Energia

Ex Ilva, ecco ragioni e responsabilità di Arcelor Mittal. L’approfondimento di Liturri

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La posizione di Arcelor Mittal sull’ex Ilva nell’approfondimento a puntate dell’analista Giuseppe Liturri

ARCELOR-MITTAL

La posizione dell’azienda affittuaria degli impianti è chiara. Per loro la vicenda è chiusa per una serie di ragioni su cui conviene soffermarsi.

In primis, invocano una specifica clausola del contratto che prevede il recesso qualora “modifiche al piano ambientale rendano non più realizzabile il piano industriale oltre che impossibile l’esercizio dello stabilimento di Taranto”. Non appare un argomento solidissimo poiché appare esserci un salto causale tra la abolizione della protezione legale e la impossibilità di continuare ad attuare il piano ambientale, cosa che è tutta da dimostrare, per “intollerabili rischi di responsabilità penali conseguenti ai problemi della passata gestione”.

Ma questo è un falso problema poiché, come sostenuto dal giudice Felice Casson, nessuno può essere chiamato a rispondere per fatti commessi da altri nel passato, ma risponde se gestisce un’area non bonificata, ne sia consapevole e la situazione perduri. E questo non può essere consentito a nessuno, ma non appare essere la situazione attuale, perché Arcelor Mittal non è così folle da ignorare situazioni penalmente rilevanti e non intervenire per rimuoverle.

Il suo timore, a questo punto legittimo ma forse non sufficiente a giustificare il recesso, è che la Procura intervenga anche mentre sta facendo questa attività, in sostanza sta attuando il piano ambientale. Quindi, se la posizione della Procura è quella di rilevare ipotesi di reato anche durante la rimozione di quelle ipotesi in attuazione del piano ambientale, allora una protezione ci vuole, altrimenti mai nessuno potrà rimuovere le potenziali cause di reati e né sarà possibile farlo ad impianti spenti, situazione che si prospetta potenzialmente ancora più inquinante, oltre che definitiva pietra tombale sullo stabilimento.

Ma, considerato quanto sopra, non a caso Arcelor Mittal spiega più volte nella citazione che la protezione legale, anche se ristabilita, non è l’unica motivazione per lo scioglimento del contratto che appare viziato da un lungo elenco di altri problemi.

Infatti, più robusta appare la successiva motivazione di risoluzione per impossibilità sopravvenuta. Il 13 dicembre prossimo scade la proroga concessa dalla Procura per i lavori finalizzati alla messa in sicurezza almeno parziale dell’AFO2 dopo l’incidente mortale del 2015 e poiché, non è possibile rispettare quel termine, lo spegnimento di quell’altoforno è inevitabile, seguito dal resto dell’area a caldo. Questo appare il motivo più robusto. La Procura deve chiudere l’area a caldo se non vengono eseguite certe prescrizioni e quindi viene meno proprio l’oggetto del contratto di affitto. In sostanza, l’amministrazione straordinaria ha affittato un’azienda con tali e tanti problemi che diventa impossibile per l’affittuario gestirla.

Ad Arcelor Mittal è stato maldestramente anche imputato di aver ‘sbagliato’ il piano industriale e di voler scappare a gambe levate da una situazione che si è rivelata un pessimo affare. Ma su questo punto non bisogna dimenticare che la domanda mondiale si è contratta vistosamente e che rientra nell’alea di questi contratti subire le conseguenze di oscillazioni di mercato e non pare quindi possibile invocare questo motivo. Il contratto è vincolante per AM, ma se altri lo rendono ineseguibile, AM non può essere costretta a farlo.

Quello che invece AM non può fare è danneggiare o distruggere l’avviamento ed il compendio aziendale in generale. Cosa che appare già in atto.

L’azienda in funzionamento, con i suoi magazzini merci, impianti funzionanti, portafoglio clienti, è un valore in sé che deve essere riconsegnato al proprietario intatto. Su questo punto gli indiani rischiano molto e l’esposto consegnato dai commissari in Procura sabato 15/11 è un segnale molto chiaro in tal senso.

(2.continua; la prima parte sul ruolo della magistratura si può leggere qui)

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