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Perché le compagnie minerarie criticano il Project Vault di Trump?

Project Vault, il progetto di Trump per creare una riserva di metalli critici a uso civile, dovrebbe servire a proteggere le aziende americane dalla Cina. Non piace, però, alle compagnie minerarie, che temono pesanti distorsioni di mercato. Ecco perché.

A febbraio il governo degli Stati Uniti ha presentato “Project Vault”, un progetto da 12 miliardi di dollari per la creazione di una riserva di minerali critici per usi civili. Non sono stati rivelati tutti i dettagli dell’iniziativa, ma ne conosciamo la ripartizione della dotazione economica (10 miliardi dal settore pubblico, 2 da quello privato) e il suo scopo generale: garantire che le imprese e i lavoratori americani non subiscano mai danni a causa di eventuali carenze di alcune materie prime essenziali.

Diverse aziende utilizzatrici – tra le quali Lockheed Martin, General Motors e Google – hanno già aderito, pagando una quota e garantendosi così il diritto ad attingere, in caso di crisi, alla riserva; ad occuparsi dell’acquisto dei metalli saranno alcuni gruppi specializzati nel commercio di materie prime, come Hartree, Traxys e Mercuria.

PROTEGGERSI DALLA CINA

Il Project Vault può essere considerato una misura difensiva dalla Cina, che controlla le filiere di gran parte degli elementi critici, dalle terre rare all’antimonio al litio, e che ne ha più volte limitato le forniture come leva politica. Al di là degli aspetti strategici, però, non tutte le compagnie minerarie sono convinte della bontà del progetto – che le riguarda direttamente, essendo posizionate all’inizio della filiera – perché temono che possa creare distorsioni sul mercato.

COSA PENSANO LE COMPAGNIE MINERARIE DEL PROJECT VAULT

L’amministratore delegato della compagnia anglo-cilena Antofagasta, grande produttrice di rame, ha detto per esempio al Financial Times che le iniziative pubbliche sulle scorte “introducono alcune distorsioni nel mercato” che bisogna “valutare con attenzione”: in altre parole, le riserve strategiche generano una domanda aggiuntiva di metalli che potrebbe farne salire i prezzi.

Simile è la posizione dell’amministratore delegato del gruppo britannico Anglo American, anch’esso molto attivo nel rame: le riserve pubbliche “possono creare eccedenze e distorcere i mercati delle materie prime”. Il Financial Times ha raccolto anche le dichiarazioni di un anonimo dirigente del settore minerario, secondo cui il Project Vault rischia di far crescere i prezzi dei metalli e di innescare una mentalità di “accaparramento”, ostacolando il libero commercio.

Infine, Randy Smalwood di Wheaton Precious Metals, società specializzata nel commercio di oro e argento, pensa che i programmi governativi sull’accumulo di scorte “non si basano su principi economici solidi, ma sul protezionismo. Trovo che i governi siano davvero inefficienti quando si tratta di gestire queste cose”.

UN CAMBIO DI PARADIGMA

Secondo Bloomberg, il Project Vault “non è tanto una riserva di emergenza, quanto piuttosto un mercato sostenuto dallo stato” per mettere al riparo le imprese dagli usi geopolitici delle forniture e garantire la sicurezza economica nazionale.

Proprio come i recenti investimenti del governo americano in numerose società minerarie, di cui è diventato azionista (Usa Rare Earth, Mp Materials, Trilogy Metals, Lithium Americas), il Project Vault è il simbolo di un cambio di paradigma a Washington: la priorità non è più la tutela del libero mercato, ma la certezza della disponibilità dei materiali critici.

Anche le aziende, peraltro, stanno prestando maggiore attenzione alla sicurezza delle forniture e al mantenimento delle scorte a seguito di una serie di eventi – la pandemia di coronavirus, le guerre in Ucraina e nel golfo Persico, le tensioni con la Cina – che hanno messo in discussione il modello organizzativo tradizionale basato sull’ottimizzazione dei costi e sulla minimizzazione dei magazzini.

Il Project Vault, spiega Bloomberg, “è stato concepito come uno strumento attivo e orientato alla domanda, pensato per attenuare le interruzioni dell’approvvigionamento, garantire il funzionamento delle fabbriche e persino contribuire a finanziare nuove fonti di minerali critici. In questo modo”, prosegue l’agenzia, “rende meno netta la distinzione tra il ruolo del settore pubblico e quello del settore privato, ridefinendo la costituzione di scorte sia come meccanismo di garanzia per l’industria sia come strumento di politica industriale”.

LE CONSEGUENZE SUL MERCATO

Il problema – in un certo senso – del Project Vault è che si occupa anche di materiali “di nicchia”, il cui commercio è molto più ridotto rispetto ad altri metalli di largo consumo e la cui offerta è controllata dalla Cina. Anche piccoli interventi su questi mercati, quindi, rischiano di creare grosse distorsioni, facendo schizzare in alto i prezzi e complicando gli approvvigionamenti futuri.

Secondo Bloomberg, il punto centrale del Project Vault è la ripartizione dei rischi: “se i prezzi dovessero scendere dopo gli acquisti, chi si accollerà le perdite? Senza regole chiare, il sistema potrebbe finire per costare miliardi di dollari al governo. Il modello richiede inoltre uno stretto coordinamento tra governo e industria, cosa che gli Stati Uniti hanno storicamente faticato a realizzare”.

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