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minerali critici

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Ecco come l’Occidente e la Cina si fanno la guerra sui minerali critici

Il dominio della Cina sui minerali critici ha innescato una vera e propria crisi geopolitica, scatenando una corsa affannosa in Occidente a nuove filiere autonome, tra rischi di nazionalismo delle risorse e necessità di cooperazione.

Alla fine del Settecento, la scoperta di una strana roccia nera in una cava svedese segnò l’inizio di una storia che oggi, a distanza di secoli, si trova al centro di una vera e propria tempesta geopolitica.

Quello che per il chimico finlandese Johan Gadolin era una “nuova terra” sconosciuta si è rivelato il primo composto di terre rare, da cui sarebbe stato estratto anche l’ittrio.

Oggi questo metallo argenteo è diventato essenziale per la produzione dei chip che alimentano l’IA, ma rappresenta soprattutto uno degli elementi più vulnerabili nella battaglia globale per il controllo delle materie prime critiche.

Un nuovo report del Financial Times analizza come la dipendenza occidentale dalla Cina per questi minerali strategici, combinata con le restrizioni alle esportazioni imposte da Pechino nel quadro della guerra commerciale con gli Stati Uniti, stia generando panico diffuso in Occidente in settori chiave come i semiconduttori, la difesa e l’automotive.

Mentre i Paesi occidentali corrono a ricostruire filiere autonome, emergono rischi concreti: distorsioni di mercato, un nuovo nazionalismo delle risorse e una progressiva divisione del mondo in blocchi contrapposti.

Il dominio cinese sulle catene di fornitura

Oggi la stragrande maggioranza dell’ittrio, insieme a molti altri minerali critici come gallio e germanio, viene prodotta in Cina.

Grazie a trent’anni di investimenti statali, sussidi e una visione industriale lungimirante, Pechino controlla oggi non solo l’estrazione ma soprattutto le fasi di raffinazione e trasformazione.

Le autorità cinesi avevano capito per tempo che lo sviluppo del Paese avrebbe richiesto enormi quantità di questi materiali, permettendo cosi al Dragone di posizionarsi come principale produttore e consumatore mondiale.

L’Occidente, nel frattempo, ha delocalizzato queste lavorazioni ritenute troppo inquinanti, cedendo di fatto il controllo di intere filiere strategiche. Come osserva un docente della Camborne School of Mines, “trent’anni fa volevamo che fosse la Cina a occuparsene”

Restrizioni cinesi e incertezza nelle industrie occidentali

Con l’escalation della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, quest’ultima ha progressivamente limitato l’accesso a questi materiali.

Insieme a gallio e germanio, l’ittrio è considerato “il collo di bottiglia killer” da chi opera nel settore dei semiconduttori.

Le aziende occidentali sperimentano ora un rischio esistenziale: non esiste ancora una filiera dei minerali critici completamente al riparo da interruzioni.

Il panico degli ultimi mesi è palpabile. Amministratori delegati di startup americane riferiscono di telefonate continue da parte di colossi della difesa, dell’auto e dei chip, alcuni dei quali temono di dover fermare la produzione.

Intanto i prezzi salgono, si accumulano scorte e alcuni trasformatori chiedono ai clienti di procurarsi da soli la materia prima. La situazione è particolarmente grave per la difesa, settore in cui gli Stati Uniti non dispongono di miniere attive di tungsteno.

Il sistema di licenze

Le restrizioni non hanno bloccato del tutto i flussi, ma li hanno resi imprevedibili attraverso un complicato sistema di licenze.

Pechino può così monitorare chi usa i minerali e per quali scopi, distinguendo tra usi civili e militari.

Le aziende occidentali vivono in una sorta di limbo, ricevendo il minimo indispensabile per non far collassare le filiere. Ne deriva un clima di “isteria”: si fa incetta di tutto il possibile, i prezzi impazziscono e l’intero Occidente sembra impegnato in una battaglia quotidiana per le risorse.

La risposta occidentale

Di fronte a questa dipendenza, Stati Uniti ed Europa hanno avviato una controffensiva.

Washington ha stanziato circa 40 miliardi di dollari dal 2022, mentre Bruxelles ha selezionato decine di progetti strategici e impegnato circa 6 miliardi di euro. Si parla apertamente di ragioni di sovranità e sicurezza nazionale.

Parallelamente nascono iniziative di stoccaggio a livello nazionale e una competizione sempre più accesa per le miniere in Africa e altrove.

Tuttavia, questo nuovo nazionalismo delle risorse porta con sé rischi, come possibili sovrapproduzioni e distorsioni di mercato.

Le sfide di lungo periodo

Aprire nuove miniere e impianti di raffinazione richiede decenni e ingenti capitali, esattamente ciò che ha permesso alla Cina di affermarsi.

Le aziende occidentali quotate in borsa faticano a ragionare su orizzonti così lunghi. Senza un sostegno statale continuativo che comprenda energia a costi competitivi, politiche industriali coerenti e contratti pluriennali di acquisto molti progetti rischiano di restare sulla carta.

C’è inoltre il timore che, se Pechino decidesse di riaprire completamente i rubinetti, i prezzi crollerebbero, rendendo non competitivi i nuovi produttori occidentali.

Verso un nuovo equilibrio globale

Il Financial Times ne conclude che la soluzione non può essere un decoupling totale e autarchico.

Competere con un Paese come la Cina che produce più di tutti gli altri Stati messi insieme richiede filiere resilienti, diversificate e difficili da interrompere.

Serve dunque un maggior coordinamento multilaterale tra i Paesi consumatori, simile a quella che ha funzionato per gli stock petroliferi negli anni Settanta.

La politica è tornata prepotentemente dentro l’industria mineraria e la vera sfida sarà riuscire a mantenere capacità manifatturiera avanzata in Occidente senza cadere in nuove forme di imperialismo delle risorse o in inutili duplicazioni di sforzi.

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