferenze energetiche.
Sirte simbolo di una possibile distensione
È proprio a Sirte – città simbolo della caduta di Gheddafi, ex roccaforte dell’ISIS e linea del fronte nella guerra civile – che si è svolta l’esercitazione congiunta di aprile sotto la supervisione degli Usa, durante la quale per la prima volta forze delle due fazioni rivali si sono addestrate insieme.
All’esercitazione erano presenti Saddam Haftar, figlio del generale che controlla l’est, e il viceministro della Difesa del governo di Tripoli, in un significativo momento di unità nazionale.
Insieme a ciò si registrano ulteriori segnali di distensione: una maggiore condivisione di intelligence antiterrorismo, un comando operativo congiunto e, soprattutto, l’approvazione di un bilancio nazionale unico, il primo da oltre dieci anni.
Questi passi, però, servono soprattutto a creare le condizioni minime perché l’industria petrolifera possa ripartire con maggiore sicurezza. Senza la cooperazione tra est e ovest, infatti, diventa impossibile proteggere campi, oleodotti e terminali.
Le resistenze politiche
Nonostante l’ottimismo delle compagnie, gli ostacoli restano profondi. Il piano americano di fondere le autorità rivali senza passare per elezioni è stato bocciato dall’Alto Consiglio di Stato.
C’è una mancanza di fiducia radicata: all’est Haftar ha imposto un sistema più ordinato ma autoritario, mentre a ovest molte milizie e funzionari traggono vantaggio dallo status quo frammentato.
Le milizie sono incastonate nello Stato e controllano fisicamente le infrastrutture petrolifere, usando il greggio come leva nelle trattative politiche. Persino la National Oil Corporation fatica a esercitare un controllo reale, con le sue filiali orientali sempre più dominate dalla famiglia Haftar.
Analisti come Tim Eaton di Chatham House e Emadeddin Badi hanno spiegato a Bloomberg che esercitazioni e strette di mano non equivalgono a una vera volontà di riforma. Le fazioni possono partecipare a iniziative americane senza rinunciare al proprio potere su risorse e territori.
Influenze esterne – Turchia a sostegno di Tripoli, Egitto, Emirati e Russia dalla parte di Haftar – complicano ulteriormente il quadro.
Prospettive
In sintesi, la Libia rappresenta oggi una grande scommessa. Per gli Stati Uniti è un’occasione per aumentare l’offerta globale di greggio attraverso la diplomazia, per l’Europa una fonte di energia vicina e un possibile freno ai flussi migratori e all’influenza russa. Per i libici stessi, invece, è la possibilità di far ripartire un’economia che dipende dal petrolio per oltre il 90% delle entrate.
Il traguardo dei 2 milioni di barili al giorno resta ambizioso e dipende da due fattori incerti: stabilità politica duratura e massicci investimenti infrastrutturali.
Gli ultimi mesi hanno portato segnali incoraggianti, ma la storia recente insegna che in Libia i passi in avanti rischiano spesso di rimanere solo al livello simbolico.
Il vero banco di prova secondo Bloomberg sarà capire se questa nuova fase di coinvolgimento americano riuscirà a trasformare l’interesse economico in un cambiamento concreto sul terreno, o se le ormai consolidate logiche di potere finiranno ancora una volta per prevalere.




