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Turchia

La crisi Iraq-Turchia lascerà l’Italia senza petrolio?

Il Kurdistan è diventato un fornitore di petrolio fondamentale per l'Italia, dopo l'embargo alla Russia. Ma una disputa tra l'Iraq e la Turchia ha bloccato i flussi da Kirkuk a Ceyhan, e da lì al Mediterraneo. Ecco cosa sta succedendo.

Con l’entrata in vigore del divieto europeo all’acquisto di petrolio greggio russo, dal 5 dicembre 2022, il primo fornitore dell’Italia è diventato il Kurdistan iracheno, una regione semi-autonoma nel nord dell’Iraq.

QUANTO VALE IL KURDISTAN PER L’ITALIA

Lo scorso gennaio, come riportato dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, il Kurdistan ci ha inviato 4,5 milioni di barili (150.000 al giorno), ovvero il 12,5 per cento delle importazioni totali. Un anno prima, nel gennaio 2022, quando l’invasione dell’Ucraina non era ancora iniziata – ricostruisce Il Sole 24 Ore -, gli acquisti di petrolio dal Kurdistan avevano riguardato solo 1,2 milioni di barili; di contro, quelli dalla Russia ammontavano a 5,7 milioni.

L’embargo europeo ha poi bloccato le importazioni dalla Russia, che in Italia erano rimaste rilevantissime per molti mesi successivi all’invasione dell’Ucraina per via della situazione della raffineria ISAB di Priolo Gargallo: essendo di proprietà della società russa Lukoil, aveva difficoltà a rifornirsi altrove. Lo stabilimento, uno dei più grandi del Mediterraneo, è stato poi venduto alla società di private equity cipriota G.O.I. Energy.

Nel 2021 la Russia è valsa circa il 10 per cento delle importazioni petrolifere italiane.

IL GREGGIO CURDO KIRKUK

Come aveva scritto mesi fa Argus, portale specializzato sull’energia, per la regione mediterranea il sostituto più “ovvio” per il greggio russo Urals, di tipo pesante, è quello Kirkuk del Kurdistan iracheno, simile per tenore di zolfo e per peso specifico rispetto all’acqua. Il petrolio Kirkuk viene spedito alle raffinerie nel mar Mediterraneo dal porto di Ceyhan, in Turchia.

LA CRISI IRAQ-TURCHIA BLOCCA LE FORNITURE DI PETROLIO

Queste forniture, però, sono adesso a rischio. Sabato scorso l’Iraq è infatti stato costretto a fermare l’esportazione di circa 450.000 barili di petrolio curdo che, dal giacimento di Kirkuk, raggiungono il porto di Ceyhan attraverso un oleodotto. La situazione di stallo andrà avanti fino a che le tre parti in causa – il governo dell’Iraq, quello del Kurdistan e quello della Turchia – non raggiungeranno un accordo.

È successo che la Turchia ha smesso di pompare greggio dalla condotta dopo che l’Iraq ha vinto un caso di arbitrato, nel quale si sostiene che Ankara abbia violato i termini di un accordo bilaterale: i turchi avrebbero cioè permesso ai curdi di esportare petrolio fino a Ceyhan senza il consenso delle autorità irachene.

Dopo la sospensione del gasdotto da Kirkuk, i produttori petroliferi della zona hanno ridotto o fermato del tutto la produzione, oppure hanno destinato il greggio allo stoccaggio anziché alla vendita: la capacità di immagazzinamento di barili è però vicina alla saturazione – potrebbe raggiungerla nel giro di qualche giorno -, mentre non si vedono progressi nelle trattative tra la Turchia, l’Iraq e il Kurdistan per la ripresa delle esportazioni.

COSA FANNO LE SOCIETÀ PETROLIFERE

La società petrolifera norvegese DNO ha dichiarato mercoledì di aver interrotto le attività nei campi Tawke e Peshkabir, dove l’anno scorso produceva in media 107.000 mila barili al giorno, un quarto delle esportazioni totali del Kurdistan. La canadese Forza Petroleum ha dovuto sospendere l’output: 13.700 barili al giorno, di media, a gennaio e a febbraio.

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