Energia

Perché in Germania si gasano le polemiche su Nord Stream 2

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Che cosa si dice in Germania sul gasdotto Nord Stream 2. Tutte le novità nell’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

Da Mosca giungono nuove ombre sul transito del gas attraverso il gasdotto ucraino e subito in Germania si rinfocola il confronto su Nord Stream 2, il raddoppio della pipeline baltica. Uno dei punti fermi della difesa di Angela Merkel del progetto è stata infatti l’assicurazione ricevuta da Vladimir Putin che il gas russo continuerà a transitare attraverso il condotto ucraino anche dopo l’entrata in funzione di Nord Stream 2. Una garanzia che la cancelliera aveva chiesto esplicitamente al presidente russo nel momento in cui le pressioni di Donald Trump su Berlino si erano fatte più minacciose.

La risposta accomodante di Putin non aveva rassicurato né il presidente americano, né i paesi baltici (naturalmente Polonia compresa) che vedono nel raddoppio del gasdotto la certezza che Germania ed Europa saranno sempre più dipendenti dal Cremlino per l’approvvigionamento energetico. Ma la cancelliera aveva tirato avanti, sorvolando su un punto che di fatto lascia al presidente russo ampi margini di manovra: il gas russo continuerà a correre nelle tubature ucraine a patto l’accordo rispetti considerazioni di natura economica. Merkel ha deciso (o fatto finta) di fidarsi, anche se sul perseguimento degli accordi di Minsk per il superamento del conflitto russo-ucraino la cancelliera sembra fidarsi molto meno, visto che resta una strenua sostenitrice delle sanzioni a Mosca.

Ieri però il ministro dell’Energia russo è tornato sulla questione del gasdotto ucraino, per riaffermare in un’intervista al quotidiano online Gazeta.ru che il transito del gas per quella tratta è il più costoso tra le opzioni attualmente esistenti: “Le tariffe imposte sono le più alte, due o due volte e mezzo rispetto a quelle in vigore sulle altre tratte”, ha detto il ministro, riferendosi così ai due tracciati al momento in funzione: il Nord Stream 1, che collega direttamente la Russia alla Germania transitando sui fondali del Mar Baltico, e lo Jamal Europa, che percorre da est a ovest il tratto terrestre via Bielorussia e Polonia.
Il motivo principale, secondo Novak, è che il gasdotto ucraino è troppo antiquato, i tubi sono vecchi e permettono un’enorme perdita di gas. I nuovi tracciati in corso d’opera – a nord il Nord Stream 2 (il raddoppio del gasdotto già esistente) e a sud il Turkish Stream verso l’Europa centrale – saranno invece dotati delle tecnologie più avanzate che assicurano una più forte pressione, maggiore quantità di gas in transito e perdite ridotte durante il trasporto.

Le frasi del ministro per l’Energia, riprese dal quotidiano tedesco Handelsblatt, hanno rinfocolato la polemica interna in Germania sull’opportunità di portare a termine il raddoppio di Nord Stream. Ai più critici non è sfuggito il legame evidente fra la valutazione di inefficienza economica data da Novak al gasdotto ucraino e la clausola inserita da Putin per cui il transito via Kiev sarà garantito anche dopo l’entrata in funzione del secondo gasdotto nel Baltico solo a patto che siano rispettate considerazioni di natura economica. Secondo quel che dice il ministro dell’Energia tali considerazioni non sono rispettate.
Tutto potrebbe ricondursi a un tiro alla fune nella trattativa in corso fra Mosca e Kiev sul prolungamento degli accordi per il transito del gas, in scadenza nel 2020. Di recente è infatti intervenuto sul tema anche il vice ministro degli Esteri russo Alexander Pankin, per ribadire la posizione già espressa da Putin: Mosca è disposta a mantenere in funzione il gasdotto ucraino solo “alle proprie condizioni”. Bruxelles media, con gran fatica.

Ma per l’europarlamentare verde tedesca Rebecca Harms, le dichiarazioni del ministro Novak non sono una sorpresa: ci si può semmai meravigliare che le vere intenzioni russe siano venute allo scoperto prima del previsto, ha detto all’Handelsblatt. Harms ritiene che la Germania dovrebbe riaprire il dossier Nord Stream 2 e ridiscuterlo in chiave europea: “La politica energetica del nostro continente non può essere decisa da Washington ma neppure da Berlino”. L’unica eco le è giunta dal vice presidente del gruppo parlamentare Cdu/Csu al Bundestag, Johann Wadephul, secondo il quale “qualora le valutazioni di Novak fossero l’ultima parola sulla questione, si tratterebbe di “un grave abuso di fiducia nei confronti della Germania e metterebbe in dubbio l’affidabilità delle promesse russe su Nord Stream 2”. Di più, dai partiti di governo, non è arrivato. E neppure dal governo.

Ma sebbene tutti i principali esperti in materia siano convinti che il raddoppio del gasdotto sotto il Baltico si farà (qui il recente colloquio con il politologo del Dgap Stefan Meister), è iniziata una corsa contro il tempo. La Grosse Koalition a Berlino non è tanto stabile e, in caso di crisi, l’esito al momento più probabile sarebbe un governo con l’ingresso degli ecologisti (con o senza voto anticipato), per i quali la messa in discussione di Nord Stream 2 potrebbe essere un punto irrinunciabile.

Nel frattempo la Germania si muove anche su un altro versante, quello dei terminali di gas liquido GNL. La costruzione era stata pubblicizzata lo scorso anno dalla stessa cancelliera e dal suo fidato ministro dell’Economia, Peter Altmeier, anche per mnostrare a Trump (sensibile sull’argomento) che il gas dalla Russia non era l’unica opzione sul tappeto e mitigare quindi i timori per una eccessiva dipendenza energetica da Mosca. Ora i piani sono andati avanti, non si parla più di un solo impianto ma di due e forse addirittura tre. Ma i russi non mancano neppure in questo settore. In corsia preferenziale, infatti, è passato il terminal di Rostock, sul Baltico, progettato dal colosso energetico russo Novatek e dal gestore di rete belga Fluxys: entrerà in funzione nel 2022. Stessa data per gli altri terminal, previsti sulla costa occidentale del Mare del Nord. In gara tre porti, Brunsbüttel, Wilhemshaven e Stade: l’accelerazione data da Altmeier potrebbe portare al via libera di tutti e tre i progetti. Oltre a dimostrare apertura verso gli interessi americani di esportazione del gas liquido, la Germania teme il rischio di strozzature: l’addio al nucleare, il lento progresso delle reti di trasporto energetico che devono collegare i parchi eolici nel nord con le aree a intensa produzione industriale del sud, il graduale abbandono del carbone e l’annunciata riduzione dal 2023 dei rifornimenti di gas dall’Olanda fino alla totale cessazione nel 2030.

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