Energia

Eni, Saipem 12000, Gazprom. Tutte le ultime cose turche di Erdogan

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Putin Erdogan

Fatti, approfondimenti e scenari dopo le recenti mattane di Erdogan. L’approfondimento di Giusy Caretto e Sebastiano Torrini

Fino ad oggi la Turchia ha avuto un ruolo rilevante per l’Europa come crocevia per i flussi di gas. Le nuove scoperte nel bacino del Mediterraneo, come Zhor e Cipro, però, aprono nuovi scenari di mercato e promuovono nuovi attori di settore. Ankara che teme di essere tagliata fuori dai nuovi accordi materia, prova a fare la voce grossa: Erdogan blocca la Saipem 120000, mentre prova a tenere sulle spine il colosso Gazprom.

La verità, però, è che la Turchia, fino ad oggi, ci ha provato più volte a non essere solo un mero territorio di transito, senza riuscirci.

LA TURCHIA FERMA ENI, IN ROTTA VERSO CIPRO

Venerdì 9 febbraio 2018 la nave Saipem 12000 noleggiata dall’Eni è stata bloccata nel Mar Mediterraneo orientale dalla marina militare della Turchia, mentre navigava verso Cipro per cominciare i lavori di perforazione ed esplorazione di un giacimento concesso al Cane a Sei Zampe da Nicosia. Ancora oggi, 21 febbraio 2018, la nave è bloccata.

Ankara avrebbe fermato l’imbarcazione con la motivazione che le  attività di esplorazione si sarebbero dovute svolgere in una zona in cui erano in corso delle “attività militari”. Ricordiamo che la Turchia occupa militarmente la zona nord di Cipro dal 1974. Secondo le politiche di Erdogan, qualsiasi nuovo giacimento scoperto nelle acque di Cipro andrebbe condiviso con il governo filo-turco.

IL BLOCCO POTREBBE POTRARSI

L’alt della Turchia alla nave dovrebbe cessare giovedì 22 febbraio 2018, ma come riporta Eurasia Daily, potrebbe potrarsi fino al 10 marzo, sempre per manovre militari in corso.

Per il Vice direttore del Fondo nazionale per la sicurezza energetica Alexey Grivach sono diversi i fattori che mantengono vivo il conflitto intorno ai giacimenti di petrolio e gas di Cipro: “Il fattore chiave è la lotta per le risorse. Ankara rivendica parte dello spazio di Cipro Nord. Naturalmente, sono ansiosi di ottenere le risorse del bacino del Levante per sviluppare il proprio hub, ma non ci riescono”, sottolinea l’esperto. Sì, la Turchia, che cerca di trasformare il paese in un hub del gas per l’Europa, è frustrata da possibili concorrenti emergenti.

IL FRONTE RUSSO

Ci sarebbero problemi anche sul fronte russo. Come scrive Reuters, infatti, la Turchia sta indugiando di fronte alla richiesta della russa Gazprom di rilasciare i permessi per consentire l’inizio dei lavori nella parte onshore del gasdotto Turkish Stream.

Ankara ha già autorizzato il colosso russo ad avviare la costruzione delle due sezioni sottomarine del progetto, ma la mancanza del nullaosta per la parte terrestre rischia di alimentare tensioni. “La Turchia ostacola i colloqui sulla seconda linea verso l’Europa”, hanno detto le fonti a Reuters.

Le intenzioni di Gazprom sono quelle di completare la costruzione del gasdotto, progettato per garantire più forniture alla Turchia, nel 2019. Ma questi ritardi alimentano i dubbi già manifestati da alcuni analisti sul fatto che l’opera non sarà mai realizzata nella sua forma attuale.

Secondo Reuters, il problema dei permessi è correlato o a una diatriba tra Gazprom e la società statale turca Botas sul futuro sconto per gli approvvigionamenti russi oppure al fatto che non è stata ancora costituita una società comune per la parte terrestre del gasdotto. Gazprom – come ha ricostruito Energia Oltre – ha già iniziato a posare le linee sottomarine del Turkish Stream, rispettivamente in Turchia e in Europa meridionale, sotto il Mar Nero. I tubi hanno una capacità complessiva di 31,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno e per ora Gazprom ha già realizzato 884 km delle due linee, quasi la metà dell’intera parte sottomarina del gasdotto. I russi già forniscono gas ad Ankara facendolo affluire a Samsun sulla costa turca del Mar Nero attraverso un gasdotto sottomarino chiamato Blue Stream con una capacità di 16 miliardi di metri cubi all’anno.

ESPLORAZIONI, ANKARA CI PROVA (MA SENZA RISULTATO)

Per cercare di mantenere un ruolo da protagonista nel mercato del gas, Ankara ha avviato diverse esplorazioni: dal 2000, la Turkish Petroleum Corporation (TPAO) esplora attivamente i giacimenti di petrolio e gas nel Mar Nero e nel Mediterraneo e insieme alle imprese occidentali ha investito diversi miliardi di dollari in indagini esplorative, acquistando e costruendo navi per i rilevamenti sismici. Fino ad oggi non ha trovato nulla e dipende ancora per il 99% dalle importazioni estere di gas.

RISCHIO DI UN CONFLITTO?

Lo scenario, secondo gli analisti, è quello di una guerra che potrebbe scoppiare da un momento all’altro, non solo per via della Turchia ma anche di Libano e Siria che stanno entrando nella partita del gas. Per Cyril Widdershoven, che svolge un ruolo consultivo in diversi Think Tank internazionali “si prepara una guerra”, come ha scritto su oilprice. “La mossa del Libano nelle ultime settimane di appaltare i blocchi offshore vicino al confine marittimo con Israele” ha portato Tel Aviv ad “avvertire apertamente le compagnie internazionali di tenersi alla larga da queste aree, in quanto ciò sarà vista come una minaccia alla sicurezza israeliana”. Allo stesso tempo “Hezbollah ha minacciato direttamente le operazioni offshore di petrolio e gas israeliano”. Il 2018 potrebbe quindi vedere una “prova di forza tra Hezbollah e Israele, ma su scala molto più ampia di prima” mentre le minacce e i conflitti marittimi “potrebbero colpire contemporaneamente altri trasporti petroliferi. Un conflitto militare completo che coinvolga l’area offshore di Cipro-Libano-Israele potrebbe bloccare le rotte di transito del petrolio di Ceyhan (Turchia). Allo stesso tempo, un conflitto diretto tra Cipro e Turchia potrebbe coinvolgere anche i greci, minacciando direttamente le vie di transito attraverso il Bosforo”.

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