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Ecco chi e come ha azzoppato il tetto al prezzo del gas

Patriottismo

La mancata risposta europea sul price cap lascia l’amaro in bocca, non solo per comportamenti opportunistici seguiti da Paesi grandi e piccoli. Ecco perché

 

Coloro che hanno provocato la caduta del Governo Draghi, hanno anche la responsabilità della (quasi) definitiva scomparsa del tema del price cap su gas e petrolio dal tavolo della trattativa. Nell’ordine i responsabili sono quindi: Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. O meglio il nuovo “cerchio magico”, che ruota intorno all’uomo di Arcore, che ha trasformato Forza Italia in una costola della Lega.

Semplice il ragionamento. L’idea stesa del price cap su gas e petrolio era stata avanzata dal Presidente del consiglio italiano, incontrando fin dall’inizio resistenze e perplessità da parte di alcuni Paesi UE. A partire, ovviamente, da coloro che, come Olanda e Norvegia, trovano il loro tornaconto in un mercato più che drogato. Sfiduciato in patria – questo il ragionamento – l’appeal di Draghi non poteva non subire un inevitabile contraccolpo. Ed allora gli oppositori, che all’inizio, non avevano osato andare oltre il semplice rinvio, hanno giocato più duro. Fino a determinare quel cambiamento di prospettiva che si vede nel nuovo regolamento UE sul taglio dei consumi. Cosa giusta in sé. Ma che sarebbe stata meglio, come altra gamba del price cap.

Da dove nasce questa nuova levata di scudi, che hanno portato all’accantonamento della proposta italiana? A remare contro soprattutto l’Olanda, la Norvegia, quindi i paesi del gruppo Visegard ed infine la stessa Germania. Varie le motivazioni. Per i Paesi del gruppo Visegard (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) che dipendono per l’80, se non per il 100 per cento, dalle forniture russe, la paura di rimanere a secco, dopo le minacce del Cremlino: nessuna fornitura a quei Paesi che vorranno imporre il price cap.

Per l’Olanda e la Norvegia, invece, un miope ragionamento politico. È stato giustamente osservato come l’Olanda abbia accumulato ingenti fortune sia dalla vendita del gas estratto dal suo giacimento di Groningen, sia dalla gestione del flusso di transito del gas proveniente dalla Norvegia e diretto verso la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Grazie a questa logistica, secondo i dati forniti dall’Istituto di statistica (CBS), nei primi 7 mesi dell’anno il suo avanzo della bilancia commerciale è migliorato del 25 per cento, passando 325 a 405,6 milioni di euro.

Si devono poi considerare i vantaggi legati alla gestione del TTF (Title Transfer Facility), il cui ruolo è destinato a crescere ulteriormente nella determinazione del prezzo del gas, a seguito della riduzione delle forniture da parte della Russia, che hanno lasciato campo libero a quelle della Norvegia, ormai principale fornitore europeo. Circostanza quest’ultima che ha favorito il rafforzamento dell’hub del Nord, costituito dai luoghi di estrazione del gas e dalla relativa logistica destinata ad interessare soprattutto Francia e Germania e quindi ad avere un’influenza politica ben più rilevante.

La Norvegia ora è il più grande produttore di petrolio e gas naturale dell’Europa occidentale, e copre circa il 22% del consumo annuo dell’Unione europea. Grazie soprattutto al Troll, che è il suo più grande giacimento ed in grado di coprire quasi il 30 per cento della fornitura complessiva. Per la Norvegia il conflitto in atto tra l’Occidente e la Russia è stata più di una manna. I proventi delle esportazioni sono saliti alle stelle. Nel secondo trimestre dell’anno il saldo corrente della bilancia dei pagamenti (secondo l’Ufficio centrale di statistica) è più che raddoppiato rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, passando da 112 miliardi di corone a 283. Mentre la sola bilancia commerciale fa registrare un avanzo di ben 241 miliardi di corone. Quasi quattro volte tanto rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente.

Ma c’è dell’altro. Questo piccolo Paese, che supera appena i 5 milioni di abitanti ed è retto da una monarchia parlamentare, vive da anni in una situazione di grande benessere. É talmente ricco da potersi concedere il lusso di far credito all’estero di ingenti quantità di risorse pari ad oltre tre volte il proprio reddito nazionale. Gli ultimi dati indicano, per il secondo semestre dell’anno, un valore acquisito, sul fronte dei crediti concessi all’estero, pari a quasi 11 miliardi di corone. Poco più di 1 miliardi di euro a fronte di un Pil che non supera i 350 milioni.

Da un punto di vista istituzionale, la Norvegia non fa parte della UE, ma appartiene allo spazio economico europeo. Un piccolo club, cui partecipano anche l’Islanda ed il Liechtenstein, che beneficia dei principi del libero scambio, nei confronti del mercato unico. Tuttavia la Norvegia fa anche parte della Nato. Ed è allora che i problemi diventano più complessi. Partecipare al sistema di difesa comune non è come pranzare á la carte in un ristorante di lusso. Al contrario quel menù comporta una serie di diritti e di doveri. In caso d’attacco da parte di una potenza straniera, secondo l’articolo 5 del Trattato, l’aggredito ha il diritto di essere difeso da parte degli alleati.

Il corrispondente dovrebbe, allora, essere quello non diciamo di aiutare gli altri. Ma almeno di non approfittarsene nel momento del bisogno. L’ingresso della Finlandia e della Svezia, nel club, ha polarizzato l’attenzione internazionale sull’intera penisola scandinava. Oggettivamente meno sicura, dopo l’aggressione di Putin ai danni dell’Ucraina. Come lo stesso Cremlino si è affrettato a far sapere. Si fosse seguito l’esempio di Oslo, si sarebbe potuto eccepire, dalla stessa Italia, con un discorso di pura convenienza. Cosa che giustamente non è avvenuto. Anzi di fronte alla tracotanza dell’orso siberiano quasi tutti i Paesi, con la sola eccezione della Turchia, si sono stretti intorno ai nuovi venuti. L’Italia, in particolare, ha fatto da apripista. Due pesi quindi e due misure.

Ma la mancata risposta europea sul price cap lascia l’amaro in bocca, non solo per comportamenti opportunistici seguiti da Paesi grandi e piccoli. Poteva essere l’occasione per consolidare, con un vantaggio più che generale, il successo della New generation UE. Ed invece siamo tornati indietro, verso l’Europa dei piccoli egoismi.

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